lunedì 19 giugno 2017

Roma non va governata, va demolita


Pubblicato il 17 aprile 2016

A Roma è facile svegliarsi stanchi.
Solo il pensiero dello spostamento fisico all’interno della città provoca scariche chimiche depressive.
Il rantolare degli autobus, le banchine della metropolitana rigurgitanti, un clangore sordo, costante, di trombette, di sgommate brucianti, clacson, motori imballati, chiacchiericcio telefonico, stupidaggini, suonerie coprolalie: un bordone che pian piano, per abitudine, o forse perché il corpo non può resistervi, scade nell’inudibile, anche se ce lo teniamo dentro, tutto il giorno, e quello lavora nell’anima, fino a svuotarla; e, poi, il paesaggio urbano: ai limiti dell’incubo postatomico: cassonetti sventrati, campane per il vetro bruciate, muri lordati dai writer, merde di cane, marciapiedi sbrecciati e infestati dalle erbacce – erbacce fiorenti, nonostante lo strato compatto e annoso dei rifiuti depositato negli angoli: involucri di merendine, carte unticce, lattine schiacciate, cariche telefoniche, polvere, mozziconi, schegge di plastica scolorite, residui di copertoni; e la promenade, sempre uguale, e sempre depressiva: una teoria interminabile di bar, pizzerie, kebabberie, yogurterie, gelaterie, patatinerie, tavole calde, nail bar, tea room, rosticcerie kosher, lounge bar, piadinerie, supermercati, ipermercati, discount, alimentari calmucchi, fornai egiziani; e poi il ciarpame: bigiotterie bengalesi, casalinghi cinesi, bancarellari d’ogni risma (Tutto a 3 euro! Tutto a 2 euro! Tutto a 1 euro!), a decine, a centinaia, sui marciapiedi, sugli scivoli per handicappati, appoggiati alle colonne di marmo secolari di Piazza della Repubblica, sotto la metro, dentro le stazioni, nei giardini pubblici, luridissimi, con l’erba scolorita e stenta per le continue pisciate; e poi gli sciami di mendicanti, i lavavetri, i venditori improvvisati, gli zingari che uncinano gli oggetti di scarto direttamente dalle pattumiere – oggetti da rivendere in fiere domenicali improvvisate, abusive e senza controllo, sotto lo sguardo domenicale e apatico dei vigili urbani, mentre tutti – zingari, vigili e romani – respirano il lezzo d’improvvisate e appiccicose bancarelle d’arrosticini.

E poi, in mezzo a tale formicolio d’uomini allo sbando, tremolanti nella vampa di calore che esala dai motori surriscaldati, ecco gli uffici del terziario privato, lividi e nichilisti: intermediazioni immobiliari, bancarie, finanziarie, burocratiche; quindi le poste, e le banche vere e proprie; e poi le emanazioni gnostiche dello Stato Italiano: scuole prefabbricate, bruttissime, municipi, dependance universitarie in vetrocemento; e ancora anagrafi, uffici tributari, uffici amministrativi, uffici giudiziari, ministeri, assessorati – una moltitudine spesso insediata in (ex) squisiti palazzi ottocenteschi che si è provveduto a distruggere con innovazioni folli: montacarichi, elevatori per handicappati, orribili ascensori esterni, e condizionatori, migliaia, decine di migliaia di condizionatori, che sfregiano, con le loro nervature in PVC, i delicati davanzali, le spallette, gl’ingegnosi architravi e frontoni che gli architetti d’antan provvidero a quella città che sbalordiva tedeschi, francesi, russi e inglesi (“Roma, patria mia, città dell’anima!”, piangeva Byron); ma il centro e la periferia della città non bastano mica all’apparato della Capitale della Repubblica Italiana: e allora molti statali sono relegati in cittadelle (inutili) di cemento fuori del Raccordo Anulare: sedi ministeriali, anche qui, sedi delle forze di polizia, dell’Agenzia delle Entrate, e poi della Guardia di Finanza, di Equitalia: gigantesche concrezioni tumorali, inefficienti e spaventevoli, a cui il cittadino deve recarsi in pellegrinaggio, spendendo intere giornate e settimane, con le sue cartelline gonfie di scartoffie ingiallite, raccomandate, attestazioni di pagamento, fatture e liberatorie, onde espiare, quasi sempre, le colpe attribuite da un dio ingiusto e spietato.
Tu li osservi basito, questi inutili sepolcreti, mentre viaggi sul Raccordo che cinge Roma per settanta chilometri; e attaccati ci vedi altri delitti urbanistici: infinite catene condominiali, veloci a spuntare come fungaie corrotte; palazzotti in serie, grigiastri o, spesso, bianchi, altissimi, incongrui con la circostante campagna, su cui attecchiscono e proliferano come letali epiteliomi su una pelle delicata; enormi, spettrali, d’un candore da lebbroso, già insidiati dalla fatiscenza e dalla rovina, nonostante siano freschi di cazzuola; con le loro stradine insensate, bianche anch’esse, le panchine rachitiche, i giardinetti geometrici e asfittici, gli alberelli che spuntano direttamente dal cemento, i centri commerciali coi negozietti eguali a quelli d’ogni altro centro commerciale, i marciapiedi che – lo sappiamo già – si sfalderanno in mille brecce dopo qualche pioggia, le balconate chiuse da grate di ferro come stie per polli. E i parchi, i parchi per i bimbi: luoghi ricreativi che i costruttori devono costruire, per legge, e che, certo, costruiscono, ma con la delicatezza e l’amore di un sadico: scivoli di ferraccio, altalene postmoderne, simulazioni di giocosi labirinti: un ammasso di plasticaccia da scarto che scolorirà, screpolandosi, dopo la canicola di una sola estate.
Solo un ceto politico e imprenditoriale psichicamente disturbato può concepire queste epifanie del nulla, in cui il menefreghismo della corruzione si intreccia con l’insipienza. Questo non è più malgoverno, è, appunto, psicopatia; vuoto interiore, mancanza di profondità storica. Un serial killer e un assessore promanano dalla stessa anomia morale, ma l’assessore è infinitamente più pericoloso; è bene convincersi, queste sono sì architetture brutte, orrende, ma soprattutto criminogene. Vivere qui significa ammalarsi di quell’infelicità che non ha nome e che produce, nella falsa, infinita, libertà che il sistema ci prodiga, potenziali assassini e pazzi deprivati delle emozioni.
Solo il passato, che ancora residua, a chiazze, nella campagna romana, ci rammenta di un’età in cui vigevano sentimenti umani. Sì, ogni tanto, a ben cercare, quasi inavvertiti all’occhio, si ritrovano, come per miracolo, le forme d’antichi casolari, di grazia perfetta; o i ruderi di fontanili settecenteschi per il beveraggio delle bestie; o le mura perimetrali di ville romane, sepolte nell’erba; torrette medioevali in disfacimento eppure stupende; stallaggi dalle impertinenti finestre ad oblò.
Solo allora si capisce cosa siamo stati e a cosa abbiamo rinunciato.
Solo allora si comprendono le parole di Chateaubriand:

[Nella campagna romana c'è] un silenzio e una solitudine vasti come il rumore e il tumulto degli uomini che un tempo calpestavano questo suolo. Qua e là si scorgono accenni di strade romane in luoghi ove non passa più alcuno e tracce disseccate di torrenti invernali simili, quando si vedano da lontano, a grandi strade battute e frequentate, mentre non sono che il letto deserto di un’onda tempestosa trascorsa come il popolo di Roma.
Rari sono gli alberi, dovunque s’alzano rovine di acquedotti e di tombe; rovine che sembrano le foreste e le piante indigene d’una terra composta dalla polvere dei morti e dai ruderi degli imperi …

E con umani non intendo buoni; anche il male è umano: la codardia, il disprezzo, la slealtà sono umani. Il dolore è umano.
Umana è la costellazione che sovraintende ai moti e alle passioni degli individui e che, con la sua alternanza di gioia e dolore, rende definite le nostre passioni, e possibile la gioia dopo il dolore.
E invece qui, a Roma, si forgia, giorno dopo giorno, un campo concentrazionario per edonisti nevrotici, senza emozioni, letargici, sfiniti; né tristi, né felici; sfiniti, come detto: dal rumore, dalla pubblicità, dal chiasso, dal cicaleccio dei social, dalla claustrofobia di una città impazzita.
Gente che non sente più nulla, e che ama sprofondarsi in quella dissoluzione da isolamento che gli garantiscono gli amatissimi auricolari e la masturbazione compulsiva da touch screen.
Non so come si sia arrivati a questo manicomio, ma una cosa è certa. È impossibile governarlo. Lo si può solo smontare pezzo a pezzo, con atti esclusivamente negativi.
Occorre demolire, abrogare o vietare: demolire interi quartieri, come Corviale o Tor Bella Monaca; demolire le defecazioni delle cosiddette archistar (l’orribile Nuvola di Fuksas, ad esempio, arriverà a costare da seicento milioni a un miliardo di euro, nonché la dismissione di quattro gioielli dell’urbanistica dell’Eur); abrogare la legislazione che tiene in piedi le municipalizzate, già formalmente fallite; abrogare la legislazione che consente l’esternalizzazione a cooperative e aziende amiche; vietare nuove costruzioni nel territorio comunale (lo spazio c’è: basta demolire l’esistente); vietare l’esercizio degli uffici comunali in ambiti non di proprietà comunale et cetera.
E si potrebbe continuare su questi toni da teologia negativa.
Ciò che differenzia il cattivo amministratore da quello buono: il primo propone riforme, il secondo le abolisce; il primo parla di novità, il secondo le ha in uggia; il primo inaugura, il secondo distrugge ciò che si è inaugurato.
Forte Roma non perit si Romani non pereant.
Ma è possibile un uomo che carichi su di sé questo fardello? E soprattutto: esistono ancora i romani? Ci sono ancora italiani?

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