mercoledì 28 giugno 2017

Straniero in terra straniera


Pubblicato il 27 gennaio 2017

È l'italiano, ovviamente. In pochi decenni l'italiano, questa complessa costruzione di tre millenni, contraddittoria e feconda, multiforme e geniale, è stata vilipesa, mediocrizzata, evirata, prevaricata da una cultura non sua, stupida e vociferante.
I pochi sopravvissuti, coloro che, intimamente, si sentono ancora italiani, sono avviati, dalla consueta spietatezza dell’assolutismo PolCor, a sempre più ristrette riserve antropologiche.
Tutti sottostimano l'accelerazione di questi tempi.
È davvero sbagliato confrontare le mutazioni storiche del passato con la velocità del presente. È come vivere in un razzo sparato a velocità della luce che annienta ciò che si è stati e divora un futuro inesistente. Solo ciò che accade nel breve attimo che preserva la nostra esistenza ha valore: l'hic et nunc verrebbe da dire, ma liofilizzato, reso meschino, utilizzabile. Il cono di luce della sapienza si restringe sempre più; la memoria del pesce rosso, evocata satiricamente per significare la dimenticanza dell'uomo postmoderno è realtà: l'homo novus: un deraciné, soprattutto, slegato da affetti di sangue, da ciò che fu la sua civiltà e felice d'essere gettato nel circo godereccio dell'indifferenza.
Viviamo una rivoluzione digitale e tecnica inarrestabile. Non vi è progressione, solo uno scarto epocale. Un cambiamento di stato effettivo, dallo stato liquido a quello aereo. Dopo decenni di bollitura edonista l'Italia e gli Italiani sono pronti per l'evaporazione totale.
Cos'è, in fondo, questo decantato postmoderno? Sostanzialmente nulla. Tolti i brevi attimi di godimento l'uomo nuovo si aggira in un inferno senza confini e limiti. Dovunque volga lo sguardo non li trova, tali confini o tali limiti; tutte le istituzioni e le fondamenta, vilipese e dileggiate nei decenni, sono scomparse con uno sbuffo di fumo. Grandi feste, ovviamente. Finalmente non abbiamo più oppressori! Chiesa, patriarcato, morale, giustizia ... disciolti in un acido tiepido che fa friccicare la pelle. Comprendere che tali istituzioni, anche le più apparentemente folli, sono nate per preservare un popolo dal proprio annientamento è evidentemente troppo difficile oramai.
Ovviamente l'uomo nuovo è infelice. Crede di essere felice poiché scambia qualche piacevole gadget per felicità. In realtà, inconsciamente, ricerca ciò che egli stesso ha liquidato. Lo intravede con l'istinto di quel residuo sangue che ancora gli indica la retta via. Lo brama, senza saperlo, ma quella visione è dietro un vetro ingannevole ... ed egli continua a battere contro quel vetro come una mosca impazzita. Poi, quando la sua anima è sfinita, ed egli è preda della disperazione, si rigetta nel consueto ciclo dell'eterno presente: chat, commenti digitali, incontri estemporanei, chiacchiere, pop corn e altri memorabilia del nulla.
Forse dovrei dichiararmi fortunato per aver avuto l'onore di assistere a un tale spettacolo, immane e ripugnante assieme; i nostri tempi, e che tempi!, sono un loggione privilegiato per assistere, fra cupio dissolvi e disgusto, alla svaporazione dell'Italia, l'Italia!, e del suo mirabile passato.
Siamo come quel personaggio dell'Orlando Furioso che ancora fa la voce grossa, ma è già morto. La cultura, intesa come retaggio e tutela di ciò che fu l'Italia nei tre millenni addietro, si sta smaterializzando sotto i nostri occhi e le nostre mani, giorno dopo giorno,
Ci si culla nell'illusione. Alberto Angela licenzia grandiosi documentari sul Colosseo, le strade romane, il Rinascimento. Ma sono documentari da presa in giro, come certi resoconti della BBC che mostrano il rinoceronte, la tigre, l'elefante. In un mondo che vede la prossima dipartita della tigre, del rinoceronte, dell'elefante. Presto si arriverà alla celebrazione della tigre in assenza di tigre, o a una fastosa celebrazione del Colosseo in assenza di Colosseo. Sono reperti funebri, necrologi.
L'Italia sta sparendo, come l'Italiano e gli Italiani.
Tornare indietro? Come potremmo?
Tra l'altro non vi sono segnali di ravvedimento, pur minimi. Anzi, si avverte, in alcuni traditori, uno spasimo di gioia nell'accorgersi di queste lente sparizioni.
Chiese, ponti, edifici patrizi, affreschi, dimore storiche, l'intera letteratura ... tutto questo non è contemplato dall'uomo nuovo italiano, l'imbecille del clic.
Vi è una cesura netta, un taglio immedicabile. Da un certo punto di vista rimpiango l'aristocrazia e il clero che, nella loro iattanza, riuscivano almeno a preservare il tesoro della tradizione.
Tornare indietro? Anche gli schiavi negri in America volevano tornare indietro. Se non nella loro terra, almeno alle loro radici. Il blues delle origini rappresenta tale aspirazione titanica. Riprodurre, in terra ostile, gli strumenti e i timbri originali dell'Africa; spesso improvvisandoli, questi nuovi strumenti. Fu uno sforzo che non andò a buon fine. Intere culture annientate ... Aztechi, nativi americani, africani ... stavolta tocca a noi, perché non potrebbe essere? Un momento, qualcuno obietterà, indios, pellirossa e africani, ci sono ancora. Certo, dico io, ma sono derivazioni genetiche, non culturali. Un Navajo che gestisce un casinò o un aborigeno australiano costretto a mendicare nelle periferie cosa sono?
L'Italiano è ancora Italiano? E, soprattutto, che lingua parla? Quale rapporto intrattiene col proprio vocabolario? Esso lo controlla? Qui c'è poco da fare: meno parole si conoscono, meno realtà si comprende. Solo così si capisce la strenua lotta del potere attuale contro le facoltà umanistiche: italiano, greco, latino, storia, filosofia, storia dell'arte. C'è una comunanza? Certo, qui si impara a capire cosa c'è dietro, a dissezionare le intenzioni, a ricollegare il passato al presente, a forgiare il buon gusto. Ovvio che tutto questo deve essere emarginato. L'umanista deve essere ridotto nell'immaginario collettivo a una figura farsesca, obsoleta, da scherno. Ci servono medici, ingegneri, tecnici! cianciano i traditori. Benissimo, sono d'accordo, ma questa è la base da cui partire. Gli architetti col retroterra classico sono Nervi e Piacentini (mi limito, per carità di patria, al Novecento). I supertecnici sono Meyer e Fuksas. Guardate cosa hanno eretto questi ultimi due teppisti a Roma e confrontatelo con le opere dell'Eur 1942. Esercitate la professione indolente del flâneur e scoprirete cosa significa essere italiani. Nervi era un italiano, Fuksas no. Basta andare all'Eur ... i prodotti di due epoche sono uno accanto all'altro. Il prodotto dell'architettura italiana, pur spinto nel futuro, e il prodotto del nichilismo contemporaneo.
Devastare i nostri licei è un'operazione di potere purissimo.
Dissolvere il passato significa fare a meno di quella camera di decantazione naturale che ci fa accettare il bello e rigettare il brutto, quasi istintivamente. Se un italiano non ha più in sé tali anticorpi egli accetterà tutto: il brutto, l'ingiusto, il male.
Senza le ataviche coordinate culturali si è allo sbando. Si scambia un'isola per il dorso d'un mostro.
Cos'è la lingua italiana, in fondo? La differenza tra comprendere e subire, non altro. Abolire la ricchezza del nostro vocabolario, le nuances di una parola, gli incastri delle subordinate, barattandole con un discorso piatto e funzionale equivale a rendersi schiavi.
Meno parole meno libertà.
Meno rigore nell'ortografia, meno ricchezza nella punteggiatura equivale a meno libertà.
Sopprimere un frasario tutto nostro con un pidgin internazionale composto da frasi fatte, rapide, funzionali, in cui abbondano abbreviazioni tecniche, grossolanità da quotidiano digitale, equivale a divenire servi.
Persino in questo momento io sto tradendo l'Italiano.
Perché sto scrivendo con un iPad. Scrivere con un iPad porta inevitabilmente  alla neolingua da Orwell, alla distruzione dell'italiano. Il blocco note della Apple contempla a fatica gli accenti gravi e acuti delle vocali, le elisioni, le dieresi; anche i due punti e il punto e virgola sono faticosi da digitare. La tastiera ordita dal siriano Jobs, alla lunga, reca surrettiziamente la banalizzazione; una prosa scipita, piatta, inosservante delle fastidiose regole della scrittura.
E questo perché la lingua dei conquistatori è quella che viene imposta.
La neolingua tecnica angloamericana dei PC e degli smartphone conforma strutturalmente a sé stessa qualunque ricchezza della cultura locale. Dopo l'espressività dei dialetti, si sta perdendo ineluttabilmente anche la forma dello scrivere italiano, le regole basiche, l'arcobaleno della dialettica, la musicalità del testo di cui la punteggiatura costituisce la regola così come diesis e bemolle costituiscono l'ortografia d'uno spartito.
Allo stesso modo si perde, materialmente, l'Italia del passato.
Qui si è alle prese con una "pingue immane frana".
Ripeto: basta divenire minuscoli flâneur per accorgersene.
Son passato recentemente per Ronciglione, nella bassa Tuscia viterbese, a sessanta chilometri da Roma.
I consueti deliri. Le strisce blu, i divieti ossessivi, le edificazioni incongrue, concepite con crasso utilitarismo, fra cattivo gusto e malgoverno, i colpi di genio degli assessorati al turismo, hanno reso invivibile la cittadina.
Mi tocca parcheggiare a due chilometri dal centro.
La biblioteca è chiusa, ma accanto è la Pro Loco. Entro. Incontro due diverse memorie storiche, l'una materiale e viva (un vecchio operaio, probabilmente), l'altra dotta e circostanziata (un ricercatore?). Dopo i primi convenevoli, stabilito un punto d'incontro personale, i due si sciolgono simbolicamente in lacrime. Dolcemente fatalista il vecchio, più incattivito il professore. "Il centro storico è tenuto benino, ma ...". Ma cosa? "Si è perso molto ... per ignavia, per incapacità ...". Le istituzioni, le istituzioni ... "Silenti, sorde, menefreghiste?" azzardo. Sí, è così: silenti sorde e menefreghiste. Ma vi è di più. Ciò che, tacitamente, vogliono significare i due (questo è tratto comune a ogni latitudine d'Italia) è che, ormai, ciò che si ascrive al passato e ciò che fonda la comunità è sentito come inutile. Il passato è un ingombro. 
Ospitare il vincitore di Sanremo è di gran lunga preferibile al restauro d'un convento settecentesco o d'un giardino storico ricco di marmi romani. Questo il succo. L'affresco di scuola giottesca svanisce, ricoperto di muffe, ma c'è da invitare Arisa. O da aprire la cooperativa dell'accoglienza, ché la Prefettura, Dio la conservi!, ci manda una cinquantina di nuove risorse dal Gabon. Magari ci metto il nipote, il figlio ... la clientela si estende, ci guadagniamo tutti ...
Morale: togliere dalle mani dei preti e dell'aristocrazia palazzi conventi e biblioteche e affidarli a qualche geometra di paese, avido di maneggi e ignorante come una zucca, non è stata una grande idea.
Il passato si sbriciola, velocemente.
Imbecco il professore, con qualche zuccherino populista, e quello si scioglie. Come tutti gli italiani in procinto di scomparire nelle riserve non aspetta altro: si getta nell'invettiva col godimento d'un piromane in un fienile. Il suo cahier de doléances è terrificante: la chiesa di S. Giovanni Decollato spogliata di cimeli rinascimentali e trasformata in mobilificio; S. Andrea col tetto crollato, la chiesa del Carmelo in disfacimento; un'altra, col solito tetto sfondato, vanta pitture all'aria aperta ... inaccessibile ... però, però ... se trova l'emporio tal dei tali aperto – mi dice il tale – è lì, nell'edificio limitrofo ... se lo trova aperto può salire una scaletta interna ... magari senza farsene accorgere ... e, dall'alto, dare un'occhiata a ciò che resta ...
Anche il recente passato industriale, segno d'una opulenza svanita e oggi insospettata, è in putrefazione. Le stamperie sono un lontano ricordo, la cartiera è dismessa, la stazione sbarrata, la tratta ferroviaria Orte-Capranica-Civitavecchia deserta.
Il ponte sul Rio Vicano, un piccolo capolavoro in acciaio degli anni Venti, memore del magistero di Eiffel, è chiuso, e campeggia dimenticato e silente; mentre l'italianuzzo paga fior di palanche per ammirare la torretta parigina, il nostro "ardito" ponte si consuma negletto dai più, lebbroso ripugnante fardello, emblema rugginoso del passaggio verso un futuro inesistente. Resisti, vecchio mio, resisti! con la forza della disperazione, degna d'un Atlante eroico e solitario, cerca di tenere assieme queste sponde franose che, lente, anno dopo anno, s'arrendono all'incuria e alle ingiurie dei terremoti: pure qui, infatti, trema la terra desolata, la terra guasta.
E dove non arriva il menefreghismo, il Patto di Stabilità e l'idiozia dell'italiano postmoderno, ecco l'ottusa invadenza del PolCor.
Il Palio della Manna e il Palio di San Sebastiano, antichi di quattrocento anni, disputati da cavalli scossi (senza fantino) fra le nove contrade della città, erano (e sono) visti come il fumo negli occhi dagli animalisti.
Anche qui i due ciceroni snocciolano un resoconto tetro e implacabile. Ecco la storia: costretti alla difensiva dalle esigenze PolCor, gli amministratori tentano di trasformare le corse in innocue galoppate; si predispongono, perciò, barriere, percorsi facilitati et cetera. Spesa: centodiecimila euri. Si eccede, tuttavia: e l'eccesso di zelo piovuto dall'alto provoca il patatrac: la cavalla Tiffany, nel 2011, va a sbattere proprio contro queste barriere e si recide la giugulare dissanguandosi davanti al popolo tutto. Orrore e sgomento. Sgomento e orrore. Gli animalisti s'incazzano e fanno causa al Comune per mezzo milione di euro. Retromarcia delle istituzioni atterrite: il sindaco prima sospende l'infame rodeo, poi si cosparge il capo di cenere ippovittimista, mobilita ministeri, veterinari e peltasti brambilliani pur d'essere in sincrono con l'incipiente sensibilità; da nove cavalli si scende a due, si approntano nuove protezioni, nuovi terricci, nuove edulcorazioni, nuovi accorgimenti ... ancora scuse, piagnistei, non lo faremo più ... gli animalisti, vista la disfatta dei torturatori, s'acconciano a più riposanti compromessi giudiziali ...
L'animalismo, il veganesimo, il femminismo, l'omofilia e l'antirazzismo PolCor non sono che la parodia di valori presenti da tempo immemore nel cuore dell'Europa.
Presagiscono un cambiamento epocale, la scomparsa del vecchio ordine.
Il Cantico delle creature o le commoventi notazioni di Francesco Petrarca verso il proprio cane sono vero animalismo; il feticismo del cucciolotto col cappottino una parodia.
Oppure, riguardo l'antirazzismo: quando Rutilio Namaziano, fra afflati nostalgici e invettive contro ebrei e cristiani hippie, dice di Roma:

"Ecco colei che sola accolse i vinti nel grembo
e strinse a sé il genere umano con l'unico nome di madre,
chiamando, non come padrona, cittadini quanti domò ...
... lo straniero trova dovunque la patria ...
tutti siamo unica gente ..."

è nel giusto, facendosi latore altissimo di un autentico umanesimo; la Boldrini e Francesco I, invece, esacerbando tale sentire magnanimo sino alla deformazione isterica ("Il migrante … il migrante … il migrante …”) sono gli ominosi simboli di un tramonto inevitabile. La loro intolleranza contro gl'inesistenti razzisti è purissima hybris; la spia di un tracollo spirituale che presto ci travolgerà.
Non più nani sulle spalle dei giganti, ma solo nanerottoli. A immagine e somiglianza degli gnomi adunchi che dettano la nuova etica.
Sono presagi, lo ripeto; annunci d’una resa.
Sì, quando un valore si estremizza sin alla deformazione parodica onde mutarsi nell'esatto contrario di ciò che originariamente propugnava siamo alla fine dei tempi.
Non all'Apocalisse, per carità!
Alla fine, più modestamente, dei tempi dell'Italia e degli Italiani, della storia e della cultura come li abbiamo vissuti e studiati sino a pochi decenni or sono.
Cos'era il femminismo? Una sacrosanta rivendicazione di diritti quando l'aspettativa di vita di una donna nell'Ottocento, tra fabbriche, cure domestiche e febbri puerperali (leggete Il dottor Semmelweis di Céline), era di nemmeno trent'anni. Ora siamo alle crociate castratrici e all'esaltazione del cunnilingus. E il maschio italico, a meno di non andare in giro coi bigodini, si ritira nelle riserve, magari nella villa di Sante Katzone, il personaggio de La città delle donne di Federico Fellini, assediato da un matriarcato petulante e folle (il film è stato opportunamente evocato da Barbara Tampieri in un recente post: http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2017/01/la-citta-delle-inquantodonne.html ; il caso ha voluto che lo avessi rivisto pochi giorni prima).
Cos'era il sindacalismo? Un tentativo di ridare dignità alle masse. Oggi la difesa strenua  di chi ha già, ferocemente opposta a chi non avrà mai; per tacere di poltrone, nepotismi e vitalizî.
La convivialità, il bel mangiare e bere? Un tratto italiano, certamente, che accomunava popolino e aristocrazia. E ora? Si va dalla serializzazione del "magna e bevi", organizzata da cuochi e gourmet elevati al rango di divi, alla più allucinata esibizione di monachesimo sibarita (veganesimo, vegetarianesimo, diete da stiliti fruttariani). Anche tale tratto fanatico è un segno. Parini lo adombra nel poemetto Il giorno, divertita anamnesi della degenerazione dell'aristocrazia (fu scritto poco prima delle esilaranti decollazioni del 1789); alla stessa tavola, infatti, egli pone i due opposti: il laido crapulone (da Masterchef?) e il vegetariano, dai tratti squisitamente psicopatici (“Il cor di lui/sdegna comune affetto”):

"... ozioso siede
aborrendo le carni; e le narici
schifo raggrinza; e in nauseanti rughe
ripiega i labbri; e poco pane in tanto
rumina lentamente ...
Pera colui che primo osò la mano
armata alzar su l'innocente agnella
e sul placido bue ...".

Un sentimento dell'animo che commuove una dama seduta al desco, la stessa che poco tempo prima (stavo per scrivere: pria) aveva allontanato un vecchio e fedele servitore colpevole solo d'aver scalciato la Vergine Cuccia, ovvero il veneratissimo bòtolo di casa:

"Da le somme stanze
le damigelle pallide tremanti
precipitàro ...
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre ...
Ei nudo andonne ...
e in van sperò; che le pietose dame
inorridìro; e del misfatto atroce
odiàr l'autore ..."

Spariremo, cari Italiani, come sparì la fatua e inutile nobiltà del Parini.
Ci saranno deviazioni e colpi di reni, restaurazioni e tentativi di argine, ma sarà la tecnica e non la volontà a dettare i ritmi nichilisti del futuro.
Stranieri in terra straniera vedremo profanare la classicità, le tenui tinte purgatoriali del Medioevo, il limite rinascimentale. Sarà un'agonia spettacolare e dolorosa, almeno per me.
Già adesso il passato si erge maestoso e incomprensibile. Adolescenti fregnoni e nerd strascicano i loro piedi neghittosi nei musei: Giorgione e il Beato Angelico li lasciano indifferenti, quasi fossero ricetti sbalorditivi di un alfabeto alieno e inservibile.
Sarà sempre peggio. Colui che intrattiene ancora un rapporto di familiarità col passato verrà costretto ad asserragliarsi sempre più nella sua riserva, come un Tupac Amaru o un Geronimo.
Noi Italiani formeremo cenacoli sempre più esclusivi in cui rimembrare il bel tempo che fu.
Le nostre biblioteche, scelte e odorose, diverranno mura e trincee invalicabili. E le nostre prigioni.
Gli amabili difetti e le idiosincrasie da normotipi che fanno inorridire i seguaci del PolCor diverranno arguto materiale di conversazione fra reduci. Scherzi salaci, buon cibo, bei conversari nella ridotta degli ultimi italiani! Destri, sinistri, sanfedisti, comunardi, tutti insieme.
Qualcuno si farà prendere la voglia di menar le mani. Poca roba, tuttavia.
Il destino di chi ama i bassorilievi, gli affreschi, i paesaggi meridiani, le vallette, le cose ben fatte, ori pietre consunte legni, persino i massi levigati delle antiche fonti, l'esatta misura del bello (ciò che formava l'Italia, insomma, l'Italia vera e non pervertita) sarà quello del professore francese che attende la morte ne Il campo dei santi di Jean Raspail, attorniato dai cimeli di famiglia: manufatti in cui intuisce il genio distillato dei millenni.
Quando l'ultimo italiano morirà (nel 2050?) ci saranno altre genti, altri costumi. Bruti, barbari, supertecnici, ebefrenici, mezzosangue idiotizzati, babbei tecnologici ... saranno felici?
Chi lo sa. La prima cosa che faranno sarà liberare del nostro ricordo il loro paradiso in terra.
Ciò che fummo brucerà in un olocausto purificatore.
Colosseo, Mecca, Roma, Atene, Alessandria. Burning.
E buonanotte.

2 commenti :

  1. Sai, su noi piemontesi e lombardi l'hanno già sperimentato 60 anni fa. Straniero a casa tua. Noi siamo già spariti da mo'. In nome e per nome della Fiat, in Piemonte vivono, per ogni piemontese, un veneto e due meridionali. Non parlate dialetto, razzisti. In ufficio, a scuola, nei negozi. neanche in casa, perché è meglio che i bambini sappiano l'italiano, il dialetto che servirebbe loro? In un Piemonte merionalizzato. In tutta Italia si parla in dialetto, in Piemonte, no! O in cerchie ristrette e carbonare. I nostri valori, i nostri pregi e i nostri difetti (lavoro, educazione, decoro, discrezione, umorismo sottile, poca fantasia, a volte ipocrisia, molta solidità) ridicolizzati. L'apporto alla cultura italiana, negato. Esiste la romanità, la napolanità, la venezianità: la piemontesità non esiste mai! Totò è napoletano, Macario, mah. Oggi le città piemontesi sono molto meridionali: sporche, rumorose, inquinate, piene di traffico: sono razzista? Un po'.Dove è finita la lenta, noiosa, placida città in cui sono nata? Ho passato l'infanzia a vergognarmi di essere piemontese perché ero di sinistra e la sinistra ci diceva che eravamo brutti, sporchi e cattivi a non essere più accoglienti, grati ai lavoratori immigrati. Perchè non affitti il tuo alloggio? Perché non li ami? Han portato anche la 'ndrangheta, che ora comanda sull'intera regione, ma tantè. Sai cosa vuol dire vivere in una città che da 30.000 abitanti passa a settantamila in 30 anni e tutti sono provenienti da altre culture? Senza servizi, scuole, case... Un esempio tra tutti: come si recita Gomorra? in napoletano stretto. E Pieraccioni? in toscano. E Montalbano? in siciliano. La vita di Don Bosco: lui parla romanesco (Insinna), sua madre in napoletano stretto (Sastre)! AH, tu dici, ma ci avete invaso voi. I piemontesi a Roma han fatto solo sfracelli. Vero, credo. E a Napoli e Palermo? Pure. Ma poi vi siete vendicati. Sud captus cepit ferum victorem! Come l'Italia con l'Africa, insomma.

    RispondiElimina
  2. Forse (dico: forse) la vostra borghesia alta e illuminata si sentiva molto cosmopolita ed europea e poco piemontese. A roma abbiamo il difetto opposto: ci sentiamo molto romani: la romanità ci invade, e invade pure lo spettacolo, il cinema, la televisione. Ma è tutta fuffa: in realtà è solo suburra, non certo vanto delle radici. Quello che vedo è una distruzione totale del tessuto locale. Quello che rimane in piedi, e che sembra rivendicazione delle origini, è solo un'ostentazione di folclore di basso conio.

    RispondiElimina

Siate gentili ...