giovedì 26 luglio 2018

L’Olocausto in soffitta (segnali dal Mondo Nuovo)


Roma, 26 luglio 2018

Mark Zuckerberg: “Sono ebreo, e c’è un gruppo di persone che nega sia avvenuto l’Olocausto … lo trovo profondamente offensivo. Non penso, però, che la nostra piattaforma debba eliminarle. Penso ci siano cose su cui molte persone hanno opinioni non corrette, non credo che sbaglino intenzionalmente”. 

Tali parole non giungono inaspettate.
L’umanità sta lentamente, un po’ dolorosamente, mutando le prospettive morali più profonde: dall’Antico Ordine al Nuovo. Non si tratta di togliere o censurare, però, ma di osservare diversamente. Mutano gli sguardi, non le cose. Lo stesso oggetto di prima, ma visto con altre gradazioni, colori, prospettive. Anamorfosi. Un guazzabuglio di forme incomprensibili, tramite un medium (una superficie riflettente, di solito), assume un senso completamente nuovo. E viceversa: ciò che costituiva un senso ultimo, definitivo, antico, perde il proprio status di comprensione per perdersi nell’indifferenziato.

L'informe si definisce, ciò che è sempre stato definito diviene indifferenziato.
Tale evoluzione non è, tuttavia, naturale, bensì voluta dal Potere tramite un progressivo slittamento dello sguardo interiore. Talvolta ho parlato di precessione morale. Il nostro panorama etico cambia impercettibilmente, un giorno dopo l’altro, una disfatta dopo l’altra, sino a situarci, senza che ce se ne renda conto, in un mondo assolutamente alieno. Guardate cosa è accaduto in soli trent’anni …

lunedì 23 luglio 2018

92 centesimi (due giorni da Accattone)


Roma, 23 luglio 2018

Meglio e peggio. Si stava meglio quando si stava peggio? Ecco l'ordine di premiazione del concorso Miss Italia 1947:

1. Lucia Borloni alias Lucia Bosè
2. Gianna Maria Canale
3. Luigia "Gina" Lollobrigida
4. Eleonora Rossi Drago

Nelle posizioni di rincalzo, tra il pulviscolo delle belle concorrenti, Silvana Mangano.
La fine della guerra, l'attesa per il nuovo: l'olivo italiano, reso stento dal buio delle privazioni, riceve nuova luce; le fronde si moltiplicano, vecchie foglie, ingiallite, si staccano, le radici affondano nell'humus ingrassato dalla speranza. Signori compunti, pantaloni con la riga perfetta, cravatte e giacche in buon ordine, si acconciano a tale festa della rinascita: le ragazze italiane, la cui pudicizia tiene a freno la pur timida esuberanza, dagli occhi limpidi, un po' spaesate, son certe di un avvenire che, inevitabilmente, prima o poi, arriverà: come potrebbe essere altrimenti, dopo i morti, le distruzioni, le umiliazioni? La vita, interrotta, riprende; ciò che venne represso e costretto ritrova la via sua naturale. "The force that through the green fuse drives the flower/drives my green age", canta Dylan Thomas.

Miss 2019. Ora leggo che una delle partecipanti alla prossima edizione di Miss Italia sarà una disabile: sfilerà con un arto finto. Ancora la propaganda, invasiva, totalizzante. Il trionfo del disabile, il piagnisteo, noi siamo i buoni, viva i diversi. Mai si era assistito a una così ripugnante opera di depistaggio morale. Il potere usa stavolta il pietismo e le minoranze per annientare la morale della normalità. Il normale è il diverso, il diverso è la normalità da premiare. Annichilire ciò che è sempre stato giusto, corretto, abituale tramite l’empatia indotta per ciò che è altro, capriccioso, informe, eccentrico, contro il buon senso e la tradizione.
In tale vicenda vi sono tre vittime: l’antico ordine estetico e morale; chi viene usato per imporre la trasgressione e l’inversione (la disabile) e, per ultimo, la sincera pietà per i più sfortunati che, presa in giro in maniera così sfacciata, rischia di mutarsi nel suo opposto.
Va detto, infatti, ancora e ancora, con rinnovata forza: il potere se ne frega dei disabili e dei diversi: la vita quotidiana urla questo tutti i giorni. E però gli torna utile usare la lacrima per distruggere ogni ordine pregresso. La sinistra diffusa, un allucinante cretinismo di massa, sono lì a fare da fiancheggiatori a tale manovra disgustosa.

Chupa Chups. Una nota attrice spedisce un proprio famiglio ad acquistare Chupa Chups alla marijuana per i nipoti: "Così si abituano al gusto", commenta, rivolta agli increduli.

lunedì 16 luglio 2018

Young Signorino


Roma, 16 luglio 2018

Anni Settanta. Squilla il telefono nell’elegante casa di Renato e Cini Boeri.
Il domestico solleva la cornetta, la pone con calma all’orecchio; sente gracchiare una voce: dall’altro capo del filo qualcuno reclama il giovane Tito. Il sottoposto di classe non si scompone; ne ha viste tante; solo dichiara: “Il signorino Tito non c’è, è fuori a fare la rivoluzione”.
Formidabili quegli anni!, sentenziò, in un suo goffo libro, Mario Capanna, già coordinatore di Democrazia Proletaria. Capanna fu uno dei volti belli della sinistra d’antan, assieme all’indimenticabile Lucio Magri, co-fondatore de “Il Manifesto”, atletico e abbronzato, amante di Marta Marzotto, conosciuta in casa di Eugenio Scalfari - la bella Marta, a sua volta amante di Renato Guttuso che la immortalò, gnuda, in numerosi, orridi, teloni a olio. Magri, intelligente e rigoroso, completamente disinteressato alla classe proletaria, di cui ignorava tutto, ma assai esigente in alcuni ambiti extraparlamentari: “Guai se per il gigot d’agneau non c’erano il purè di mele e la salsa di menta: non ci si poteva sedere a tavola. O se i chicchi di caviale non erano g-g-g … grossi grani grigi”.

venerdì 13 luglio 2018

Padella, pappagallo e catetere … un bagno di realtà in ospedale [Il Poliscriba]



Il Poliscriba

 Poiché tanto del savio quanto dello stolto non rimane
ricordo eterno; giacché, nei giorni a venire, tutto sarà da
tempo dimenticato

Qoelet

In una città del Nord, 8 luglio 2018

Odore di merda, non della propria merda che si sente ogni giorno nel proprio cesso, l’odore di quella degli altri, il fetore di quella dei tuoi vecchi, dei vecchi altrui … flebo, cerotti arrotolati su farfalline idrauliche, tubicini, sponde di letti dove si aggrappano abbandonate braccia d’ossa e pelle smorta.
Guardo mio padre e i padri d’altri, quel che resta di lui, di noi, di questa società.
È domenica.
Fuori è estate, un’estate rovente che asfalta il cielo di luce; dentro... un inverno senza fine.
È qui che l’Occidente muore giorno per giorno …  radiografato, sottoposto a TAC, RMN, ecografie, chemioterapia, trapianti d’organo, ablazioni cardiache, bypass arteriosi… finché la privatizzazione del sistema non fagociterà tutto, scagliandoci in un incubo assicurativo all’americana.
È  qui che i figli della mia generazione non conoscono il vero amore, la vera pietà, pensando di esser vicini a chi li ha generati o adottati, vomitando audiomessaggi whatsapp in sorde orecchie, con bocche da ventriloqui vacanzieri, mentre le labbra grinzose che non sono in grado di rispondere, vomitano umori giallastri, espulsi da fegati marci, sui touchscreen.

martedì 10 luglio 2018

L’apocalisse in poltrona


Roma, 10 luglio 2018

Dicono che l’Italiano è scontento. A me non sembra. L’Italia brulica, certo, di uomini livorosi, che sentono l’ingiustizia sulla loro pelle, ogni giorno, e, perciò, odiano. Eppure, a parte qualche filippica e qualche travaso di bile, spesso espettorato in situazioni al limite dell’esasperazione (file negli uffici pubblici deserti di personale, mezzi pubblici soffocanti e rigurgitanti di abusivi del mezzo pubblico, traffico incandescente su raccordi e consolari), non si notano empiti di rivolta autentica. Le parole, anche le più virulente, cadono nel vuoto; e per vuoto si intende la qualità dell’incorporeo: non c’è nulla, dico: nulla, che filtri questi umori e li materializzi in un gesto assieme materiale e simbolico in grado di mettere a disagio il potere.

Drumont, un vecchio matto, diceva: “Soltanto pochi anni fa c’erano dei realisti, dei bonapartisti, dei repubblicani, dei radicali; c’era un partito socialista che aveva a capo uomini di valore. Tutto ciò si è volatilizzato, polverizzato, atomizzato. Noi assistiamo a questo strano spettacolo: un paese in cui tutti i cittadini sono divisi e dove non si vedono più né partiti, né capi di partito. Abbiamo la discordia dell’impotenza e l’odio nel vuoto”.

giovedì 5 luglio 2018

L’uomo non sopporta più sé stesso


Roma, 5 luglio 2018

Cosa nasconde quest’ansia da finis terrae, tale cupio dissolvi, lo slancio forsennato verso l’informe scambiato come libertà somma, una corsa disperata, piangente, maledetta, eppure, nell’intimo, anelata in uno spasimo doloroso e abietto? Tale rivolgimento lo si nota negli ambiti più disparati: un pervertito, vestito da Carnevale, istoria le chiappe con l’augurio: “Confini aperti per tutti i migranti come i nostri culi”: una summa grottesca, e difficilmente eguagliabile per chiarezza.

La voglia di farla finita. Un suicidio, nient’altro. Il suicidio del’umano. Essere altra cosa, un oggetto, forse. L’insoddisfazione della propria carne, dei propri pensieri. Divenire altro: Beanotherone, non a caso, è uno dei giochi di ruolo che appare nel famigerato depliant della mostra “Post Human Plus”. Per ora è presentato quale gioco, un di-vertimento, appunto; presto sarà la norma. Cosa si prova a essere …? L’importante è rinunciare a ciò che si è: anoressia, botulino e plastica hard, mutilazioni, tatuaggi invasivi sono la risposta disperata, occultata quale moda, a tale compulsione. L’attrazione per il perverso polimorfo e l’androgino, l’astrattismo decorativo, persino la voglia di vacanze (l’homo turisticus) appare fenomeno di un’insoddisfazione ormai strutturale della nuova psicologia umana.
A questo ha portato il potere.

lunedì 2 luglio 2018

Stravecchi assaggi (i miei giovani giorni nelle Langhe ... ottant’anni dopo La malora) [Il Poliscriba]


Il Poliscriba

Nell'intero gelso onirico
a corto d'estate è il pozzo
… vecchio vuoto d'acqua
la pergola indora d'ambra i guanti fiori
e nei fianchi delle robinie e dell'acacia
nel furore invetrato dei rumori
sgrana mela l'apribocca
sepalo bruciato d'una cosa in te
… tra rose, rosa
(quando il Poliscriba si dilettava in poesie bucoliche)

Devo ricordarmi di pomeriggi in fuga dalla città impazzita, prima che fosse il mercato delle vigne a mutare il paesaggio vitivinicolo delle Langhe, a maturare per marcire d’egoismo agroindustriale le colline, i rabbocchi terreni pennellati di stracci verdi, non ancora coltivati intensamente dopo l’omicidio dei boschi profetizzato dal Cassola.
Si sorseggiava allegramente e gli occhibuchi mi guardavano come fossi un bambino, io ch’ero un giovane bipede inesperto, contento di essere accolto tra bevitori incalliti di rossi genuini, non strutturati, lasciati macerare nei loro roveri, talmente a buon prezzo che, il presente etichettato DOCG, sembra un cattivo plagio, un logoro rubino presagio di morte dell’amicizia consumata, noia dopo noia, con accompagnamento di ricordi di vite strappate alla morte.
Le mani aggrinzite, rapaci sui vetri ricurvi, sporchi di depositi viola; sugheri sui tavolini e intonazione di canti montanari.
In quali uteri nuotavamo, noi, generazione X, quando quegli esseri sdruciti di fuoco e vento sminavano i passaggi tra le valli, lottavano per la pace portandosi a spalle i cadaveri?