domenica 25 giugno 2017

Prepararsi alla morte


Pubblicato su Pauperclass il 31 agosto 2016

Sento che la vita, quel trito susseguirsi di fatti a cui mi costringe la società attuale, il Conglomerato Plutocratico della Bontà e del Progresso, ha poco significato.
Riecheggio Montale: "La vita è questo scialo/di triti fatti, vano/più che crudele".
Non mi riferisco al suicidio, in tal caso, ma al tramonto di un mondo che non è più (il mio) e al sorgere di un’esistenza nuova e diversa, che mi rifiuto di godere e vivere, e da cui voglio sempre più rendermi straniero, in una sorta di romitaggio intellettuale, morale e fisico.
Ogni uomo che, in cuor suo, combatte non solo contro un nemico che odia, ma che sente quale assolutamente altro, un nemico che intende sradicare e soppiantare ex novo il suo mondo, quel mondo che donava barlumi di senso all'agire e al persistere su questa terra - questo tipo di uomo sa quando occorre appartarsi.
Egli presagisce sicuro la sconfitta, e quella sconfitta, che sa già rovinosa, non sarà una resa a chi è superiore, o un banale cedimento di territorio, e nemmeno un'onta possibile a  riparare con una vendetta in un futuro più o meno prossimo.
No.
Questa sconfitta sarà totale, devastante: una definitiva rinuncia a ciò che si era e si tenta di essere oggi; una deprivazione spirituale, lo svuotarsi dei propri sentimenti, la fine di un modo di essere uomini, di una codificazione interiore.
Viene meno una serie di coordinate epocali, una Weltanschauung millenaria.
Forse i più avvertiti fra noi (che sono pochi) proveranno davvero lo scoramento degli indigeni americani che, di fronte alla distruzione del loro popolo, si ritirarono a morire lontani, in comunità sempre più piccole e deboli.
La maggioranza vivrà nell'inconsapevolezza. I più avvertiranno oscuramente, giorno dopo giorno, una mancanza, un vuoto; una frattura nel proprio cuore. Non riusciranno a comprenderne la portata e le ragioni; ignorando cause e andranno alla deriva, inconsciamente, si scanneranno tra di loro e probabilmente impazziranno, di quella pazzia continua e a bassa tensione di cui sarà preda l'uomo del futuro, l'androgino senza passato.
Ma sì, ho perso.
Tutto ciò in cui credevo sbiadisce lento come un affresco negletto.
La giustizia sociale, la serietà, l'amore disinteressato, l'amore per la letteratura e l'arte e la scienza, il rispetto della natura e del paesaggio, l'amore per ciò che si è stati nei millenni e per ciò che hanno edificato coloro che precedettero le nostre sciocche generazioni, il senso del limite, la forza di imporsi un limite (nulla di troppo), la razionalità, il bel gesto, la magnanimità, il conosci te stesso.
Il genio italiano, quei tesori diuturnamente accumulati, ciò che mani esperte e amorevoli sono venute forgiando, limando, distillando, le architetture morali, i monumenti della passione, anche ciò che la ferocia e l'odio corrusco hanno dettato nei cuori selvaggi, la dolcezza e l'ipocrisia della fede, tutto, le pietre i legni i metalli che ancor oggi possiamo ammirare, usurati dal tempo, i luoghi silenti persi nelle campagne italiane dove ristagnano gli spiriti di chi non è più - tutto questo verrà distrutto.
Ed era questo che induceva alla lotta, alla speranza e alla vita piena.
Qualche anno fa scoprii una chiesetta del Cinquecento, minuscola, isolata nelle campagne al confine fra Lazio e Umbria.
Vi ho già accennato a questa storia (L'estinzione dell'Italia. Una cronaca).
Amo ripetermi, come i vecchi.
È la storia del suo dissolvimento (la progressiva devastazione nell'incuria e nel menefreghismo) che ho sentito subito come mia: quella chiesa, specialmente per me, che non sono credente, divenne il lampante correlativo oggettivo dell'Italia, e dell'Europa tutta.
I sentimenti che nutro ogni volta che la visito sono gli stessi, di pena e scoramento, che provo leggendo le quotidiane veline sulla disfatta di questi paesi.
Le faccio visita ogni anno, un pellegrinaggio da matti.
Per vederla occorre imboccare un viottolo di campagna, superare qualche campo coltivato a olivi e frutteti e macchie silenziose; dopo un piccolo casolare in rovina, a sinistra, ecco uno spiazzo, e l’apparizione.
Ogni volta avverto un leggero brivido. 
E ogni volta mi accorgo di qualche cambiamento. Un pezzo di trave, una grossa pietra smossa, qualche nuovo rifiuto al suo imbocco. Il fico selvatico che sorveglia ciò che rimane dell'entrata è sempre più rigoglioso, ma sterile. Ha foglie a profusione, d'un verde profondo, e nessun frutto. Non produce nemmeno quei minuscoli fichi, i ficarelli appunto, che una volta si usava cogliere verso aprile e ripassare in padella con aglio e olio. 
Di solito mi reco lì nel primo pomeriggio, con la certezza di non avere scocciatori intorno. Vi rimango qualche decina di minuti, nell'aria immobile e infuocata, quando il frinire delle cicale si fa ossessivo e sembra annunciare una rivelazione. 
Povera chiesa mia, ridotta a quattro pareti desolate, su cui spiccano le cicatrici recate dai devastatori: l'acquasantiera divelta, gli affreschi estirpati; e poi le travi marcite e in rovina sull'altare di pietra, le nicchie nude e ormai inservibili, l'erba vetriola che invade il piccolo vano e pende dal tetto distrutto. Sì, tu sei simile all'Italia, tradita da chi doveva difenderti.
Di ciò che fosti e dei desideri e sogni dei tuoi fedeli non  scorgo più nulla.
Eppure sei stata importante per qualcuno, hai fatto nascere e vivere e morire, in te qualcuno appagava il proprio senso su questa terra. 
Solo un labile motivo ornamentale rimane, su una finestra a sesto acuto chiusa da una grata di ferro. E poi? Quando anch'esso svanirà?
Questo è il nostro mondo, inutile girarci intorno, dilegua lentamente.
Siamo a un cambio di regime psicologico di massa, lo si ammetta, un nichilismo nuovo avanza, ben orchestrato, per prendere il nostro posto.
Chi si ribella? Vedete focolai di ribellione?
Cadrà il potere che porta avanti questa reificazione del mondo? 
Non lo so, lo spero. Temo, però, e l'ho già detto, che il nichilismo occidentale andrà avanti comunque, a dispetto del tramonto dell'Occidente stesso. È la tecnica che guida le mani dei nuovi alchimisti. Tutto è possibile, tutto.
L'ho già scritto.
Ogni limite morale deve essere abbattuto.
Persino all'ultimo tabù, la morte, verrà presto dato l'assalto.
Anche su questo ci siamo già espressi.
Intanto il lavorìo prosegue.

"Una sorella e un fratello [Ana e Dani] con lo stesso padre ma madri diverse hanno annunciato il loro amore incestuoso in diretta Tv, durante una puntata dello show spagnolo Cambiame ... Ana ha raccontato: '... abbiamo qualcosa da dire e questo è un buon posto per farlo. Siamo cresciuti separatamente e 20 anni più tardi ci siamo trovati l'un l'altro attraverso i social media e instaurato un'amicizia. Siamo innamorati'". 
Durante la trasmissione ha fatto la sua comparsa anche il padre, che ha scherzato con la figlia dicendole: "Posso chiamarti nuora?", il tutto tra l'ilarità generale. Al termine del programma, lo stilista dello show, Pelayo Diaz, ha scritto su twitter: "Chi siamo noi per giudicare? L'amore viene prima di tutto".

Ma certo, l'amore.
Si prosegua con quest'altra chicca su un certo Thomas Beatie:


"... era donna, è diventata uomo ma prima di cambiare sesso aveva fatto congelare gli ovuli e dopo qualche anno se li è fatti reimpiantare, fecondati. Risultato: un uomo incinta. Sposato con una donna. Nel frattempo ha partorito ed è padre (o madre?) di tre bambini ..."

Non sto a chiedermi se queste notizie son vere o false.
Se false sono ancora più inquietanti.
Sono ballon d'essai, ma anche scandali fatti trapelare ad arte per allentare ogni residua resistenza.
L'attacco, in Italia, ora si concentra sulle droghe.
Il Partito Radicale è in prima fila per la legalizzazione della marijuana; anche il buon Cantone approva. Anche questo è un assaggio, per abituare, conformare, mitridatizzare l'opinione pubblica. Il lavorìo del tarlo, implacabile, costante, occulto (solo qualche scricchiolio quasi inudibile), sinché, un bel dì, il mobile si polverizza. Sembrava così solido!
Improvvisamente, un giorno, quel giorno mirabile, si scopre che gli Italiani sono ormai maturi per avere droghe libere (non libere, legalizzate! strillerà il babbeo di turno). E così sarà. Il tetro armadio della morale si è dissolto.
Poi verrà cosa? Bagni per transessuali, compravendita di organi, pederastia, poligamia, adozioni per single, campi di lavoro per laureati in surplus, reintroduzione dell’istituto del nexus? ... è tutto previsto e può accadere di tutto.
Questo non è relativismo, sono i Saturnali degli schiavi. La sfrenatezza, la mancanza di un confine entro il quale ci si impone di restare, razionalmente.
Alla faccia della morte di Dio!
E tutto questo, che è voluto, fortemente voluto, per allevare la nuova razza, sembra avere in sé una forza vitale propria; è un crinale che abbiamo imboccato e non c'è verso di fermarsi. 
La follia dell'Occidente, ansiosa di negare ciò che è stato, è una malattia il cui decorso può fare a meno della volontà dell'Occidente stesso. Il Golem è ormai senza catene.
Di fronte a tale movimento universale si perde, certo, la voglia di contrastare al nulla.
Dovremmo ritirarci nelle nostre ridotte e aspettare.
D'altra parte è ciò che fanno tutti i ribelli o presunti tali: aspettare il grande botto o tifare questo o quello quale surrogato alla propria ansia di ribellione.
Per conto mio (quanto mi rimane? venti o trent'anni?) ho sempre amato stare ai margini.
Scrivere qui, di tanto in tanto, ha il sapore del lascito.
Ogni articolo è il lacerto di una memoria intercalato da malinconici “item”.
Anche gli articoli di Orso, che è più ruvido e battagliero, sembrano, in successione, i grani del rosario di un missionario all’inferno.
Ma la mia non è una rinuncia, l'odio arde sotto la cenere ... è che non son fatto per i tempi a venire. 
Mi piace stare fra gli sconfitti e biascicare, ogni tanto,  come un vecchio caprone: "Ma dove sono le belle dame di una volta?".

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