05 dicembre 2025

Cave Draconem

 

Roma, 5 dicembre 2025

Un dibattito sincero e vivissimo - come una trota fuori del surgelatore da una settimana - han suscitato le parole dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Presidente del Comitato Militare NATO.

Ipse dixit, almeno a quanto riportano le gazzette e i brogliacci nazionali: “Stiamo studiando tutto sul fronte informatico, siamo in un certo senso reattivi. Essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi è qualcosa a cui stiamo pensando … Essere più aggressivi rispetto alla nostra controparte potrebbe essere un’opzione ... Serve un cambio di passo ... Chiediamo da tempo tre cose semplici: spendere meglio e prima, accorciare i tempi industriali (per passare da cicli di 15-20 anni a massimo tre anni) e fare più squadra tra Ue e Nato. Se l’Europa vuole contare, deve trasformare le dichiarazioni in contratti, produzione e addestramento. La deterrenza non si annuncia: si dimostra”. 

Ma qual è la controparte, l’avversario, il nemico, the Heathens? “A Est serve deterrenza e difesa credibile; a Sud servono stabilità, controllo dei mari, contrasto alle reti ibride e supporto ai partner … Le nostre principali minacce vengono da Mosca e gruppi terroristici. La Russia, come minaccia immediata e militare, con guerra in corso e pressioni ibride, anche attraverso proxy. Il terrorismo jihadista, ma non solo, come minaccia persistente sul fianco Sud, capace di rigenerarsi”. E non dimentichiamoci i musi gialli: “La Cina rappresenta una sfida sistemica di lungo periodo: tecnologia, standard, catene di approvvigionamento, e corsa all’armamento, navale in particolare”.

Purtroppo, per Cavo, ci son tanti lacci e lacciuoli. Costituendo, la NATO, per antica tradizione, un'associazione di gentiluomini, di quelli abituati a duellare col prossimo mercé regole, testimoni, padrini e armi bianche dall'elsa istoriata, quando l’alba tinge appena di rosa l’orizzonte suburbano, Questa - la NATO intendo - avrebbe “molti più limiti della nostra controparte per motivi etici, legali, giurisdizionali. È un problema. Non voglio dire che sia una posizione perdente, ma è una posizione più difficile di quella della nostra controparte”. Ricordo gli stessi impedimenti e impacci evocati ai tavolini dello spiritismo liberista dalla Confindustria: occorre liberare, liberalizzare, deregolamentare, velocizzare, aprirsi ... nuovi mercati ... investimenti esteri ... nuove prospettive ... qualità totale ... deresponsabilizzare, depenalizzare, de-istituire ... eh, sì, le manfrine le ricordo tutte. Risultato: una burocrazia tentacolare, produzione a picco, agricoltura e piccolo commercio azzerati.

Andiamo avanti.

05 novembre 2025

Il segno del comando


Roma, 5 novembre 2025

Cede la duecentesca Torre dei Conti, eretta dal Papa delle Crociate Innocenzo III, della famiglia Conti di Segni (simbolo araldico: aquila imperiale a scacchi dorati e neri contornata di rosso). 

Si cercano responsabili, che mai si troveranno; si lanciano accuse al cioccolato, telefonatissime, che mai avranno risposte poiché le istituzioni, rette dall’odierno patriziato traditore, sono mafiosamente strutturate per troncare e sopire ciò che le mette pur blandamente in discussione; il volgo, invece, nemmeno più strepita, rassegnato, conformista, intontito dalle droghe e addomesticato come un cane da pollaio a non proferire verbo poiché ogni parola di critica equivale all’odio e l’odio attira la vendetta e i gendarmi sulla porta di casa (poveri assessori diffamati, poveri sindaci ingiuriati, poveri ministri calunniati, poveri leccaculo delle Belle Arti!).

Il digitale, poi, permette un chiacchiericcio continuo in cui i più cretini son sempre in bella vista.
Esso s’appaga goliardicamente di sé stesso.
La natura delle cose, invece, ama nascondersi.

Riferisce Piero Maria Lugli, in un saggio occulto quanto impervio, basandosi anche sugli scritti del padre Giuseppe, archeologo e topografo, che la forma segreta di Roma veniva individuata rispettivamente dai punti sacri intercettati da due circonferenze concentriche: quella del primo miglio e l’altra, più antica, del quinto miglio (1 miglio romano = 1,480 chilometri).

E dove si trovava, in Roma, il centro di tali due circonferenze?

Cominciamo con l’anomalia del centro della circonferenza dei primi e dei quinti migli, il quale ricadeva … nell’area del Foro della Pace (nel luogo oggi corrispondente all’incrocio tra via Cavour e via dei Fori Imperiali), dove era originariamente collocata la marmorea Forma Urbis Romae. Il centro della circonferenza dei primi migli non coincideva con il luogo ove si ritiene fosse collocata la Forma Urbis bensì con la Torre dei Conti ove esisteva, prima del Foro della Pace e al posto di una delle nicchie del portico del Foro, il tempio della dea Tellus, la Grande Madre il cui culto fu comune a tutte le civiltà matriarcali fin dall’età del bronzo.
Gea era la madre-sposa di Urano con il quale generò Rhea-Cibele, sposa di Marte, identificata dai Romani con Cerere … A similitudine dell’omphalos di Delfi, a Roma esisteva in epoca arcaica un pozzo oracolare della dea Gea presso il tempio della dea Tellus … questo pozzo o umbilicus… era allora chiamato col nome significativo di mundus, accesso agli inferi e vagina cerimoniale dell’agro romano: si chiamava appunto mundus Caereris e in quel pozzo, prima della mietitura dell’orzo e del frumento, veniva sacrificata a scopo propiziatorio una ‘porca praecidanea’ [precidaneo ovvero da uccidersi prima; si trattava del sacrificio propedeutico da eseguirsi prima dei successivi sacrifici: allo scopo di emendarne eventuali errori; sacrificio che pare sia stato consumato il 3 novembre 2025]”.

La Forma Urbis era una pianta marmorea di Roma (metri 13x18) risalente all'età severiana e di cui oggi sopravvivono alcuni frammenti.

Si continui:

La misura della circonferenza dei quinti migli e la localizzazione del suo centro nel tempio della dea Tellus [Tor dei Conti] vanno prese come generatrici di tutto il meccanismo matematico e geometrico della forma simbolica di Roma, risalente forse ad Augusto [il primo imperatore] e al suo progetto di restaurazione della religione arcaica etrusco-romana; questa forma … durò almeno fino a Nerone (il quale, tra l’altro, era cultore di astrologia e di pratiche esoteriche)”.

E ancora:

La stella di Nerone fu solo uno sviluppo di quella augustea … La stella di Augusto rappresentava il sidus iulium, ma ritengo che la sua simbologia fosse assai più complessa: probabilmente l’immagine era derivata da una altera forma (forse un triangolo puntato su Veio come una punta di freccia) che si accompagnava all’alter nomen sempre con la finalità di impedire ai nemici di impadronirsi con incantesimi di Roma; Augusto integrò questa immagine arcaica con una secondo triangolo opposto al primo in modo da rappresentare una stella a sei vertici” che, fra l’altro, era l’immagine astrale della Venus Genitrix, progenitrice della famiglia Iulia”.

Conoscere la forma occulta d’una città consentiva di scoprirne il suo nome esoterico e, quindi, anche la divinità protettrice. Per questo si celebravano cerimonie evocative (e-vocare = chiamar via) per attrarre, chiamandoli col loro nome intimo, i patroni fuori dalla città da conquistare e lasciarle, quindi, nude e indifese. Un rituale magico che, ora, è rivolto contro Roma, centro dei due cicli di civiltà, classico e cristiano, con le sue irradiazioni mondiali; una città disarticolata sin alla sua segreta radice.

Il sidus iulium fu la cometa apparsa nei cieli di Roma, per sette giorni, dopo la morte di Giulio Cesare - segno della sua divinità. Cesare apparteneva alla gens Iulia, che si faceva risalire a Enea, figlio di Anchise e Venere (suo figlio adottivo fu Ottaviano, primo imperatore, riecheggiato simbolicamente, in un moto interno di derisione, nella morte dell’umile operaio Octavian, nato sessantesei anni fa nella Romania, la terra dei Romani). Enea fondò Lavinio, nel Lazio; il figlio di Enea, Ascanio o Iulo, Alba Longa, metropoli di Roma (metropoli = città presa a metro, città modello); il figlio di Ascanio, Bruto di Troia, fondò Londra (Brutus, Britanni; cfr. Nennio, Historia Brittonum). 

I due maggiori imperi della storia europea reclamano un comune mito fondativo (fra i sette oggetti sacri che proteggevano la prosperità dell'Impero, quattro erano di ambito troiano: lo scettro di Priamo; il velo di Iliona, figlia di Priamo; il Palladio, statua lignea di Atena, recata a Roma da Enea; le ceneri di Oreste, matricida e figlio dell'assediante Agamennone, cfr. Mino Gabrieli, I sette talismani dell'Impero).

Crolla il Segno del Comando, crolla l’Europa e l’Antico Ordine: l’Impero, l’Occidente, Veio etrusca e Troia, Venere e Marte, la Grande Madre e il Padre Celeste cristiano, Età del Bronzo e Medioevo, simbolicamente coavvinti presso la porta stretta, l’umbilicus, l’omphalos, il Centro; essi dileguano lasciandoci bruttati dalla calcina degli sfaceli che si depositerà lentamente creando i deserti della waste land.

L’attuale catastrofe significa inversione somma ovvero la ri-acquisizione dell’unità sotto spoglie nichiliste.

Si ricompongono gli scismi (cfr. Leone XIII e Carlo III), sì, ma sotto quale cielo? A cosa mirano se non alla poltiglia universale?

A New York eleggono un sindaco socialista e musulmano. Dopo i milioni di libri e le ciance enduring freedom seguite al sacrificio di ulteriori torri fatali, nel settembre 2001. Questo tizio, però, non è né musulmano e né socialista, solo un apolide sotto cui ricomporre l’apparente caos delle guerre nichiliste. L’obiettivo era spianare, livellare, devastare Iraq, Afghanistan e le terre limitrofe; poi Siria, Libano; presto Persia e Israele; seguirà la pace, la quiete, sotto il dominio del Nulla.

Quando si parla ardentemente e sperabilmente di futuro multipolare significa desiderare il mondo al contrario ove il baldo geopolitico da tastiera recherà, se è fortunato (anzi: molto fortunato), il martini al tavolo di un apolide che nemmeno lo considera come essere umano.

Per alcuni queste son solo leggende malferme, ma la verità, che qui ama nascondersi, vi trasuda, distillata dalle operazioni magiche degli artefici dell’ultimo lembo di storia che potremo raccontare. L’esoterismo è specchio e poi metafora di impulsi inevitabili, oramai scatenati. L’uomo fu forgiato per la catastrofe; e l’avrà.

Ci rimangono le chiacchiere rassicuranti, i soldatini del Kursk, le panzane sullo stretto, la mirabilandia della globalizzazione.


Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga,
i
l falco non può udire il falconiere;
le cose si dissociano; il centro non può reggere;
e la pura anarchia si rovescia sul mondo,
la torbida marea del sangue dilaga, e in ogni dove
annega il rito dell’innocenza;
i migliori hanno perso ogni fede, e i peggiori
si gonfiano d’ardore appassionato.

Certo qualche rivelazione è vicina;
certo s’approssima il Secondo Avvento.
Il Secondo Avvento! E le parole sono appena dette
che un’immagine immensa sorta dallo Spiritus Mundi
mi turba la vista; in qualche luogo nelle sabbie del deserto
una forma dal corpo di leone e dalla testa d’uomo
con gli occhi vuoti e impietosi come il sole avanza
con le sue lente cosce, mentre attorno
ruotano l’ombre degli sdegnati uccelli del deserto.
Nuovamente la tenebra cade; ma ora so
c
he venti secoli di un sonno di pietra
furono trasformati in incubo da una culla che dondola.
E quale rozza bestia, finalmente giunto al suo tempo avanza
verso Betlemme per esservi incarnata?

29 giugno 2025

Insalata estiva


Roma, 28 giugno 2025

I geopoliticanti sono in calore. Quando gli ricapita una bazza del genere? Iran, Russia, Russia bianca, Siria, Israele, Stati Uniti; l’intero Medio Oriente scompaginato, l’Europa in foia dissolutrice, i BRICS assistono frementi: interverranno? Trump che fa McCain, i Democratici silenti, Tajani come un moccioso sperduto al luna park, Meloni e Schlein rifugiate sotto il tappeto delle decisioni altrui. Quale sarà la fine del gran casino (The end of the whole mess), per citare il titolo di un racconto di Stephen King?
Il personale parere, non richiesto, per carità, è che il gran casino sia solo apparente. Le nervature storiche, oserei dire: connaturate all’uomo, rimangono implacabili e richiamano la povera creatura alla fine già stabilita, ab immemorabili. In fondo, si ragioni, la civiltà esiste da 5.000-10.000 anni. E il resto? Non conta? L’Abominio a cui stiamo assistendo oggi è nell’uomo, vive nell’uomo, agisce l’uomo. Quest’ultimo ha solo provato a contrastarlo, nel tempo, sublimando la sfida del Nulla con armi sempre nuove: l’Arte, la Religione, la Legge, la Conoscenza Metafisica. Quando una mano modellava linee d’ocra sulle pareti d’una grotta o forava il femore d’un orso oppure intagliava visi e animali nel legno, a mezzo fra terra e cielo, a oggettivare incarnazioni del divino, qui si  rifuggiva trionfalmente dalle origini protozoiche per attingere alla purezza. Quando tali aneliti vennero combattuti come falsi idoli, all’alba dell’Illuminismo Nero, Mietitore delle Grandi Illusioni, l’Uomo cominciò lentamente a rattrappirsi, sfasciandosi la divina forma che s’era faticosamente costruita a immagine della perfezione; l’Abominio, la Bestia, risalì, quindi, i precordi dell’anima per reimpossessarsi della Sua creazione e annientarla. Più che una guerra è qui un ballo delle streghe la cui fine ultima sarà la Pace Universale, intesa come trionfo dell’Indifferenziato. L’istituzione, qualunque essa sia, la si vede oggi deformata, squassata, scomposta come un quadro postmoderno. L’uomo stesso è tale, un groviglio informe d’insensatezza dove le antiche leggi più non hanno presa o potere. Dai palchi si tifa questo o quello, invocando distruzione, in un’orgia da cupio dissolvi fantasmagorica. Nessuna ragiona su un semplice fatto: queste locuzioni - Stati Uniti, Italia, Inghilterra, Israele, Ucraina, Francia, Russia - non denotano realtà riducendosi a meri flatus vocis. Non esiste una guerra di Israele contro la Siria, così come non esistono più né Germania e né Italia. S’intenda: ancora possiamo notare, su certi edifici, la dicitura: Presidenza della Repubblica o Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sono, però, colature di un’epoca oramai dissolta. Rilevano solo per uso interno quali propaggini d'un Potere Universale che le muove da dentro. Così avviene per ogni istituzione sovranazionale o sedicente nazione: Merz, Starmer, Kallas non sono diversi da Aznar, Ciampi e Sarkozy, se qualcuno ricorda chi fossero. L’Europa, l’Occidente e il mondo viaggiano su binari prestabiliti verso l’autodistruzione, nella guerra più spietata di sempre che non vedrà vincitori, ma solo il deserto. D’altra parte come finiva il gran casino di King? Con la trasformazione del genere umano in un esercito di idioti. Tutto in nome della pace.

Dissipare la civiltà europea in nome dell’eguaglianza e della correttezza. Per ritrovarsi coi tam tam. Fu un calcolo sbagliato?

“The Abraham Accords” è la trovata terminale per inglobare anche il Medio Oriente. Ognuno consente, dagli Arabi agli Ebrei, dai Cristiani agli Ottomani. Qui è proprio l’essenza profonda della Monarchia Universalis. Le guerre, da secoli, sono recate verso i paesi non allineati all’Illuminismo Nero; questi ultimi, se deboli, sono distrutti e inglobati; se vantano un patrimonio umano e storico in grado di resistere vengono lentamente usurati e cooptati a tavola, previo accordo su una resa non disonorevole. Traditori, ascari e semplici imbecilli da progressismo decadente fanno da contorno. La recentissima farsa tra Iran e Israele questo significa: mi arrendo, entro nella Monarchia, tali le condizioni che accetto, le fîches sono i morti. La pace in Palestina è costata 200.000 morti? Bene, essa, la terra di Joshua, può accomodarsi al tavolo, Nuova Sorella. Sarà, nel tempo, spogliata d’ogni peculiarità e tradizione, spianata, devastata, pornografizzata: solo a tal prezzo, essere Qualcosa d’Altro, avrà requie. Tutto il Medio Oriente (Mesopotamia e Persia!) è andato; l’Europa, dal canto suo, pagò il suo prezzo; Italia e Grecia, in particolare, son ancora lì a cercare di ammortizzare la colpa d’essere la matrice profonda della Civiltà; Russia e Cina accampano più alte pretese. Prima o poi cederanno: il lavorìo di tarli e ratti non lascia scampo.

24 marzo 2025

Geocomica

 

Roma, 24 marzo 2025

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, assieme al fido J. D. Vance, incontra Volodymyr Zelens'kyj o Zelenskyi o Zelenskyy, presidente dell’Ucraina e gli fa una lavata di capo! La svolta! E tutto in diretta! Qui assistiamo alla storia! E la commentiamo pure! La scenetta fra compari di spettacolo (un mezzo attore prestato al wrestling, un ex comico e un tizio che ha disconosciuto il nome del padre) ha riscosso il debito successo. Che i primi due protagonisti fossero l’ipostasi non di una nazione o popolo (Stati Uniti e Ucraina non esistono più da tempo), ma i rappresentanti di un potere sovranazionale che tiene in ostaggio coloro che, incidentalmente, si trovano a vivere in quelle entità geografiche, non è stato ovviamente rilevato; così come è passato sotto silenzio che la loro liquidazione era ed è la principale meta di cui terrorismo, usura e conformismo corretto sono i principali mezzi.

Quali sono i tratti peculiari di Stati Uniti, Ucraina, Francia, Inghilterra? Italia? Esiste ancora una burocrazia interna che regola dittatorialmente la vita interna dei milioni, ma i tratti antropologici essenziali sono svaniti del tutto. Macron decide in nome della Monarchia Universale, i suoi atti, le deferenze, i gridolini sono congegnati per arrivare a quell’utopia e i cosiddetti Francesi, i cui ultimi esemplari vennero pastellati in Algeria, si muovono come morti-in-vita anelando la meschina minutaglia delle esistenze nel cubicolo. Le politiche sono poste in atto per depauperare spiritualmente, per annichilire le volontà, per peggiorare, per livellare. In vista di questo si è ideato il riarmo così come mezzo secolo fa s’iniziò l’edonismo libertino e trent’anni or sono il melting pot europeo. Si cambia, ma la direzione è la medesima. Prima si doveva inastare sulle baionette (da cui sbocciavano fiori) la bandiera della pace e delle chiappe multicolori, poi del migrante sfruttato e del migrante che avrebbe versato contributi, poi la baionetta tout court: ci dobbiamo, quindi, arruolare? Ma no, lo faranno, in nostra vece, i risparmi di papà e nonno, ammesso che esistano o non siano già dilapidati. Guerra ci sarà, la guerra che necessita dell’oro alla patria, ma l’autentica guerra, quell’antica festa crudele, sarà più che altro evocata, suggerita, recitata e messa in scena per i visori con scoppi di mortaretti e succo di pomodoro. I corpi dilaniati, le chiese sbriciolate, gl’infanti trucidati appartengono solo agli ultimi popoli, ai Kaweskar della Siria, della Palestina, dello Yemen.

C’è il riarmo: contro chi? Contro i soliti: noi. Vedete com’è difficile liquidare un popolo che ha dalla sua tremila anni di storia. Povera Italia. La personale depressione che provo è verso di lei, l’Italia. 

16 dicembre 2024

Oh, come squittivano i musetti!

 

Roma, 16 dicembre 2024

Non si ha gran voglia né di scrivere né di parlare. Men che mai di analizzare, o pre-vedere. Quando vedi un treno che parte da Roma per Cesano hai la certezza incrollabile che, prima o poi, arriverà a Cesano. Sì, è così. Sono annoiato a morte, depresso, schiantato. Fra tutte le epoche, anche infernali, che l’Italia ha vissuto, un dio maligno mi ha incastonato in questa, la più orrenda, in cui la Patria si sbriciola in tempo reale, come oggi avviene per la Siria.
Il corpo del Paese è putrefatto, inutile che vi stia a illustrare ancora cause e concause: il blog, da qualsivoglia parte lo si imbocchi, reca a una devastante Wurderkammer di tale liquefazione post mortem.
Ogni tanto qualcuno addita alcune speranze non accorgendosi, il tapino, che son mere scosse galvaniche, inutili tentavi di rianimare carne morta, se non veri e propri sberleffi o vicoli ciechi per allocchi.
Si va a velocità folle, con gli stivali delle sette leghe, verso la Monarchia Universale. 
Gli accadimenti degli ultimi due anni non sono che trattative. Ogni patriziato locale sgomita per sedersi più vicino al Re del Mondo; le guerre servono a questo, non a determinare l’esito finale; le compravendite dei troni nel nuovo Senato panottico esigono dei costi e i costi vengono pagati con fiumi di sangue innocente. Inutile, poi, ricercare, caporioni e stati e colpevoli nei vari arenghi costituzionali. Ragionare per nazioni o per uomini, persino per potentati, non porta a nulla. Si dovrebbe argomentare in base a culture, forse, o meglio a due culture principali: quella aristocratica e conservatrice, sin reazionaria, apollinea, e quella plebea, democratica, da suburra dionisiaca. La prima trattiene nel limite, la seconda schianta i confini. Una sana visione dell’esistenza umana, dai primi ominidi al 2024, consiste nella continua dialettica fra tali poli del carattere umano. Destra e sinistra non sono che infimo e postmoderno riflesso della struttura psicologica profonda testé delineata. La malattia dell’uomo attuale deriva dalla scomparsa del primo polo, ormai irrimediabile. Viviamo, quindi, l’età della plebe, ridanciana, volgare, senza passato e, quindi, ottusa alla comprensione, abbarbicata unicamente all’attimo, pronta a prostituirsi all’onnipossente Mammona: Dispensatrice di Cartellini del Prezzo. Anche il patriziato italiano è centrifugato in tale vittoria del contingente: è inutile, ormai, non produce alcunché: cinema, teatro, arte, scienza. La foto di gruppo alla Scala di Milano riassume i mores del tempo; mancano solo i titoli di coda in sovrimpressione. Il Ministro della Cultura, logicamente, è ripreso a mezzo come a simbolizzare la dimidiazione del Paese più importante del mondo, ora all’asta.


Il Codice Hays fu una sorta di breviario morale che regolamentò il cinema americano, con una certa forza stringente, soprattutto dal 1930 al 1934. Prendeva il nome da William H. Hays, presidente della MPPDA (Motion Picture Producers and Distributors of America). Agli Americani piacciono tanto gli acronimi. Son fatti così. “Il Codice Hays vietava l'uso di linguaggio volgare, osceno e insulti razzisti e includeva istruzioni dettagliate che delineavano come determinati argomenti dovevano essere mostrati sullo schermo, in particolare vietando la violenza grafica, la criminalità, l'uso di sostanze, la promiscuità, il meticciato e l'omosessualità”; tale Sillabo venne condensato e sbeffeggiato in un’immagine icastica del 1940 di un tal Adolf L. “Whitey” Schafer, già fotografo della Paramount e celebre per i suoi scatti glam di pin up e signorine varie. 1940: ché il Codice, come detto, smiagolò ben presto. 
William Harrison Hays Sr. arriva dopo la crisi del 1929, in parallelo con i Bücherverbrennungen del 1933 in cui arsero, a Berlino e in tutta la Germania, alcuni libri sgraditi al nazionalsocialismo, in special modo quelli d'alcuni pornografi.

18 settembre 2024

Perch’i’ no spero

Roma, 18 settembre 2024

Per comprendere il futuro ho sostituito la palla di vetro con la pubblicità delle multinazionali. Si tratta di confessioni più che di propaganda. Al sacrificando, id est: noi tutti, si mostrano gli strumenti della tortura e dell’annientamento cioè la verità. La vittima, svuotata d’ogni anelito di sopravvivenza, il volto che s’apre alla riconoscenza, approva. Approva il proprio sacrificio. Quindi il Phersu scioglie le fiere della damnatio ad bestias del condannato oppure cala il coltello di ossidiana spaccandogli il cuore. Qualcuno provvederà a sbarazzarsi dei corpi. Tutto qua.
L’ultimo consiglio per gli acquisti di Amazon Prime (Concrete jungle ovvero Giungla di cemento) dura circa un minuto, trenta secondi in Italia. Esso mostra, appunto, una prigioniera, condannata all’esecuzione capitale e però felice di esserlo.
Il video è virato su toni freddi, grigio-azzurri, depressivo-scandinavi: beninteso, di quel nord liofilizzato, anemico e anomico che oggi impone il galateo del Nulla a tutta Europa. La protagonista è una ragazzetta di circa trent’anni, viso regolare dai tratti esotici, graziosa seppur non bella, di quella leggiadria esangue che si è fatta seriale in Occidente. Ella arriva in metropolitana, sola; e sola rimarrà; è nuova alla città tentacolare, dagli opprimenti skyscrapers, straniera in una terra ostile come l’agrimensore K. ne Il castello. Entra nel cubicolo, disadorno e abbuiato; il sole pare non esistere; l’unica fonte di luce è il visore che trasmette una serie americana del 2019, Good omens, in cui un angelo e un demone di nome Crowley stringono alleanza per scongiurare l’Apocalisse e la Fine dei Tempi, e imporre, forse, una Pace Eterna; ella mangia velocemente del cibo da asporto, scongiurate formalità come tovaglie, posate e bicchieri; disfa il letto, un giaciglio mascherato da divanetto; poi le dita scivolano sul visore i-phone: ordina dei vasi, del terriccio, delle piante, a comporre una minuscola serra. La condannata, infatti, crede che le piantine, simulacro della vita che non le sarà mai concessa, allevieranno l’ansia da cubicolo in cui l’oscurità s’annida negli angoli, minacciosa, come una bestia pronta ad aggredire; poi, sollevata più che lieta, si sporge dal balconcino micragnoso: la camera allarga l’inquadratura a mostrarci i parallelepipedi grigi, consunti dal kipple metropolitano,  rigati dalle colature acide di un cielo irredimibile.

Cosa notiamo qui? La pace, anzitutto, la pace eterna, entropica, le nozze fra cielo e inferno come buona novella, anzi come novella definitiva, una pietra tombale sulla vita. E poi la solitudine, inevitabile, ineliminabile, agognata, ma ritenuta, nel segreto del cuore, fonte dei più indicibili tormenti, orrenda. Il volto non tradisce questo conflitto interiore che la consuma, lento; anzi appare piacevole; ci accorgiamo, però, che solo la totale deresponsabilizzazione (lei avrà un lavoricchio nichilista e nessuna preoccupazione civile o politica) e l’assenza di retroterra storico e di gravidanze ne hanno preservato i lineamenti: che restano anonimi, seriali, come d'una neobambola Mattel. 

Quale sottofondo musicale riconosceremo il Canone di Johann Pachelbel rimodulato, però, dalla scartina pansessuale Héloïse Adélaïde Letissier (Christine and the Queens). La trascinante melodia, quasi trionfale, simula un risarcimento fittizio: sì, ti do un cubicolo tetro e deprimente, ma questo in cambio di una completa de-responsabilizzazione epocale; in fondo ti ho liberata, come chiedevi!, dall’insostenibile peso d’una tradizione opprimente! Sotto un lirismo pop-barocco, quindi, si celano le sirene del disimpegno; ad accettare lo squallore, la meschinità monocolore, il nulla che risale gli eoni a nuovamente reificare l’uomo, a ridurlo a insetto d’alveare, a pietra, a microbo, a niente.

Quella ragazza avrà il coraggio di lanciarsi dall’alto per farla finita? Perché, noi pochi lo sappiamo, lei è già morta. “Uomini fummo, e or siam fatti sterpi”.
Non ha che da comprenderlo.
Prima o poi accadrà.

08 luglio 2024

Singh Singh


Roma, 8 luglio 2024

Piange il Salmone Ottimo Massimo, piangono i turiferari dell’altruismo, i legislatori della marchetta ecumenica, i capitifosi del poppolo bue con l’arco di pavone istituzionale spiegato a 180°, il paracarro della CGIL, i body builder del centrosocialismo, i parassiti meritori, i grassatori a  fin di bene, le merdaiole in tailleur, i Katanga dei CAF; lacrimano le madonne di Civitavecchia dell’equità, i peltasti dell’anima bella, strimpellatori, blogger, attorucoli sovrappeso, intere medjugorje dell’appacificamento più spietato, uranisti accalorati dalla stagione degli amori universali; le Caifa svizzere alzano i toni, stropicciandosi le vesti (a brandelli no, si ragiona: i capi firmati, in fondo, costano) mentre, alle antilopi, gli antisemiti col copyright assentono: e con loro i reazionari da cappuccino: siamo tutti fratelli o no? Singh è morto, i particolari fanno rabbrividire la platea: un braccio mutilato, come in uno splatter di terz’ordine, posato su una cassetta di frutta, in plastica, evidenza simbolica dello s-fruttamento. Legioni di Sikh dalla barba d’ebano protestano: basta, per quattro soldi! Inumano! Terribile! Inciviltà! Sì, l’Italia, culla della civiltà, è ormai avvertita per quello in cui l’hanno trasformata decenni di propaganda ovvero in una frontiera ove ogni diritto è negato. Un impasto di barbarie ferina, evasione fiscale, schiavismo littorio, collusione criminale, sanguinosa omissione di soccorso. Ah, i cuordipietra italiani! Come siano andate le cose è impossibile dirlo. Quando parte la locomotiva delle salse lacrime ogni scemenza si accomoda nel proprio cantuccio ad avvalorare le più formidabili panzane. Da subito gli anti italiani, i dissolvitori del Paese, si rendono conto della ghiottoneria: un immigrato, il braccio tranciato, il caporalato. Cotta a puntino la torta lievita sino a ciò che interessa: la denigrazione dell’Italia, sempre ben accolta, avvertita ormai quale sentina d’ogni reazione, e la distruzione del residuo tessuto economico che ancora muove una nazione, questa sì, dissanguata ed eviscerata da un ignobile patriziato di ascari. Singh è una vittima e, allo stesso tempo, il mezzo perfetto per ridurre a zero ogni mobilità economica. In nome di Singh arriveranno controlli, balzelli, arresti, indagini; magistrati, politicanti, e le altissime istituzioni, continuamente in fregola per avversare il Paese ch’esse dovrebbero rappresentare e che, invece, hanno messo all’incanto, a libbre sanguinose, sugli uncini della globalizzazione. Dell’Italia non deve restare nulla, nulla deve muoversi; i pomodori te li faranno arrivare col contagocce dalla Tripolitania Inferiore, gestiti dalla multinazionale di fiducia, a emissioni zero e bontà rimoltiplicata sette volte sette: biologici, carissimi, ma col sorriso sul picciolo: noi siamo i pomidoro senza difetto, altruisti, rotondi e insapori per elezione.

Perché il banchiere Emmanuel Macron si è sbrigato a inscenare questa ennesima farsa? Cosa c’è sotto? La coltre di fumo (la repubblica; la destra estrema: sempre estrema, quella normale non esiste; la sinistra; i moderati; i populisti) avvolge il Vero Problema, Ciò che Davvero Preoccupa: l’astensione. I risultati, infatti, sono indifferenti poiché pilotati con mestiere. Marine Le Pen, così come il padre, vantano un alto indice di affidabilità attoriale … ma l’astensione, signori miei, equivale al principio del disprezzo della democrazia ovvero dell’inganno. Rifiutare la democrazia, falsa come una banconota da tre euro, è la condizione non sufficiente, ma assolutamente necessaria a far saltare il banco. E allora? E allora l’astensione, in Francia, culla della democrazia progressista e liberale, è stata sconfitta: 70% alle urne. Ovviamente il dato è falso, come spesso accade nei momenti di crisi. Però questo premeva, questo è stato ribadito, anche se in tono forzato, visibilmente posticcio. Il resto (le migliaia di analisi geopolitiche, antipolitiche, apolitiche e socioculturali su negri che votano e bianchi che tornano al voto) contano zero; a governare la Francia può essere una ex finta fascista oppure un giovane uranista dai denti gialli e dall’incisivo storto, perché no? Potrebbe essere anche un pupazzo della Marvel, il pilota automatico de L’aereo più pazzo del mondo o la consueta figurina seriale pescata fra i simulacri del femminismo efficientista in tailleur: va tutto bene. I Francesi hanno scelto; anzi: la stragrande maggioranza dei Francesi ha scelto: la democrazia tiene. Questo il succo delle giravolte costituzionali, delle manifestazioni isteriche, dei proclami. Una sequela di candidati-attori, di raro squallore, nemmeno così convinti del ruolo come lo si era un tempo, sciatti, bolsi, servili … la giostrina, però, ideologicamente, protrae i suoi giri. La democrazia! Un elettore non riesce nemmeno a decidere dove installare un semaforo eppure è convinto di deviare i destini della Francia! Quanta fede ci vuole per questo? Pardon: quanta mancanza di fede occorre per ridursi a tale impasto di miccaggine? Fatti salvi i brogli, oramai una pratica rodata e senza pericoli: il bianchetto digitale è a prova di bomba avendo eliminato persino la più labile prova oggettiva. E al ballottaggio, un sistema truffaldino ideato per modellare convenientemente eventuali risultati sgraditi, cosa accade? Ma addirittura il record! Affluenza mai così alta dal 1981! Non solo, ma vedete come l’affluenza e la partecipazione si configurino come le Stalingrado della democrazia! Il nemico è in fuga! Vive le République!

30 marzo 2024

Buona Pasqua 2.0


Roma, 31 marzo 2024

Tucker Carlson: “Il Nuovo Ordine Mondiale è morto. Il mondo si sta resettando completamente. L’ordine del dopoguerra sta crollando e la NATO, ovviamente, crollerà”.

Tucker Carlson, che ha pure un bel nome, è il nuovo beniamino degli Speranzosi. Agli Speranzosi piace tifare, mica cercare la verità. La verità dei fatti, intendo, che, quasi sempre, equivale a infilare le mani alla cieca in un covo di vipere. Tifare appaga, tifare rilassa, tifare fa comunella, tifare dà sicurezza – ovvero il narcotico rilascio dello sfintere che segue alla consapevolezza d’essere in tanti. Essere in pochi, invece, essere soli, di fatto, soli per tutta la vita, regala brividi di gelo lungo la spina dorsale. Chi vorrebbe vivere una vita così? Giunti a un certo punto ci si sente come dei sassi: sole, vento e pioggia più non importano.

Quindi Tucker afferma: “Abbiamo vinto!”. Fosse stato così semplice, avremmo messo tutti la firma. Una nazione, la Russia, depapuperata sin all’osso, e umiliata dai clientes del Nuovo Ordine sin agli anni Duemila, in vent’anni è riuscita a risorgere e a guidare una reazione vincente appropriandosi di qualche migliaio di chilometri quadrati di un ex nazione, l’Ucraina, depauperata sin all’osso, e umiliata dai clientes del Nuovo Ordine: da 0-4 al trionfo, avendo tutti contro, dagli arbitri al pubblico ai guardalinee, così come non era nemmeno riuscito a Michael Caine e Pelé in Fuga per la vittoria. Domandiamoci, però, se vittorie e sconfitte passano gli uomini o meno. Hic stat busillis. Le tendenze fondamentali del nostro tempo, la tecnica, la digitalizzazione, la sparizione del reale, la globalizzazione della miseria spirituale, ci parlano dell’esatto contrario. Dovremmo chiederci cosa accadrà di questa presunta vittoria fra dieci o quindici anni, quando Putin (e tutti gli altri figuranti della Storia) saranno stabilmente all’ospizio o al cimitero. Chiediamoci, altresì, se questa vittoria è foriera di un’inversione della catastrofe in atto. Lo è? Non sembra. La secolarizzazione avanza; il saeculum impregna totalmente le esistenze dei miliardi, da Dubai a Shanghai a New York. Qualcuno declina, altri paiono ascendere. E allora? Proprio questo il segreto della globalizzazione. La scomparsa di quello che può chiamarsi Europa, e quindi Occidente, non è nient’altro che un atto rituale propedeutico all’abbraccio finale. Certo, nelle more di questa sconfitta universale, si possono equivocare degli eventi contingenti quali vittorie …

Sarei felice, prima di crepare, di vedere i cavalli cosacchi abbeverarsi in San Pietro, e di vivere una vera Pasqua … o un vero Natale …  uno solo … mentre i cardinali del Conclave pendono da qualche forca. Lo vedo difficile, però. Tra le nebulosità della palla di cristallo, chissà perché, mi appare sempre un cartello, anzi più cartelli, di un giallo canarino, appesi a decine sulle colonne del Bernini. Recitano: “FOR SALE”.

Sperare è facile. Lo si fa dal divano. Contrastare alla dissoluzione, invece, risulta assai duro; sgradevole, depressivo; sì, durissimo. Contrastare vivendo la propria vita al contrario, erigendo un’esistenza che dice “no”, questo è ancora più aspro e pericoloso. Qui siamo alla porta stretta, al canapo nella cruna dell’ago. Gli exempla dei santi questo vogliono dirci. E ogni epoca esige il proprio santo ovvero un certo tipo di martirio, di testimonianza. Non basta, nel 2024, sistemarsi, come gli stiliti, sulla cime di una colonna rinunciando del tutto al saeculum. Il nostro tempo corrompe anche i migliori e il tanfo dello zolfo si insinua persino negli eremi più inaccessibili. Serve un “no” onnicomprensivo, ma chi ha il coraggio e la forza di pronunciarlo?

29 febbraio 2024

Trattori e spicci


Ro
ma, 28 febbraio 2024

Diavolo d’una Giorgia. Preoccupatissima del voto in Sardegna (qui si vince un’altra volta!), ha urgentemente rimediato, con la velocità impressionante d’un Fregoli. Andata a scovare il più antipatico candidato del mazzo, fatto fuori quello che assicurava i migliori clientes, ha percorso ventre a terra li cattru mori come la cavaliera della sconfitta, fra boccacce, dichiarazioni a vanvera e selfie NATO, giusto per alienarsi il maggior numero possibile di voti. Eppure non bastava! Questi cretini si rifugiano nell’astensione, ma l’altra non la votano abbastanza! La politica contempla anche l'arte della ritirata, soprattutto quando si dovranno imporre patrimoniali e sangue di drago. Noi li aiuteremo, come sempre, ma la faccia la mettano gli altri! E allora, con cautela, giù passi falsi, divisioni interne, piagnistei e litigate, e la benedizione delle randellate ai liceali utili per il ludibrio h24. Alla fine, dopo un incredibile e sospetto stillicidio dalle sezioni, specchio d’una organizzazione che avrebbe fatto dimettere i ministri dell’Interno di nazioni più strutturate della nostra, dal Gabon alla Guinea Equatoriale, la sospirata débâcle. Salvini sostituito da qualche esponente più vaselineggiante (ha fatto il suo tempo, basta farse sovraniste in nero, ci vogliono leccapiedi in chiaro + IVA), governo in autosmantellamento controllato, l’isola direttamente nelle mani di Jen Stoltenberg-Heiberg. Le felicitazioni dell’israeliana Schlein alla compagna di mille giochi hanno chiuso (con ecumenica festa a sorpresa e scambio di cotillons) anche questa stagione di successo della filodrammatica elettorale.

Le elezioni sono l’indizio chiaro che si vive in una democrazia! Che ci distingue dalla dittatura! La “x” è garanzia di libertà!
E bravo il mio coglione.
Ma cos’è la democrazia? La nostra democrazia attuale, intendo, quella liberale, che dal cul rugge la trombetta della libertà. Ci si interroghi sul perché la democrazia ci ha progressivamente isolati e poi schiacciati in una globalizzazione ben peggiore di quella prefigurata da George Orwell e nell'opera del maestro suo, mai riconosciuto per tale, Evgenij Zamjatin. Alla domanda risponde uno dei pifferai più rispettati del pensiero liberale novecentesco, Norberto Bobbio. Afferma Bobbio ne Il futuro della democrazia (sarebbe bene leggere con accuratezza il pastone che propongo): “La democrazia è nata da una concezione individualistica della società, cioè da quella concezione per cui, contrariamente alla concezione organica, dominante nell’età antica e nell’età di mezzo, secondo la quale il tutto è prima delle parti, la società, ogni forma di società, in specie la società politica, è un prodotto artificiale della volontà degl’individui. Alla formazione della concezione individualistica della società e dello stato e alla dissoluzione di quella organica, concorsero tre eventi che caratterizzano la filosofia sociale dell’età moderna: a) il contrattualismo del Sei e del Settecento, che parte dall’ipotesi che prima della società civile esiste lo stato di natura, in cui sovrani sono gli individui singoli liberi ed eguali, i quali si accordano tra loro per dar vita a un potere comune cui spetti la funzione di garantire la loro vita e la loro libertà (nonché la loro proprietà); b) la nascita dell’economia politica, vale a dire di un’analisi della società e dei rapporti sociali il cui soggetto è ancora una volta il singolo individuo, l’homo oeconomicus, e non il politikón zôon della tradizione, che non viene considerato per se stesso ma solo come membro di una comunità, l’individuo singolo che, secondo Adam Smith, ‘perseguendo il proprio interesse, spesso promuove quello della società in modo più efficace di quanto intenda realmente promuoverlo’ (del resto è nota l’interpretazione recente di Macpherson, secondo cui lo stato di natura di Hobbes e di Locke è una prefigurazione della società di mercato) c) la filosofia utilitaristica da Bentham a Mill, per cui l’unico criterio per fondare un’etica oggettivistica, e quindi di distinguere il bene dal male senza ricorrere a concetti vaghi come ‘natura’ e simili, è quello di partire dalla considerazione di stati essenzialmente individuali, come il piacere e il dolore, e di risolvere il problema tradizionale del bene comune nella somma dei beni individuali o, secondo la formula benthamiana, nella felicità del maggior numero”.

27 gennaio 2024

Soffittizzatevi!


Roma, 27 gennaio 2024

Si domanda una delle gazzette dell’Illuminismo Nero: “Le auto volanti delle città del futuro faranno troppo rumore?”. E il sottotitolo, sbarazzino, recita: “Quando sulle nostre teste ci saranno le auto volanti l'inquinamento acustico peggiorerà. Per questo gli ingegneri studiano per renderle più silenziose”. La mucca da pascolo delle sciocchezze tecnologiche e il tecnopuero leggono; e sognano; e rimuginano: ma queste macchine faranno o non faranno rumore? Eh, sì, un bel problema … per fortuna ci sono gli ingegneri … che s’ingegnano … e risolveranno, sicuramente … quando mai non hanno risolto qualcosa, loro, gli uomini della scienza, in camice e alambicco? Per il tecnopuero il problema sono i decibel delle auto volanti, non l’esistenza delle stesse, ch’egli già vede rigare i cieli d’una città formicolante e automatizzata, in cui umani e androidi coesistono e la felicità, guidata dal progresso ateo che sempre avanza, la si stacca dall’albero di pomi del Bene. Per carità, a "Focus" e al castrone da fattoria 2.0 mica gli passa nella capoccia ch’egli non guiderà un tubo, né per terra e né per mare, che la sua esistenza, già grama, sarà ridotta nei loculi della Monarchia Universale, soli, consumati nella depressione che, a tratti, in violenti raptus, si sfoga in verde livore … contro chi? Contro chi gli indicheranno, la lattigine del PC a illuminare volti tirati, senza scampo. Non c’è niente da fare, il micco da "Focus" s’immagina già sull’auto volante, mentre chiede il permesso al roboserver di attraccare al ventiduesimo piano nel condominium di prima classe nel caseggiato medio-patrizio del settore metropolitano Est/4 di Alma … il loft panoramico già riscaldato, la collaboratrice o il collaboratore androidi già pronti a soddisfarlo mentre l’olovisore seleziona i punti di prospettiva migliori per godere della partita di Supercoppa d’Asia Shanghai – Tehran. Non lo mette in guardia il proliferare dei rottami, a milioni, dagli smartphone ai tostapane, il malfunzionamento strutturale degli ordigni digitali, il fatto che ogni trovata (scale mobili, tapis roulant, asciugatori, condizionatori) deperisca nel giro di pochi mesi e che, nonostante i miliardi di euro investiti, non si riesca a risolvere alcunché ricorrendo alla tecnologia celeste e che i mirabolanti uffici del terziario, open air, siano ricettacoli di lerciume e sfruttamento.
Macché, a lui importa il sogno, che il sogno continui; il sogno che non ben precisate entità, altruiste e benigne, lavorino per lui, incessantemente, escogitando sempre nuovi gadget per rendergli la vita facile … i nuovi chirurghi del futuro, i robot! Quelli mica sbagliano! Ah, il progresso … poi la ASL gli assegna una TAC nel 2025 …
E invece sarà pianto e stridore di denti, lì, nel cubicolo, dove, forse, permetteranno, oltre agli elettrodomestici ricondizionati, di tenere un pesce rosso di gomma.

L’Illuminismo Nero molto ha promesso, e le moltitudini ancora vi credono. Concedendo qualche mirabilia, ma, ecco il trucco, sempre in cambio di qualcosa: che ora non è più possibile recuperare. Tutto ha un prezzo, dicono i turbocapitalisti. Peccato che nel contratto che il nostro tempo ha stipulato con la promessa del progresso illimitato, il “do”, pendant di “ut des”, fosse scritto con l’inchiostro simpatico. E, però, ora che ci si avvicina ai roghi finali, quelle righe cominciano a risaltare sulla pergamena dell’inganno: sì, par di capire, dobbiamo al futuro una libbra di carne. L’ultima, poiché le altre, senza che nessuno se ne accorgesse, sono già state riscosse dal fattore. Certo, a suo tempo, occorreva dire di no, un no che fosse un no, ma chi ha mai avuto il coraggio di esclamare questo scandalo?

Liofilizzazione, da liofilo (greco λύω, lio-, ovvero "sciogliere"). La liofilizzazione, leggo da un sito a caso, “è un essiccamento sotto vuoto spinto di un materiale preventivamente congelato, mediante il processo di sublimazione, ovvero il passaggio diretto dallo stato solido (ghiaccio) allo stato di vapore (eliminazione dell'acqua)”.

14 dicembre 2023

Il mondo dietro di noi

Roma, 14 dicembre 2023

Il centrodestra vuole il premierato. Per chi? Per il prossimo supertecnico che le darà il benservito. Col proprio consenso, ovvio. Nel farlo, tirerà un sospiro di sollievo: le famiglie sono ormai al sicuro, gli appalti pilotati a dovere … ora tocca ai vicini di loggione … il popolicchio si arrangi, lui e il suo stellone … per noi può tornare chiunque … Draghi, Monti, Schlein … espirazione, inspirazione … sinistra, destra, tecnico, sinistra, destra, tecnico … il micco è servito, Davai Italianski!, limone in bocca e carota, l’immancabile carota, a vellicare il tifo più sterile e l’istinto dell’autocommiserazione. Rivoltolarsi nel brago della decadenza, infatti, dona brividi di piacere.

Non è stato il Ministro dell’Istruzione e del Merito dell’ex Repubblica Italiana, Giuseppe Valditara, a nominare Anna Paola Concia quale ambasciatora dell’Amore che ci Avvolge Tuttə nelle aule che stipano i residui pargoli italiani, ormai istupiditi, bensì Anna Paola Concia a creare le condizioni per la nomina di Giuseppe Valditara. Solo alla luce delle vere gerarchie si comprende la realtà globale. La devoluzione dell’avanspettacolo leghista “Profumo Dur - secessionismo con carro armato di latta - ponte dei terroni - lesbiche in classe” è solo apparentemente enigmatica. In realtà non ci siamo mai spostati dalla catastrofe (gr. kαταστροϕή, rivolgimento, capovolgimento finale che rivela la tragedia), progettata più di trent’anni fa, a cadaveri e macerie ancora caldi. Che la Anna Paola Concia abbia rinunciato all’incarico fa solo parte del piano che, al riparo da ogni obiezione, avanza. Al prossimo suono della campanella, magari con una nuova maggioranza, avremo i surrogati della direttrice artistica Concia, vestiti a festa, con i talleri europei cuciti sulle tutine d’organza, a insegnare come si diventa un servo, definitivo e irredimibile.

Il giornalista Massimo Del Papa, vaccinato, si lamenta dei danni da vaccino. La sua ricognizione sulle responsabilità istituzionali è condivisibile. Meno accettabile è lo j’accuse contro lo Stato e i partiti che promanerebbero da ideologie totalitarie, di destra e di sinistra. Già che c’è, forse per riflesso pavloviano, Del Papa coinvolge anche la Chiesa. L’errore è fatale. È proprio l’assenza dello Stato, già parodia della Patria, e cioè lo Stato 2.0 aggredito e conquistato dalle fanfaluche sul libertarianesimo, il liberismo, i liberali e il pensiero debole, ad aver permesso e giustificato questo. Il presunto Stato, in tale vicenda allucinante, entra solo coi suoi rami repressivi; un nudo esoscheletro con mere funzioni di polizia, ingannevolmente al servizio degli individui. La partita impari, e dall’esito segnato, si giocava fra tale apparato, connesso criminalmente a livello globale, e l’individuo. Di qui la tragedia. Tutto ciò che sino a pochi decenni or sono costituiva la vera difesa dell’individuo dal totalitarismo - organizzazioni religiose, accademiche, amicali, militari, corporative, politiche e professionali - fu dolosamente liquidato; spesso in nome di quella falsa libertà anarcoide, instaurata durante le rivoluzioni colorate degli anni Sessanta, di cui le parole di Massimo Del Papa sono ancora riflesso.

La fiscalizzazione dell’esistenza si è insinuata fra noi inavvertitamente, grazie al trojan della comodità.

15 novembre 2023

Vogliamo vivere!


Roma, 16 novembre 2023

Ho passato quasi metà della mia personale esistenza a vivere la vita di un altro; e ciò che ne restava a ripudiare il tempo in cui nacqui, giorno dopo giorno. Da giovane, per campare, si doveva fingere in tutto: sui banchi di scuola, in società, al lavoro, in vacanza, al bar. Ci si riservò la mendacità, una briosa discesa agli inferi. Il grasso di quella breve epoca edonista consisteva, a ben ri-vedere, nella moneta presa in prestito dal più sordido usuraio; e si viveva in accordo con quei semitoni una danza di sguaiato e inavvertito orrore. Quanto tempo perso, quanta stupidità in ogni atto! Alla nostra secolare etica, che disconosceva, come ogni tradizione che ci tiene in vita, il giudizio su sé stessa, se ne sovrappose un’altra, apparentemente libertaria, ariosa, dalla vastità infinita. Fu un miraggio degno di Alcina. In realtà vedevamo con altri occhi e i nostri, gli unici che potevano salvarci, furono resi ciechi: “gli ochi nostri tenebrosi”. Poi cominciai a leggere meglio, a vedere meglio. Non si trattava di risvegliarsi a niente, semplicemente giudicai secondo ciò che siamo sempre stati. E presi a vivere la vita al contrario. Sottosopra. Perché il contrario del contrario è la retta via. Dappertutto giravo in senso antiorario, come i detenuti durante l’ora d’aria. Alla stanga, a faticare il triplo, a essere compatiti (non capisci!), a rimanere esclusi, inevitabilmente, dal corretto fluire della vita che ancora, sonoramente, disperatamente, con risate isteriche e forzate, gorgogliava giù per la fogna. Dove merita di stare.

Una volta non ci si domandava: voglio vivere nel mio tempo, oppure no, lo rifiuto. Ci si adattava secondo un conformismo più o meno accettabile, schiantati da sacrifici o privazioni, oberati dal male, ma l’intimo conforto di cui si godeva erano quei punti cardinali verso cui guardare. Qui è il problema. Un asse del mondo è necessario, o per conformarsi o per tentare di svellerlo alle fondamenta. Le epoche o sono incardinate alla tradizione oppure minacciate da sconquassi sociali e umani, ma la bussola deve necessariamente segnare un nord morale. Uno dei primi a rendersi conto dello sfacelo fu William Shakespeare: quella frase, apparentemente innocua, poiché riferita a una vendetta ("Time is out of joint", il tempo è fuori dei cardini, della giusta guida), alludeva al tramonto di un Ordine (di un kosmos) e all’incipiente in-augurazione dell’apostasia inglese. Egli intuiva che quel turbine di sangue celava non certo il male, presenza connaturata all’umano, bensì il nichilismo corrosivo e sterile dei nuovi tempi a venire.

Nel Riccardo III alcune nobili dame si rinfacciano assassinii:

13 ottobre 2023

Operazione cubicolo

Roma, 13 ottobre 2023

Chi diavolo è Klaus Schwab? Da dove viene? Non ne ho idea. Questi personaggi vantano più l’impalpabilità delle evocazioni che una reale consistenza storica. Allo stesso modo ci stiamo ancora chiedendo: chi è stato davvero il mezzo inglese Roberto Speranza? E Giuseppe Conte? Alcune importanti trasmutazioni chimiche, in fondo, necessitano di reagenti apparentemente insignificanti. Schwab non so chi sia e non m’importa saperlo. Più importante la fisiognomica: quelle guance flosce, a esempio, rassomigliano alla colatura di pongo di Jeff Koons. Egli è uno dei latori dell’Indifferenziato; Egli anela, per noi, il cubicolo. E lo avrà. Niente auto, niente passaporto e viaggi, niente lavoro, nessuna scuola, ma solo dottrina; abolizione del codice penale, liberalizzazione droghe, eutanasia, legalizzazione delle parafilie maggiori. E il cubicolo di quindici metri. In cui agire soli. Persino il centro delle città avrà a degenerare in meta ambita e sconosciuta dai novi plebei. I commerci si ridurranno all’essenziale, poiché assorbiti quasi interamente dalle multinazionali, le aule penali svuotate dalle legalizzazioni (nulla è colpa!).
Ma non sarà così, è impossibile! Lo concedo: c’è la minuscola possibilità di un fallimento. Ciò che non si potrà scongiurare, però, sarà la distruzione. Dalla distruzione non si torna mai indietro.

L'Italiano accorto del blog sentirà il dovere di leggere il racconto di Philip K. Dick, Il gioco della guerra (War game, 1959). Ganimede, luna di Giove, ha delle mire di conquista nei riguardi della Terra. Si sospetta che i Ganimediani possano lanciare azioni ostili da un momento all’altro. Uno dei mezzi più subdoli che potrebbe usare il nemico: i giochi per bambini. Per questo motivo, una squadra dell’Ufficio di Importazione sottopone a un esame severo due di essi, prossimi al lancio sul mercato terrestre. Il primo è un imperscrutabile gioco di guerra, l’altro una variazione del Monopoly. L’attenzione dei funzionari si concentra sul complesso war game di cui, tuttavia, non si riesce a stabilire la reale finalità: lo si mette, perciò, in quarantena; il secondo, The syndrome, viene ritenuto un innocuo passatempo e ha via libera. Quando il giocattolaio Joe Hauck porta a casa un prototipo di The syndrome, esso affascina da subito i figlioletti Lora e Bobby. Gioca assieme a noi, papà! E Hauck gioca. Ed esclama: “Ho vinto!”; e invece no, lo correggono i bimbi, qui “bisogna disfarsi dei propri averi. Sei fuori del gioco papà!”. Hauck cerca l’accumulo, ma The syndrome esige l’esatto contrario del Monopoly. Esso, infatti, insegna ai bimbi come “cedere con naturalezza i loro averi [tanto che i bambini, per vincere] davano via le proprietà e il denaro con avidità, in una sorta di trepido abbandono”. Vince chi perde tutto. Non avrai nulla e sarai felice. I Ganimediani, come Schwab, la sapevano lunga: "Dietro di lui, i due ragazzi continuavano a giocare, animandosi sempre di più man mano che le azioni e il denaro cambiavano proprietario ... Guardandolo con gli occhi lucidi, Lora disse: 'È il più bel gioco educativo che tu ci abbia mai portato, papà!'".
Occorre indottrinare da subito per avere la certezza dell’assenso poiché anche la rassegnazione può insegnarsi e divenire costume.
Allo stesso modo, i ragazzetti romani di borgata dei Settanta erano devoti al traversone, ovvero all’esatto contrario del tressette. Vinceva chi rifilava i carichi agli avversari totalizzando il meno possibile. Tressette e poker assommano, il traversone dilapida. A posteriori, rinvengo in quella passione ludica un logico correlativo della nostra inferiorità sociale.

Improvvisamente sento berciare dalla camera accanto alcune voci concitate: “Hamas! … Ashkelon!! … barrage di razzi!!! …”. La televisione! E pensare che non l’accendo mai … come ha potuto farlo? Sospetto ch’essa, che da anni mi spia, anche mentre visiono innocui documentari sull’arte del Neolitico, sia ormai posseduta da un’entità capricciosa che vuole recarmi noia. Infastidito dal vociare, irrompo per tacitare l’ordigno. Lo trovo sintonizzato su RAI3, all’ora del telegiornale quotidiano. Sullo schermo immagini di guerra. Guerra, stavolta, israelo-palestinese. E cos’altro, se no? Il telecomando, ovviamente, non risponde agli impulsi. Alberto Angela sentenzierebbe che sono esaurite le pile, ma - ne ho quasi la certezza - ormai si comanda da sola. Infatti, nonostante pigi l’off della tacitazione elettrica, Ella persiste nel frignare. Che voglia dirmi qualcosa? Scendo a patti e m’assiedo. Sullo schermo l’inviata della RAI, acronimo di Radio Audizioni Italiane, si conduole con i colleghi da Roma d’una terribile esperienza: la stanno bombardando.

29 settembre 2023

La pesca

Roma, 29 settembre 2023

Una nota catena italiana di supermercati lancia una campagna pubblicitaria ove compare una bimbetta, Emma, e i genitori divorziati. Emma soffre per la separazione, ma, ingenuamente, cerca di rappezzare i rapporti fra il papà e la mamma col dono di un frutto, una pesca.
L'innocente operazione commerciale ha scatenato un prevedibile flame da distrazione di massa, ancorché di proporzioni inusitate.
Alcuni allocchi hanno equivocato il consiglio per gli acquisti, ideato al fine di far comprare più prodotti nella nota catena italiana di supermercati, per una svolta in senso reazionario: a favore della famiglia; altri isterici, ben più numerosi, dalla parte progressista della barricata, l’hanno inteso, invece, per una svolta in senso reazionario: a favore della famiglia.
Entrambe le fazioni sono composte in larga parte da tecnopueri ovvero da individui i cui unici sentimenti sono mediati dal web; essi esprimono, perciò, al massimo, un vago sentimentalismo digitale ove non hanno campo un vero odio, una reale gioia, un afflato di libertà. I simulacri dei sentimenti animano, perciò, un homunculus dai tratti infantili che, purtroppo, non vanta le emozioni sorgive degli infanti, ma ne rappresenta la raggelante parodia. L’infantilismo di massa, fanatico e sprezzante, specchio deformante del violento e ricco cromatismo delle reali emozioni umane, oggi preterite o represse, forma le quadrate legioni degli armigeri del web: controinformatori, gatekeeper, fact checkers, polemisti calvi, geopolitici in fregola, femministe in pieno arco isterico, checche sfinteriche, decime mas dell’impotenza.
Se i reazionari digitali sono, assai semplicemente, degli imbelli, è nel campo sedicente progressista che si rinvengono le reazioni più scomposte e interessanti. È bastata una pallidissima e involontaria evocazione dell’Antico Ordine per scatenare la fase del clownismo chiacchierone: contorsioni, bava alla bocca, coprolalie, insulti sanguinosi, bestemmie, irsutismo lesbico, furore da licantropi al plenilunio: ove per clownismo ci si riferisce alla fase acuta dell’isterismo, da sempre identificata con le possessioni.
Ma cosa è accaduto davvero per accendere tali dimenamenti da tastiera?
La serica trama del politicamente corretto, filata in decenni di propaganda ossessiva che ognuno ha dovuto ingurgitare, a piacere o controvoglia, come le foglie di un gelso venefico, imbozzola oramai l’Italiano, chiuso al suo interno senza alcun contatto con la realtà di ciò che è stato. Quando, per un incredibile accidente, tale insetto, chiuso nel depressivo solipsismo PolCor, entra pur minimamente in contatto con l’evidenza, si crea la reazione isterica. Gli insulti sono vomitati, quindi, per proteggere tale coscienza posticcia, creduta progressiva e, perciò, inconfutabile, contro l’insorgere della verità che, latente, ancora alberga nei cuori.
Negare a onta di qualsiasi evidenza, a costo di sacrificare sé stessi. Tali le ondate di fanatismo di massa che stiamo affrontando. E la situazione peggiorerà. I bruchi si trasformeranno, prima o poi, in perfette falene psicopatiche. Gran parte delle nuove generazioni non sembrano toccate da tali accensioni sol perché, in loro, l'anima artificiale è degenerata in ordinaria e seriale complessione psicologica.
Questi esseri da villaggio dei dannati saranno, inevitabilmente, i naturali carnefici della residua normalità.

02 settembre 2023

Hysteria!


Roma, 2 settembre 2023

In Niger scacciano i colonizzatori! L’India va sulla Luna! I BRICS non pagano il petrolio in dollari! Crolla il sistema che ha governato il mondo nell’ultimo secolo! Se non più! E tutti a ballare la polka … come se tali avvenimenti non favorissero sfacciati, invece di negarne l’inveramento storico, proprio ciò di cui si celebra l’apparente funerale: la globalizzazione terminale, la Monarchia Universalis.  

Lacrime su Michela Murgia, altra inessenziale figurina della sedicente scena letteraria e intellettuale dell’ex Italia. Il funerale, né cattolico né pagano, celebrato nella chiesa di piazza del Popolo, una volta dedicata alla Vergine, e oramai mezza sconsacrata, ha rivelato l’essenza dei Nuovi Tempi … a riguardare certi spettacoli trascorro intermittente tra rictus spettrali e facies da umor nero … L’enormità delle eulogie, sproporzionate rispetto al reale peso della Defunta, l’indifferenza al luogo di culto, scambiato dal becerume per una fumosa sezione di partito, le allocuzioni strampalate … ove alcune citazioni da fumetto, commiste ai ricordi più goffi, si induriscono improvvisamente in sconclusionate quanto violente invettive alimentate da un odio incomprimibile, di cui gli autori stessi ignorano la scaturigine reale … tutto induce a uno sbalordimento che sconfina nel malessere. Una di tali Erinni postmoderne, che il Potere ama ingigantire sin al rilievo d’intellettuale, brutta e insecchita dal risentimento, vocia scomposta dal baldacchino della prosopopea: la concione rassomiglia alle registrazioni allucinate carpite da una cella imbottita, ma ognuno la prende sul serio, per carità, dal pretame agli stracciaroli della stampa lì convenuti … eppure indovino, negli interstizi di quei monologhi, a unico conforto, una segreta e divorante disperazione … si può volare assecondati dai venti del Conformismo dei Tempi Nuovi sin a credersi latori della Verità, ma è arduo ingannare la propria natura profonda: da tale duello interiore deriva l’isterismo.

Ormai nemmeno leggo più tanto. Mi hanno tolto questo piacere. Infatti, non esistono più libri. L’obiezione principale che mi si può muovere ("E le librerie, allora?") non tiene conto del fatto che le librerie non vendono più libri. Pochi giorni fa sono entrato in una delle ultime operanti a Roma, di una nota catena. L’odore dei disinfettanti, esaltato dall’aria viziata dei condizionatori, quella miscela nichilista di falso pulito, mi ha subito aggredito alla gola. Ormai ogni lupanare delle multinazionali, o di bugigattoli nazionali a esse affini, dalle banche al vestiario, profuma allo stesso modo, di detergenti asettici, anonimi, seriali. Le luci al neon e l’ordinamento meticoloso dei prodotti delle scaffalature reca un senso di smarrimento; l’impressione è che tale ordine celi l’estrema povertà dell’offerta. Cinema e musica sono scomparsi; residua l’attualità di qualche titolo; e l’orrenda moltiplicazione di offerte di libri per bambini, uno peggiore dell’altro, di baedeker da cucina, vademecum new age, ricettari da svago. Come se l’ominicchio attuale dovesse ancora svagarsi … ma da cosa? Le copertine sono necessariamente sgargianti, con titoli vistosi, smerdate da foto o disegni di terrificante stupidità; l’impaginazione è grossolana, la carta mediocrissima, le cuciture inesistenti. Al di là del contenuto, il libro ha perduto del tutto il proprio valore di preziosità. Un libro si stampa e si getta via. Ciò ha praticamente distrutto il settore dell'antiquariato: i libri stampati negli ultimi trent’anni ci si vergogna persino a esporli accumulandoli come spazzatura fuori del negozio,
in offerta a pochi euri; la maggior parte viene viene sversata nei bookcrossing o nelle carceri. Dopo pochi minuti ero già disgustato da tutto: difficile nascondere il ribrezzo al contatto di quelle levigature di straziante alienazione; la mancanza di materiali nobili liofilizza anche il pensiero … pure quegli allucinati omaggi alla cosiddetta cultura, le gigantografie di Garcia Marquez e Brecht, scoraggiano all’acquisto ... persino di Garcia Marquez e Brecht ... il povero Bertolt, poi, chi se lo compra più oramai? Quando il PCI e l’Einaudi spingevano per Mutter Courage, forse … ma oggi lo si riguarda come testimonial, al massimo .... a testimoniare l’engagement … ma di chi? Di Saviano, che quello ha da scalare le classifiche di vendita … Anche il settore dei classici rigurgita di orrori. Impossibile (dico: è impossibile) leggere Conrad o Catullo in tali edizioni brossurate … la forma, signori … stupra brutalmente il contenuto … il verso Ancor che l’aigua per lo foco lassi, di cui, in mancanza di maestri, s’ignora la natura e la segreta, intima, bellezza, non può fisicamente leggersi o apprezzarsi sfogliando quelle pagine puzzolenti di colla alla buona … l’utilitarismo straccione sbaglia ancora i calcoli, o meglio: gli Italiani, ancora una volta, si son lasciati infinocchiare da questi imbonitori taccagni, sacrificando ciò che furono ... eppure si comprendeva, sino a pochi decenni or sono.

19 luglio 2023

Canicola

  

Roma, 20 luglio 2023

"Anche i migliori non sfuggivano talvolta alla tentazione di degradarsi volontariamente, di livellare le frontiere e le gerarchie, di tuffarsi in quella superficiale fanghiglia di comunanza, di intimità facile, di turpe promiscuità"

Bruno Schulz, Le botteghe color cannella 

Caldo torrido, caldo africano, ondata di calore, Caronte, Flegetonte, Stige, fuoco, vecchi bruciati dal fuoco, l’Italia che arde, incendi, clima torrido, clima africano, rosso fuoco, picco di calore, temperature a terra, temperature record, caldo record, anomalia record, Italia bollente, bollino rosso, gran caldo, caldo boom, Fontana di Trevi, apocalisse. Fa caldo ragazzi, eccome se fa caldo. Un caldo diverso, però, assai più caldo di quello delle estati passate. A parità di temperatura, ça va sans dire.

Sì, signor giudice … confesso ... lo faccio liberandomi finalmente l’anima da un peso insostenibile, e rimettendomi, al contempo, alla clemenza del Vostro giudizio  … confesso: i trentacinque gradi delle mie estati da ragazzino erano assai più fresche se confrontate coi trentacinque gradi di oggi. Purtroppo, nato e cresciuto quale plebeo, vissi nell’ignoranza … ma ora, in attesa della condanna, severa quanto equa, perdonate una minuscola caduta nel ricordo. Si era a metà degli anni Settanta. Spensierato, come solo i bambini di allora potevano essere, senza nemmeno il sospetto della crudeltà, innocente come un uccellino, solevo sdraiarmi all’ombra, presso il balconcino della nostra cucina: in un palazzo popolare dell’infinito suburbio romano. La mattina, libero dagli impegni scolastici, che pur mi erano cari, io leggevo. Giulio Verne, non ancora Jules, fantascienza, Dracula, Frankenstein, Tex, saggi su Magellano e Cristoforo Colombo (rinvenuti nella sbrindellata e casuale biblioteca di casa), leggende cristiane, Dumas, Paperinik. Andava di moda, a quel tempo, il gioco del clik-clak, due palle di legno legate a un filo che si facevano cozzare violentemente e velocissimamente con un giuoco formidabile dei polsi. I lunghi pomeriggi, senza televisione, amavano riempirsi di tali ritmici rintocchi; dalle decine di balconi che davano sull’ampio cortile interno, sorta di salotto comune, ragazzini e adulti discorrevano amabilmente fra loro; poi, svaporate le ore più calde, ci si ritrovava fra noi, a inscenare farandole e scherzi infantili: allora, per qualche ora, tutto prendeva a risonare di schiamazzi e richiami; l’aria immobile si faceva gradatamente compassionevole; al tramonto s’avvertivano lieti i profumi della cucina: un fritto, della carne al tegame; si cenava, a volte, rinserrati come conigli, proprio su quei balconi; dopo, mentre mia madre risciacquava i piatti, amavo starmene da solo, coi gomiti appoggiati alla ringhiera scrostata. Aspettavo il consueto miracolo personale: le luci della sera. Quelle timide accensioni, una dopo l’altra, contro all’azzurrino del crepuscolo che, dolcissimamente, cedeva il campo alla notte, mi rapivano irresistibilmente, ogni volta. Soggiogato, riuscivo a dimenticare persino la fetta di melone, che mi rimaneva in mano, a mezzo sbocconcellata; l’umile spettacolo: flebili lampadine giallastre, abat-jour, soffusioni al neon, lampadari a goccia - tutto definiva le sagome di chi avevo pur visto, in pieno giorno. Ma quegli uomini e quelle donne, e i loro figli - Stefano Elisabetta Enrico Danila - mutavano, ora, in presenze nuove, fantasmatiche, seppur amiche. Un mondo sospeso, diverso; in cuor mio (ma lo compresi solo più tardi) speravo che rimanesse per sempre, gravido del dono dell’eternità. In sottofondo s’avvertiva il ronfare della città; e il pulviscolo dell’elettrico, lontano, verso il centro formicolante, da lì sfumato come un miraggio. Poi le tenebre infittivano; inaspettata, risaliva da terra una brezza fresca, a scuotere i rami dei pinastri del cortile; allora chiudevo gli occhi, a meglio goderla: il mondo era perfetto.

05 giugno 2023

È arrivata una cicogna


Roma, 5 giugno 2023

I tagli lineari … il taglio delle accise … il taglio delle tasse … il taglio dei boschi … eppure solo un taglio è centrale per la distruzione, probabilmente l’ultimo per l’Italia, quello mortale - l’unico colpo di rasoio a cuore agli psicopatici che comandano a bacchetta la feccia in cravatta e tailleur della dirigenza nazionale, protetta dal basso patriziato che spera ancora di lucrare qualche cioccolatino - quello, orizzontale, fra le generazioni.

Il Sessantotto, rivoluzione coloratissima e psichedelica che iniziò l’operazione “homunculus”, fu il primo tentativo “radicale” di recidere la tradizione (lat. trā-dere, dare oltre, affidare, consegnare in mani fidate id est piene di fede, a cui prestare fede). Non si contarono mai abbastanza gli eserciti di filmini, le canzoncine, le concioni e le invettive varie contro i padri, le madri, gli avi, persino i padri della patria, ridotti a lestofanti e mestatori; la consegna andava sventata ... non una, ma due tre cento volte si dipinse il mondo del passato coi colori bui di una reazione ferina e depravata, da rigettare e dimenticare … in nome della falsa libertà, come sempre, si arrivò alla perversione perfetta dell’etimologia stessa, tradire, fondata sul tradimento supremo e insuperato, quello del ragionier Giuda, che consegnò il Cristo.
E ora assistiamo allo spettacolo di tale mondo libero

E poi seguirono altre rasoiate.
Nelle università contro la trasmissibilità del sapere (il diciotto politico, il trentasei politico, il crollo casual della selezione); nei reparti di ostetricia onde triturare feti e svuotare il ruolo della madre, quella vera, simbolo supremo della vita e della gerarchia legata al sangue; nelle scuole in cui si doveva, da subito, disimparare tutto ciò che ci legava allo ieri, dalla storia (non si studia la guerra in Vietnam, ma ci rendiamo conto!); nella religione (e il buddismo dove lo mettiamo? E il giainismo? Vi fa schifo?); nella lingua (l’inglese vi servirà come il pane! Come troverai lavoro senza inglese? Meno genitivo da latinorum e più genitivo sassone!); in economia, disincentivando mercé miriadi di leggine e regolamenti locali, le più sciocche e gratuite, i piccoli proprietari e il rapporto stesso degli Italiani con la terra onde favorire il latifondismo da multinazionale, spacciato per efficiente; nel sociale con l’irruzione del divorzio; nella psicologia fomentando un immaginario da rotocalco femminile in cui occorreva liberarsi dei tabù instaurati da quei delinquenti di mamma e papà; e ancora: imposte vertiginose sulla casa e i servizi locali (il decentramento!) per costringere alla resa gli omiciattoli e sfarinare lentamente, ma fatalmente, l’asse ereditario (l’eredità è un furto: così i falsi socialisti di ogni risma già in secoli meno sospetti); nel Cristianesimo, tramite il Concilio, che prevedeva minutamente un’architettura, una liturgia e una lingua sciatti, falsamente vicini al fedele, brutti, squallidi, generici - in sostanza un corpus di credenze svalutato come respingente, insulso, fungibile, e reso buono per quaccheri, hippie e animisti, inutilizzabile; nei mestieri e nelle professioni, resi, grazie alla tecnica digitale, roba da passacarte o fenomeno sussunto velocemente dalla sfera seriale; in ogni arte, anche la più minuta, investita al ribasso da torme di dilettanti cui faceva gioco la mancanza di selezione (abolizione della terza pagina, della figura del critico etc).

Cosa significa tagliare quei fili? Cosa significa, in ultima analisi, la rinuncia alla sapienza come tradizione, alla profondità dei secoli?

22 aprile 2023

Occidente in demolizione controllata


 "The tiger springs in the new year. Us he devours"
Thomas S. Eliot

Roma, 22 aprile 2023

Più passa il tempo storico, oramai scandito da malsani scoppi di follia invece che da avvenimenti politici rigorosamente esaminati e classificati, e più pare d’essere precipitati agli estremi fotogrammi di una dittatura africana del dopoguerra. Pochi ricordano Amin Dada e Bokassa, i garzoni messi su dall’Europa per sfruttare quelle lande sradicate al loro tran tran neolitico. Li si chiamava dittatori; erano, invece, lo specchio deformante di un’Europa che si stava liberando da sé stessa. In quanto déracinées, e pertanto privi dei tradizionali ammortizzatori psicologici, i Bokassa solitamente erompevano in orge megalomani d’iperbolico sadismo kitsch; ove la leggenda, s’attenuava, forse, più casta della realtà: oppositori gettati in pozze lutulente ove diguazzavano coccodrilli antidiluviani, troni esornati da centinaia di migliaia di perle, ministri assassinati in pieno consiglio per escinderne ghiotte cervella, amanti depezzate, ceste di diamanti, unzioni messianiche, petti onusti da figliolanze di medaglie da pitocco.
Questi golem morirono quasi tutti nel proprio letto perché gli Europei, che ne hanno viste tante, li trattarono, alla fin fine, da figliuoli scavezzacollo. L’ansia da esecuzione sarà propria dei trogloditi yankee, da Gheddafi a Saddam al povero nefropatico rintanato nelle gole afgane.

Sono tempi d’infimo impero, tempi ultimi per questa nazione rabberciata, l’America, ormai a fine missione. A riguardare il postremo Bokassa della Pennsylvania, Joe Biden, sembra di assistere alla finis terrae della razionalità; discorsi sconnessi o da spacconi, gaffe istituzionali, ciangottamenti, vane gesticolazioni nel vuoto; soprattutto un’istintiva e feroce disistima per la delicata impalcatura democratica: a differenza dei predecessori che, almeno, fingevano uno scontro ed erano costretti a vellicare grossolanamente le pulsioni più elementari dell’elettorato di riferimento (tasse, comunismo, eccezionalismo americano).
Tale spettacolo da Barnum, che si ripercuote vertiginosamente giù per li rami istituzionali, dal transmarinaretto alla polimorfa compagine clitoridea che gli si struscia d’attorno, ci ammonisce variamente.
La prima cosa che salta all’occhio è che l’America ha esaurito il proprio ruolo, e non per sua scelta. La seconda, evidente, ma ancora ignota al miccus suffragans, è che la democrazia, nella sedicente culla democratica, non esiste più, nemmeno nella finzione scenica: percentuali, sondaggi, conteggi e riconteggi non hanno rilevanza; siamo alla pura pantomima. Il prescelto si insedia direttamente; la manfrina dei gagliardetti, delle convention, dei manichini televisivi, liberali o conservatori, repubblicani e democratici, elefante e asino, blu e rosso, viene mantenuta solo per non allarmare troppo il residuo corpo elettorale: mera questioncella di ordine pubblico. E chi è il prescelto? Un Bokassa qualunque, un prestanome; un subdominante cui si concede tutto, dalla repressione interna alle sanguinose minacce internazionali, poiché il voto, nella sua essenza contabile, più non serve: la manipolazione a posteriori fornirà l’innegabile sostanza (c’è poco da fare, ha vinto!), sancita, poi, dalle vacue e sbrigative formalità costituzionali. Anche governatori, sindaci metropolitani e amministratori locali, la flebile epifania della libera scelta democratica, paiono usciti da una sit-com farsesca; come quel senatore della Pennsylvania (ancora!), uno capace di accendere lampadine con la bocca, forse uscito dai provini de Le colline hanno gli occhi; l’irruzione delle minoranze, poi, gravide delle rivendicazioni più sciocche, ha donato quel tocco di delirante anarchia a tutto il caravanserraglio: perché, ricordiamolo, le apocalissi dei cretini richiamano irresistibili il tono grottesco.

No, il Potere non s’identifica più con l’America e il mondo che gli fu soggetto; essa non regge il suo ruolo, secolare, di pupazzo da ventriloquo. Si cambia, è davvero tempo di olocausto globale, l'ultimo possibile, privo di ritorno. La metastasi è troppo avanzata e corrode persino l’immaginario. Solo il ridicolo servilismo italiano rimane fermo ancora ai tempi di Kansas City e dell’americano a Roma Nando Mericoni. In cambio di tale filoatlantismo fuori moda, però, l’Italia non riceve prebende, ma, anzi, s’ammala. Basti vedere come alcune nostre città d’arte, ancora splendide sin a cinquant’anni fa, si siano tramutate in pattumiere antropologiche e urbanistiche rassomigliando, gradatamente, ai suburbi più lerci e psicopatici delle big city yankee, formicolanti di un demente sottoproletariato digitale: squatterschlein, pensionati più pulciosi dei loro sacchi di pulci, drogati, zingari stipati in caravan dalle gomme sgonfie, inabili, deformi, pazzi, obesi in canottiera, vecchi che strascinano sporte di plastica appesantite da junk food; i caseggiati popolari lordati dagli spray, le ringhiere divelte, si aprono su prati fulminati da piscia e merda di cane, gli angoli dei cortili spessi per i rifiuti di anni: carte da gelato, plateau da discount, cartoni di surgelati alla plastilina, ma da saltare gustosamente in padella, preservativi rinsecchiti.