lunedì 19 giugno 2017

La vestaglia del principino


Pubblicato il 3 maggio 2016

Il fallimento della controinformazione.
Perché la controinformazione (o, almeno, parte d'essa) non diviene parte del discorso politico dell’uomo comune? Meglio: perché la controinformazione stenta addirittura a penetrare le residuali coscienze (quelle più avvertite)  e finisce per coinvolgere solo un pubblico esiguo (sempre lo stesso) - un pubblico, che, peraltro, si presenta davanti ai grandi avvenimenti internazionali sempre più diviso?
Il peso del giornalismo alternativo (chiamiamolo così) risulta pressoché nullo.
Su Pauperclass blog si è cercato di dare alcune risposte:


E tuttavia stavolta voglio proporre una diversa interpretazione.
Non una spiegazione.
Solo un'ipotesi di lavoro onde scrutare l'orizzonte da una diversa prospettiva.
Voglio, però, avvertire: non parlerò mai di contenuti, ma esclusivamente di forma. Aspetto, modo; dell'atto di porgersi; di emozionalità.
Il punto è questo: la controinformazione (d'ora in poi CI) non affascina. Non piace. Non muove le coscienze. È, talvolta, controproducente.

1. La CI spiega, spiega sin allo sfinimento. È sin troppo minuziosa, pedante, infervorata. Richiami, note a pie' di pagina, link, immagini, setacci investigativi, ricostruzioni, plastici digitali. Persino i commenti del pubblico, a volte, prendono la forma di piccoli trattatelli; a materiale si aggiunge materiale: un coacervo di fatti che lievita inestricabile. Chi segua un episodio di politica o di terrorismo internazionali in poche ore arriva alla sazietà, persino allo sfinimento: legge troppo, interpreta troppo: come un asino di Buridano postmoderno trova non due greppie, ma tre, quattro, dieci; ciascuna con un fieno più odoroso, o più fresco: e dopo una spanciata, piluccando qua e là con avidità, non placa la propria fame, ma si procura un'indigestione (e un inevitabile disgusto per il fieno a venire).

2. La CI non è simpatica. Manca di ironia, ça va sans dire; si prende troppo sul serio; ignora bellamente il sarcasmo, l'apologo, la finzione letteraria, il ragionamento per assurdo. Gli esponenti della CI sono, spesso, invulnerabili alla malizia della circonvenzione dell'ascoltatore. Sono troppo diretti, permalosi, autoreferenziali. Spesso dispotici, paranoici. A volte, purtroppo, cadono nel difetto opposto: la goliardica superficialità.

3. Alla CI manca del tutto il travestimento dell'arte. Non abbiamo opere di CI davvero seducenti. Racconti, romanzi, scambi epistolari, autobiografie. Fiction, pièce teatrali, vaudeville: inesistenti. Solo monografie; spesso minuziose, come detto, ma aride, stitiche, respingenti.

4. La CI scrive male, molto male. Sintassi, punteggiatura, grammatica vanno all'ingrosso (e ciò si riflette anche in alcune traduzioni). Pure certi giornalisti di lungo corso propongono, oggi, sbobbe d'incerta digeribilità. Se c'è stata una mutazione antropologica fra Sessanta e Settanta, essa si riflette anche nell'andamento e nell'eleganza prosastiche: basti confrontare, a puro titolo d'esempio, gli articoli di Montanelli e Cervi con quelli di Feltri e Buttafuoco; o quelli di Pasolini e Cosulich con quelli della Annunziata, di Augias o Norma Rangeri.
Sia chiaro ancora una volta: parlo di forma, solo di forma.
Riguadagnare lo scrivere (o la recitazione, la semplice dizione) alla bella forma: sarebbe già un progresso. Persino la calligrafia, l'impaginazione, la grafica e i caratteri di stampa davano tono, fascino e distinta autorevolezza a ciò che si stava per dire. Oggi, al massimo, possiamo giustificare un testo digitale: non è un bene per la causa.

5. La CI sottovaluta la bellezza come arma di contestazione.
Cosa produce il turbocapitalismo se non bruttezza e sfregi? Il suo utilitarismo, anonimo e tecnicistico, sforna unicamente orrori antiumani. I simboli più vistosi d'esso (grattacieli, aggressive skyline, mercanzia di lusso) non sono che laide paccottiglie, prive di forma e di quella profondità che dona il passato e la tradizione manuale: concepite per un futuro breve e immediato, esse rovinano, al gusto e allo sguardo, in pochi anni.
La bellezza, invece, sarebbe già un argomento. Ma è ignorata.

6. La CI si lascia catturare dall'attualità. Avvicina lo sguardo sino all'iperrealismo, quando, invece, dovrebbe scostarsi dignitosamente dal contingente più trito. In tal modo, più che illuminare, rende ansiosi. Cavalcare il quotidiano è un fuoco di paglia, intenso, ma effimero.

7. La CI non gioca sull'emozione. Questo è il suo tallone d'Achille, la spalla di Sigfrido. Qui la CI celebra la sua autentica disfatta.
I simboli profondi, i caratteri atavici della nazione, ciò che struttura l'animo irrazionale e millenario delle genti, viene da essa trascurato.
Non si trascina all'azione col ragionamento; esso è utile a rafforzare la convinzione, ma inetto a farla sorgere.
Per capire cosa intendo basti cliccare su questo link:


Incontro tra il Presidente USA Obama e William, futuro regnante, e relative consorti. Incontro fra l'ex colonia, sede effettiva della NATO, e l'ex madrepatria, succursale prima dell'atlantismo e sede effettiva della governance degli Stati Uniti d'Europa (quale propaggine angloamericana).
Fra i partecipanti, il principino in vestaglia; biondino e grazioso: vero catalizzatore della scena.
Leggiamo alcuni stralci del commento:

"Hanno fatto io giro del mondo le immagini del principino George che riceve il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e la moglie Michelle in pigiama e vestaglia a Kensington Palace, insieme a mamma Kate e papà, il principe William. Il bambino di due anni è stato alzato fino a tardi per poter incontrare la coppia presidenziale a cui ha mostrato il cavallo a dondolo e i peluche regalo degli Obama alla nascita della principessina Charlotte ... Gli Obama sono arrivati a Kensington palace con la Cadillac nera presidenziale ... Il principe William, in giacca e pantaloni blu, senza cravatta, li ha accolti sotto un ombrello ... la principessa Kate, in abito verde acqua e marrone, ha poi stretto la mano al presidente e alla moglie Michelle, che indossava un cappotto cammello sopra un abito beige leggero ... i quattro sono entrati nella residenza per la cena, dove li attendeva un ansioso principino George ... George ha poi mostrato al presidente e alla first lady un cavallo a dondolo - regalo degli Obama per la sua nascita - e un peluche - regalo alla nascita della principessa Charlotte".

Non c'è niente da fare: è un capolavoro.
Pare che la vestaglietta del piccolo George sia andata a ruba nei negozi d'abbigliamento inglesi. Una vestaglietta virale. Presto lo sarà anche in Italia dove i settimanali più venduti (quelli di pettegolezzi) pasteggeranno con queste foto per mesi.
Pochi scatti: il potere è umano. Il potere è bello. Mamma Kate, papà William: normali, come tutti. Gli atletici americani, anche loro alla mano. E il bimbo poi: come si fa a non amarlo? Il caldo focolare che tiene lontana la fredda primavera londinese, il gusto semplice e raffinato del decor reale, l'attutito dispiegarsi del cerimoniale che tanto fascino esercita nelle menti dei semplici.
Che sono decine di milioni. Centinaia di milioni.
Sì, questo ricetto di calore, bonomia, e riservata aristocrazia rende accettabile il potere. E lo relega a lande lontanissime dal livore e dal risentimento. E poi? Se anche potere vi fosse, se pure tali uomini e tali donne sedessero al di sopra dei comuni mortali, partecipi d'un esistenza privilegiata e preclusa a tutti … e allora? Non è giusto, non è dolce dipendere da un tale dispotismo, così umano, e, in fondo, partecipe del nostro quotidiano? "Forse godranno di privilegi", pensa l'uomo a una dimensione, "ma le responsabilità ... loro se le accollano in vece nostra, che abbiamo ben altro in testa ..."; e, più importante, l'uomo monodimensionale non vuole certo cancellare il sorriso del principino con qualche cattiveria ... sarebbe vergognoso macchiare il candore della vestaglietta con il fango d'una bocca da frustrato ...
Queste non sono foto. Sono gocce di miele che si depositano nell'animo delle moltitudini e, al riparo dalla coscienza (di classe?), immunizzano dalla rivolta e dalla critica.
Chi oserà mai disprezzare questo presepe del potere?
Mi ricordo di un bel film di Franco Brusati, Pane e cioccolata
Nino Manfredi è un immigrato italiano in Svizzera. Per un banale motivo viene espulso, e, pur di coltivare il sogno d'un esistenza migliore, rientra come clandestino e trova riparo presso una fabbrica di macellazione per polli, tenuta da un pugno di connazionali, irregolari come lui.
È una delle scene più crudeli del grottesco cinematografico mondiale. Qui in due parti, imperdibili:



I compatrioti sono regrediti a livello ferino: vivono in un ex pollaio, dormono, promiscui, all'interno di stie riadattate (dove uno di loro convive more uxorio con una gallina), si muovono a scatti, coi capelli irsuti che si sviluppano in creste, chiocciando e modulando sonori chicchiricchì. Ma non si lamentano: tutto va bene, ringraziando la Madonna (di Pompei). Improvvisamente il pollaio umano si scuote: i figli del padrone (svizzero) che li tiene a cottimo si recano, a cavallo, al fiume: alti, dai lunghi capelli biondi, nudi, essi inscenano una scena arcadica; gli italianuzzi li osservano, muti, estasiati, coi grugni compressi contro il reticolato metallico, in una parodia di schermo televisivo. "Sono belli, eh, sono belli?" dice uno; non c'è invidia, né livore, solo l’ammirazione spirituale tributata da un inferiore, che non sa d’esserlo, a una deità. Guai a contrastarla!
Nessun ragionamento, nessuna logica stringente, nessuna invettiva convincerebbe quegli scarti d’umanità che il essere miserevole deriva dal medesimo status quo che genera quei corpi perfetti. Anzi, essi compatiscono Manfredi che si pone ancora domande (“Chi sono io?”). 
Parimenti, nulla convincerà l'individuo comune (il cui numero è legione) che, nelle immagini londinesi, recitano in realtà cinque grassatori (di cui uno si gingilla su un cavallo a dondolo). Quale temerario oserebbe affermare, in pubblico, una simile enormità? Nessuno. Se esistesse, un tal uomo, verrebbe investito da una tale carica di odio da restarne annichilito psicologicamente. 
E questo accade perché all'emozione (le trippe, l'utero, l'immaginario collettivo) non è possibile  contrapporre la logica. Aristotele va allo sbando contro la vestaglietta. Nella propaganda, tertium datur, altro che principio di non contraddizione.
In una democrazia, pur fittizia, il controllo delle pulsioni è basilare.
Per avere un minimo di speranza occorre, perciò, agire nel profondo dell'anima millenaria. Maneggiare istinti, accensioni ancestrali. Altrimenti si resterà sempre relegati in un limbo per pochi ove non si avrà nemmeno l'onore d'essere combattuti: solo ignorati.
Se il potere esige il cretino di massa, manipolato nei suoi istinti primari, dovremo, per vantare un minimo di efficacia, rispondere con le stesse armi.
In fondo i popoli europei hanno una storia comune.
Tabù, odii, passioni, slanci ... promanano da una radice che ci affratella. Possibile che sia tutto dimenticato? Ciò che muove all'azione ... possibile che tali intime regioni siano a tal punto insensibili a qualsivoglia sollecitazione? 
La massa è inerte. Se la verità rende liberi, essa libera solo pochissimi di noi.
Non ci serve, quindi, un trattato o un saggio che la disveli, questa maledetta verità, ma un eroe che la indichi, una figura che, irrazionalmente, visceralmente, muovendo corde antiche, porti la massa verso di lei: quasi in sogno, e persino contro la propria volontà cosciente.
Ma dove trovare un simile individuo, più metafora che uomo?
Chi ha la forza e la capacità di attivare il Golem della vendetta?

4 commenti :

  1. Siate gentili…

    Per ora all’orizzonte non vedo alcuna “casta/élite” interessata ad offrire una proposta filosofica, politica, economica alternativa all’attuale, uno sparuto numero di intellettuali la guerra non la può fare contro l’ormai consolidato potere economico-tecnico-finanziario; una “comunicazione adeguata” senza una “sponsorizzazione adeguata” impatterebbe comunque in modo insignificante sulla massa.

    Il Samurai solitario, per una serie di vicissitudini che non dipendono dalla volontà, potrebbe trovarsi senza un Signore da servire…

    Il tempo potrebbe dimostrarsi galantuomo? Se è vero, è solo una possibilità. L’utilità dei siti di controinformazione potrebbe essere quello di tenere accesa una “fiammella” da tramandare ai posteri.

    Ho letto Preve che sul suo libro Filosofia del Presente offre, come sempre, strumenti preziosi, di seguito solo alcuni passi.

    La monarchia universale porta, la storia dimostra , prima al dispotismo, poi all’anarchia (CP cita Kant – Per la pace perpetua).

    “La modernità crede di costituirsi sulla base della ragione scientifica ed illuministica, e non è affatto consapevole del fatto che la sottrazione dei due concetti di Sostanza e di Causa e l’addizione dei tre concetti di Materia, Storia e Lavoro ha come scopo segreto l’edificazione di una società utilitaristica del dominio del valore di scambio” (CP)

    Dal momento in cui L'Essere è il Nulla, quella è la via...

    “Chi intende preservare la propria identità minacciata da cambiamenti incomprensibili con la riaffermazione nevrotica della propria appartenenza finirà con il perdere sia l’identità che l’appartenenza, o meglio con il farle diventare ostaggio di astuti manipolatori, i famosi “ultimi uomini “ preannunciati da Nietzsche” – Bisogna dunque scommettere sull’atteggiamento dialettico contro quello dogmatico (CP)

    E se fosse vero che “non c’è più nulla da fare” e che solo un Dio potrebbe ancora salvarci – (Heidegger) - “allora ciò che resta ancora nelle nostre possibilità è la chiusura volontaria in comunità di amici che si organizzano in un rinnovato “giardino” epicureo, e che diventa poi il coltivare il proprio giardino [….] il massimo del minimalismo filosofico possibile, e cioè la coltivazione dell’interiorità all’ombra del potere, un potere che è oramai dichiarato non più scalfibile da progetti umani in quanto ormai incorporato in un apparato tecnico anonimo ed impersonale, in cui è venuta ad implodere anche la vecchia alienazione” (CP)

    Un caro saluto.

    Arianna

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  2. Cara Arianna, ti ricordo il romanzo di Bradbury, Fahrenheit 451.
    Alcuni uomini di buona volontà (leggi: martiri, ovvero i testimoni) portano avanti una tradizione orale, fragilissima, contro la devastazione che li minaccia trionfante. E qual è la speranza? Che il fuoco degli oppressori che brucia i libri e il passato possa tutto distruggere per far rinascere di nuovo il mondo dalle ceneri: come accade alla Fenice.

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  3. Grazie per il titolo Alceste, leggerò sicuramente il libro.
    Un caro saluto.
    Arianna

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Siate gentili ...