19 luglio 2023

Canicola

  

Roma, 20 luglio 2023

"Anche i migliori non sfuggivano talvolta alla tentazione di degradarsi volontariamente, di livellare le frontiere e le gerarchie, di tuffarsi in quella superficiale fanghiglia di comunanza, di intimità facile, di turpe promiscuità"

Bruno Schulz, Le botteghe color cannella 

Caldo torrido, caldo africano, ondata di calore, Caronte, Flegetonte, Stige, fuoco, vecchi bruciati dal fuoco, l’Italia che arde, incendi, clima torrido, clima africano, rosso fuoco, picco di calore, temperature a terra, temperature record, caldo record, anomalia record, Italia bollente, bollino rosso, gran caldo, caldo boom, Fontana di Trevi, apocalisse. Fa caldo ragazzi, eccome se fa caldo. Un caldo diverso, però, assai più caldo di quello delle estati passate. A parità di temperatura, ça va sans dire.

Sì, signor giudice … confesso ... lo faccio liberandomi finalmente l’anima da un peso insostenibile, e rimettendomi, al contempo, alla clemenza del Vostro giudizio  … confesso: i trentacinque gradi delle mie estati da ragazzino erano assai più fresche se confrontate coi trentacinque gradi di oggi. Purtroppo, nato e cresciuto quale plebeo, vissi nell’ignoranza … ma ora, in attesa della condanna, severa quanto equa, perdonate una minuscola caduta nel ricordo. Si era a metà degli anni Settanta. Spensierato, come solo i bambini di allora potevano essere, senza nemmeno il sospetto della crudeltà, innocente come un uccellino, solevo sdraiarmi all’ombra, presso il balconcino della nostra cucina: in un palazzo popolare dell’infinito suburbio romano. La mattina, libero dagli impegni scolastici, che pur mi erano cari, io leggevo. Giulio Verne, non ancora Jules, fantascienza, Dracula, Frankenstein, Tex, saggi su Magellano e Cristoforo Colombo (rinvenuti nella sbrindellata e casuale biblioteca di casa), leggende cristiane, Dumas, Paperinik. Andava di moda, a quel tempo, il gioco del clik-clak, due palle di legno legate a un filo che si facevano cozzare violentemente e velocissimamente con un giuoco formidabile dei polsi. I lunghi pomeriggi, senza televisione, amavano riempirsi di tali ritmici rintocchi; dalle decine di balconi che davano sull’ampio cortile interno, sorta di salotto comune, ragazzini e adulti discorrevano amabilmente fra loro; poi, svaporate le ore più calde, ci si ritrovava fra noi, a inscenare farandole e scherzi infantili: allora, per qualche ora, tutto prendeva a risonare di schiamazzi e richiami; l’aria immobile si faceva gradatamente compassionevole; al tramonto s’avvertivano lieti i profumi della cucina: un fritto, della carne al tegame; si cenava, a volte, rinserrati come conigli, proprio su quei balconi; dopo, mentre mia madre risciacquava i piatti, amavo starmene da solo, coi gomiti appoggiati alla ringhiera scrostata. Aspettavo il consueto miracolo personale: le luci della sera. Quelle timide accensioni, una dopo l’altra, contro all’azzurrino del crepuscolo che, dolcissimamente, cedeva il campo alla notte, mi rapivano irresistibilmente, ogni volta. Soggiogato, riuscivo a dimenticare persino la fetta di melone, che mi rimaneva in mano, a mezzo sbocconcellata; l’umile spettacolo: flebili lampadine giallastre, abat-jour, soffusioni al neon, lampadari a goccia - tutto definiva le sagome di chi avevo pur visto, in pieno giorno. Ma quegli uomini e quelle donne, e i loro figli - Stefano Elisabetta Enrico Danila - mutavano, ora, in presenze nuove, fantasmatiche, seppur amiche. Un mondo sospeso, diverso; in cuor mio (ma lo compresi solo più tardi) speravo che rimanesse per sempre, gravido del dono dell’eternità. In sottofondo s’avvertiva il ronfare della città; e il pulviscolo dell’elettrico, lontano, verso il centro formicolante, da lì sfumato come un miraggio. Poi le tenebre infittivano; inaspettata, risaliva da terra una brezza fresca, a scuotere i rami dei pinastri del cortile; allora chiudevo gli occhi, a meglio goderla: il mondo era perfetto.

05 giugno 2023

È arrivata una cicogna


Roma, 5 giugno 2023

I tagli lineari … il taglio delle accise … il taglio delle tasse … il taglio dei boschi … eppure solo un taglio è centrale per la distruzione, probabilmente l’ultimo per l’Italia, quello mortale - l’unico colpo di rasoio a cuore agli psicopatici che comandano a bacchetta la feccia in cravatta e tailleur della dirigenza nazionale, protetta dal basso patriziato che spera ancora di lucrare qualche cioccolatino - quello, orizzontale, fra le generazioni.

Il Sessantotto, rivoluzione coloratissima e psichedelica che iniziò l’operazione “homunculus”, fu il primo tentativo “radicale” di recidere la tradizione (lat. trā-dere, dare oltre, affidare, consegnare in mani fidate id est piene di fede, a cui prestare fede). Non si contarono mai abbastanza gli eserciti di filmini, le canzoncine, le concioni e le invettive varie contro i padri, le madri, gli avi, persino i padri della patria, ridotti a lestofanti e mestatori; la consegna andava sventata ... non una, ma due tre cento volte si dipinse il mondo del passato coi colori bui di una reazione ferina e depravata, da rigettare e dimenticare … in nome della falsa libertà, come sempre, si arrivò alla perversione perfetta dell’etimologia stessa, tradire, fondata sul tradimento supremo e insuperato, quello del ragionier Giuda, che consegnò il Cristo.
E ora assistiamo allo spettacolo di tale mondo libero

E poi seguirono altre rasoiate.
Nelle università contro la trasmissibilità del sapere (il diciotto politico, il trentasei politico, il crollo casual della selezione); nei reparti di ostetricia onde triturare feti e svuotare il ruolo della madre, quella vera, simbolo supremo della vita e della gerarchia legata al sangue; nelle scuole in cui si doveva, da subito, disimparare tutto ciò che ci legava allo ieri, dalla storia (non si studia la guerra in Vietnam, ma ci rendiamo conto!); nella religione (e il buddismo dove lo mettiamo? E il giainismo? Vi fa schifo?); nella lingua (l’inglese vi servirà come il pane! Come troverai lavoro senza inglese? Meno genitivo da latinorum e più genitivo sassone!); in economia, disincentivando mercé miriadi di leggine e regolamenti locali, le più sciocche e gratuite, i piccoli proprietari e il rapporto stesso degli Italiani con la terra onde favorire il latifondismo da multinazionale, spacciato per efficiente; nel sociale con l’irruzione del divorzio; nella psicologia fomentando un immaginario da rotocalco femminile in cui occorreva liberarsi dei tabù instaurati da quei delinquenti di mamma e papà; e ancora: imposte vertiginose sulla casa e i servizi locali (il decentramento!) per costringere alla resa gli omiciattoli e sfarinare lentamente, ma fatalmente, l’asse ereditario (l’eredità è un furto: così i falsi socialisti di ogni risma già in secoli meno sospetti); nel Cristianesimo, tramite il Concilio, che prevedeva minutamente un’architettura, una liturgia e una lingua sciatti, falsamente vicini al fedele, brutti, squallidi, generici - in sostanza un corpus di credenze svalutato come respingente, insulso, fungibile, e reso buono per quaccheri, hippie e animisti, inutilizzabile; nei mestieri e nelle professioni, resi, grazie alla tecnica digitale, roba da passacarte o fenomeno sussunto velocemente dalla sfera seriale; in ogni arte, anche la più minuta, investita al ribasso da torme di dilettanti cui faceva gioco la mancanza di selezione (abolizione della terza pagina, della figura del critico etc).

Cosa significa tagliare quei fili? Cosa significa, in ultima analisi, la rinuncia alla sapienza come tradizione, alla profondità dei secoli?

22 aprile 2023

Occidente in demolizione controllata


 "The tiger springs in the new year. Us he devours"
Thomas S. Eliot

Roma, 22 aprile 2023

Più passa il tempo storico, oramai scandito da malsani scoppi di follia invece che da avvenimenti politici rigorosamente esaminati e classificati, e più pare d’essere precipitati agli estremi fotogrammi di una dittatura africana del dopoguerra. Pochi ricordano Amin Dada e Bokassa, i garzoni messi su dall’Europa per sfruttare quelle lande sradicate al loro tran tran neolitico. Li si chiamava dittatori; erano, invece, lo specchio deformante di un’Europa che si stava liberando da sé stessa. In quanto déracinées, e pertanto privi dei tradizionali ammortizzatori psicologici, i Bokassa solitamente erompevano in orge megalomani d’iperbolico sadismo kitsch; ove la leggenda, s’attenuava, forse, più casta della realtà: oppositori gettati in pozze lutulente ove diguazzavano coccodrilli antidiluviani, troni esornati da centinaia di migliaia di perle, ministri assassinati in pieno consiglio per escinderne ghiotte cervella, amanti depezzate, ceste di diamanti, unzioni messianiche, petti onusti da figliolanze di medaglie da pitocco.
Questi golem morirono quasi tutti nel proprio letto perché gli Europei, che ne hanno viste tante, li trattarono, alla fin fine, da figliuoli scavezzacollo. L’ansia da esecuzione sarà propria dei trogloditi yankee, da Gheddafi a Saddam al povero nefropatico rintanato nelle gole afgane.

Sono tempi d’infimo impero, tempi ultimi per questa nazione rabberciata, l’America, ormai a fine missione. A riguardare il postremo Bokassa della Pennsylvania, Joe Biden, sembra di assistere alla finis terrae della razionalità; discorsi sconnessi o da spacconi, gaffe istituzionali, ciangottamenti, vane gesticolazioni nel vuoto; soprattutto un’istintiva e feroce disistima per la delicata impalcatura democratica: a differenza dei predecessori che, almeno, fingevano uno scontro ed erano costretti a vellicare grossolanamente le pulsioni più elementari dell’elettorato di riferimento (tasse, comunismo, eccezionalismo americano).
Tale spettacolo da Barnum, che si ripercuote vertiginosamente giù per li rami istituzionali, dal transmarinaretto alla polimorfa compagine clitoridea che gli si struscia d’attorno, ci ammonisce variamente.
La prima cosa che salta all’occhio è che l’America ha esaurito il proprio ruolo, e non per sua scelta. La seconda, evidente, ma ancora ignota al miccus suffragans, è che la democrazia, nella sedicente culla democratica, non esiste più, nemmeno nella finzione scenica: percentuali, sondaggi, conteggi e riconteggi non hanno rilevanza; siamo alla pura pantomima. Il prescelto si insedia direttamente; la manfrina dei gagliardetti, delle convention, dei manichini televisivi, liberali o conservatori, repubblicani e democratici, elefante e asino, blu e rosso, viene mantenuta solo per non allarmare troppo il residuo corpo elettorale: mera questioncella di ordine pubblico. E chi è il prescelto? Un Bokassa qualunque, un prestanome; un subdominante cui si concede tutto, dalla repressione interna alle sanguinose minacce internazionali, poiché il voto, nella sua essenza contabile, più non serve: la manipolazione a posteriori fornirà l’innegabile sostanza (c’è poco da fare, ha vinto!), sancita, poi, dalle vacue e sbrigative formalità costituzionali. Anche governatori, sindaci metropolitani e amministratori locali, la flebile epifania della libera scelta democratica, paiono usciti da una sit-com farsesca; come quel senatore della Pennsylvania (ancora!), uno capace di accendere lampadine con la bocca, forse uscito dai provini de Le colline hanno gli occhi; l’irruzione delle minoranze, poi, gravide delle rivendicazioni più sciocche, ha donato quel tocco di delirante anarchia a tutto il caravanserraglio: perché, ricordiamolo, le apocalissi dei cretini richiamano irresistibili il tono grottesco.

No, il Potere non s’identifica più con l’America e il mondo che gli fu soggetto; essa non regge il suo ruolo, secolare, di pupazzo da ventriloquo. Si cambia, è davvero tempo di olocausto globale, l'ultimo possibile, privo di ritorno. La metastasi è troppo avanzata e corrode persino l’immaginario. Solo il ridicolo servilismo italiano rimane fermo ancora ai tempi di Kansas City e dell’americano a Roma Nando Mericoni. In cambio di tale filoatlantismo fuori moda, però, l’Italia non riceve prebende, ma, anzi, s’ammala. Basti vedere come alcune nostre città d’arte, ancora splendide sin a cinquant’anni fa, si siano tramutate in pattumiere antropologiche e urbanistiche rassomigliando, gradatamente, ai suburbi più lerci e psicopatici delle big city yankee, formicolanti di un demente sottoproletariato digitale: squatterschlein, pensionati più pulciosi dei loro sacchi di pulci, drogati, zingari stipati in caravan dalle gomme sgonfie, inabili, deformi, pazzi, obesi in canottiera, vecchi che strascinano sporte di plastica appesantite da junk food; i caseggiati popolari lordati dagli spray, le ringhiere divelte, si aprono su prati fulminati da piscia e merda di cane, gli angoli dei cortili spessi per i rifiuti di anni: carte da gelato, plateau da discount, cartoni di surgelati alla plastilina, ma da saltare gustosamente in padella, preservativi rinsecchiti.

27 marzo 2023

Il dovere di essere reazionari


Roma, 27 marzo 2023

I funerali … il dovere di andare ai funerali … e sia! Poi, sbiaditi i commenti, i saluti insinceri, le stupidaggini sullo scorrere del tempo, ci si divide con un sospiro di sollievo. Parenti, amici, sodali sono ben contenti d’essere ancora in vita … rispetto al salmone appena interrato, s’intende … in realtà, lo annuso, assolutamente disperati quali gli eviscerati omarini postmoderni sono. La loro ansia di sfuggirsi l’uno con l’altro non è che la testimonianza di una asocialità e psicopatia indotta dal Potere cui pochi riescono a contrastare. Finita l’esibizione di cravatte e tailleur, le insinuazioni sulla vita privata altrui mascherate da premurosa cortesia (voglio proprio vedere come se la passa ‘sto coglione!), lo sbattere delle portiere, estremo fuoco artificiale del me ne frego, annuncia la smobilitazione delle mascherine. Le auto ibride scivolano senza suono, come le automobiline da scontro negli anni Settanta; i volti, intuiti dietro le trasparenze dei parabrezza, già riacquistano la normalità scipita e disperante dei giorni, cucchiaini da caffè che consumano esistenze prive di significato. Per conto mio, me ne scappo a piedi (dov’è la tua macchina? ... non c’è, sono venuto col 19 ...t’accompagniamo a casa? ... no, no... Alla fermata? ... no). Sgombrato il capannello, deposte le corone, già indistinguibile ciarpame, il cimitero del Verano riprende la consueta anomia. Lunghi viali rettilinei, desolati, edifici deserti fitti di loculi abbandonati, le luci tremolanti o spente del tutto, la vegetazione incolta, i larghi prati malmessi o circondati da transenne presso tratti di architetture crollate. Mi immetto in un largo viale che reca all’uscita sulla via Tiburtina. Sulla destra è l’altopiano del reparto Israelitico, anch’esso privo di alcun visitatore.
A livello del terreno alcune tombe dei primi del Novecento. Marmi, memorie, cippi. Così dovevano apparire ai viaggiatori le antiche consolari romane, affiancate da epigrafi e ammonimenti. Le vie che si dipartivano da Roma, l’Eterna, così perfette nella manutenzione e nella posa dei basoli, e simbolo della potenza e dell’organizzazione imperiale, si costituivano come straordinari memento mori.

Una teoria di nomi, date, speranze, afflizioni. Immagini di volti, alcuni conservati perfettamente a distanza di secoli. A ridosso della collinetta che risale verso i campi meglio tenuti, una lapide: Nina Levi, 1878-1899.
Nina. Forse Antonina?
Non posso rimanere indifferente. Ecco, ella mi osserva, da due secoli addietro; è fra noi. L’acconciatura gozzaniana, il collettino d’antan … la pudica ritenutezza, e il liquido scuro degli occhi che annulla le distanze; con noi discorre, ancora, familiare come i ritratti romano-egizi del Fayyum. L’amore dei genitori per la figliola, il dolore per la perdita: “Riposa Nina, riposa, caro angelo nostro, nel grembo dell’Eterno, tu, gioia strappata ai nostri giorni sulla Terra, riposa, gentile e casta fanciulla”. Le lettere incise con maestria, debitamente simmetriche, con ragionevoli sbalzi di dimensione fra i caratteri, a esaltare virtù della giovane defunta e invocazioni celesti. E quell’inciso, CONCORDIA DISCORS, tratto dall’epistola oraziana a Iccio: onde ammonirlo a non abbandonare la filosofia per la scabbia del lucro e dimenticare “quae mare compescant causae, quid temperat annum/stellae sponte sua iussaene vagentur et errent,/quid premat oscurum lunae, quid proferat orbem,/quid velit et possit rerum concordia discors”: cosa e chi governi il mare, le forze regolatrici delle stagioni o degli astri, perché s’oscuri la luna, quale il fine o la natura dell’armonia discorde delle cose.
Una famiglia ebraica cita un Romano imperiale che allude a un greco di Sicilia che anticipa di due millenni i concetti del cristiano Eliot: “reconciled among the stars”: poiché unica è la lingua, e occorre amarla a fondo per non infangarla, per comprenderne la portata.

In questa immagine purissima è condensato tutto ciò che occorre sapere sulla resistenza, sulla nostra etica, semplice e inflessibile. Opporsi al transeunte, alla sciatteria, all'oblio canceroso, al livellamento, alla globalità che spiana le differenze e il patrimonio dei popoli; selezionare, selezionare; rendersi indipendenti dalla moda, dai tempi; rigettare la moda e i tempi, continuamente definire, scavare nel senso delle parole, infinitamente adeguarle a una realtà di ricchezza infinita.

Henry Gee è un genetista, un evoluzionista darwiniano. Questo non mi disturba. Se proprio dovessi trovare qualcosa di scostante in lui, lo rinverrei nell’adesione, adombrata più che dichiarata, all’antispecismo e nel tributo (inutile quanto goffo poiché non richiesto) a un vago ateismo. Sono peccatucci da poco, tuttavia, quasi delle tangenti che un autore scientifico deve pagare per non farsi squalificare alla partenza. La scienza attuale, infatti, è quanto di più intollerante sia mai apparso nella fugace storia del pensiero umano.

Ma torniamo a noi. Cosa dice Henry Gee nel libretto La specie imprevista. Fraintendimenti sull'evoluzione umana?

07 marzo 2023

L'accabadora

 

Roma, 7 marzo 2023

Il tifo, inteso come sopravvalutazione e giustificazione acritica della propria parte, è l’unico residuo dell’anima ancora in grado di smuovere i cuori, almeno in Italia. Eppure … Mi piace, da flâneur della dissoluzione, riguardare le reazioni dei tifosi dopo una partita molto sentita, accesa da rivalità secolari … spesso sorprendo questi tipi lombrosiani su youtube … quasi tutti, se non la totalità, registrano video da soli, dal buio di una cameretta, sciatta e anonima, la sciarpetta o il vessillo standardizzato alle spalle. Si lagnano, fanno finta di urlare la gioia o il disinganno, accendono gli special della derisione, ma sono scenette di raro squallore, quadretti di gente desolata che si rigira nella desolazione cercando di ravvivare una fiamma languente. Gli rimane un po’ d’acrimonia, o di bile, al massimo … la visceralità delle vittorie e delle sconfitte dei propri beniamini in mutande non li tange, dato che, spesso, nemmeno esiste più il campanilismo da contrada che contraddistingueva i primi tifosi … essi solo puntano le fiches residue di una disperata umanità su quei milionari apolidi, così, giusto per vilipendere, la sera, il presunto avversario, chiunque egli sia, soli, irrimediabilmente soli, la luce azzurrina dei computer a rischiarare quei volti tutti eguali.

Rispetto di più gli hooligans inglesi che, almeno, cercano di strappare i labari altrui con qualche scontro fisico. Chiediamoci perché è stata lanciata una guerra totale contro il tifo da stadio … cosa significasse, in realtà, il DASPO, il controllo, la digitalizzazione ossessiva anche in questo settore … ovviamente tutti diranno: per colpa dell’Heysel, quei poveri morti! A causa degli pseudo tifosi che mettono a ferro e fuoco gli autogrill, le piazze italiane, gli autobus! Ma questa è solo l’occasione che motiva l’intervento, anzi l’operazione. Il problema, vero, è che il Potere rinviene in tali comunità, estrema barbara propaggine di quelle di sangue, la potenziale fucina di un dissenso organizzato assai pericoloso; poiché basato sulla complicità, l’onore, l’appartenenza, l’identità. Non a caso il fascismo è stato sempre accostato strumentalmente al tifo … e non solo perché se ne temono le quadrate legioni, ma per la connessione spirituale fra i suoi membri. Che tale spiritualità sia di quart’ordine è, qui, irrilevante. Ciò che risulta decisivo per il Potere è lo scioglimento de vi degli stati intermedi che si frappongono fra il Moloch statale, ormai diluito nella Monarchia Universalis, e l’individuo. Solo tale duello deve sussistere: Ominicchio vs Moloch, un mezzogiorno di fuoco dall’esito più che scontato. Un individuo deprivato, piccolo, stupidamente immemore e ottusamente nemico proprio di quelle istituzioni (famiglia, partito, compagnia, monastero) che, sin dagli albori della civiltà, hanno sempre attutito le varie e imperfette forme di totalitarismo escogitate. Che questa sia la questione sul tappeto, e non l’ordine pubblico, si nota dall’indifferenza sbadigliante che il medesimo Stato riserva ai tagliagole metropolitani e alle guerriglie urbane di anarchici e compagnia cantante: mezzi idioti che giustificano l’unico fine.

Si dice: vedi tutto nero. Ma chi può essere ottimista? Distruggere è facile. Le configurazioni, dalle più delicate alle più resistenti, vanno in mille pezzi sotto la spinta di una furia dissolutrice che attacca anche le istituzioni dapprima ritenute intangibili; così, senza vergogna, senza opposizione. Gli stessi mi dicono: ricostruiamo!

17 febbraio 2023

Hyde

Roma, 17 febbraio 2023

La farina di insetti tostati costerà di più, venti euri al chilo, e, poiché ricca di proteine, sarà destinata al mondo degli atleti e degli sportivi et cetera. Anche un giovane fornaio mima la manfrina: sì, il prezzo è alto perché … notevole livello ... digeribilità ... è che noi, incessantemente, sperimentiamo …  siamo agli inizi … si è capito il gioco? Presto gli insetti verranno reclamati come un privilegio … già vedo noti babbei forzuti in canotta a ingurgitare tavolette e integratori … e il popolicchio invidioso: perché noi no? Vogliamo  pure noi il pan di merda: ne abbiamo diritto … e allora il mercato, chissà perché, si piegherà alle loro esigenze … con la tecnica a limare i costi e la domanda, incredibile, ad abbassare i prezzi … così, accortamente vaselineggiando, senza il minimo sentor d’intrallazzo ... loro sperimentano, capite? La coltivazione del grano ha ventimila anni alle spalle … un imponente apparato di norme e cautele dalla Persia a Roma … centinaia di selezioni e accortezze … addirittura il privilegio di aver favorito la stanzialità, ma loro sperimentano … nel cucinino di un imbecille con la barbetta … in un paio d’anni … e la gente ci crede, anzi vedo già le prime sgomitate da Black Friday stregonesco … tutti con lo stampino, in serie, come matrioske in una catena fordiana … gli accademici casual multicolori con la gargozza anglizzata a timbrare col bollo del progresso.

A fronte di ciò che ci attende comprendo e perdono il revanscismo più brutale, alcune rivendicazioni d’ignoranza … persino la ruvidità dello Strapaese … l’alterigia del provincialismo italiano, che pure odio … tutto è preferibile a questi minuetti psicopatici in nome delle magnifiche sorti e progressive …

La prima definizione di coma irreversibile fu elaborata nel 1968 da un comitato creato ad hoc dell'Harvard Medical School …”. Nel 1968 … presso Harvard … da un comitato creato all’uopo … L’hic et nunc mettono da subito in sospetto; è quella locuzione latina, ad hoc, a far scattare gli special del flipper della sopravvivenza. Certo, la riga viene da wikipedia.it … e però sento di prestarle fede. Non voglio nemmeno approfondire. I favolosi anni a cavallo fra la devastazione e la dissoluzione … in cui il corpo, l’ultimo nostro regno, fu espugnato: in nome della libertà del corpo, beninteso! Sempre così, al contrario! L’ipermercato degli organi nasce anche da qui. Legale, esatto, scientificamente inoppugnabile. Scientifico, signori! L’ha detto la scienza! È scientificamente provato! Certo, è scientifico, a esempio, che laddove si ravvisino alcune evidenze tumorali (inglese, anni Sessanta, università, casual) ci siano in ebollizione gli alambicchi e le storte fumanti dell’inversione … che i più, la massa dei micchi, equivoca ovviamente come arricchimento della storia … relegando i Pochi, il contrario del contrario, alla Gehenna  della Reazione … ma per te sono tutti stupidi! Sei l’arroganza in persona! E così i cretini son sempre gli altri! Così vengo rampognato … è il basso continuo della mia vita … e però quando dico che proprio gl’Inglesi s’inventarono l’habeas corpus, o meglio: l’incipiente borghesia inglese strappò alla monarchia la conquista del corpo intangibile, nessuno sa oppormi gran che. Come mai tale contraddizione? Si potrebbe impetrare consulto a Silvanina Sciarra: come mai? Solo i membri della Corte Costituzionale, infatti, masticano queste materie con la dentiera della sicumera; i Nostri volano talmente alto, in regioni così eteree della logica, che possono dimostrare tutto e il suo contrario … nel nostro caso ci spiegherebbero che l’habeas corpus si è talmente raffinato che, proprio per affermare pienamente sé stesso, viene negato al cittadino. A furia di liofilizzarsi, insomma, sentenza dopo sentenza, ha raggiunto la suprema astrazione giuridica: è scomparso.

29 gennaio 2023

Kali Yuga


Roma, 30 gennaio 2023

Come può la sinistra sostenere un comico ebreo appoggiato da milizie e gruppi apertamente nazionalsocialisti? I vaccinatori sono fascisti? Come è possibile che il comunismo, morto nel 1989, risorga e venga recato avanti da turbocapitalisti? Se la Prima Repubblica fu anticomunista, e sostenuta da ambienti NATO, perché tali ambienti procedettero alla distruzione dei partiti anticomunisti e insediarono sul trono, dal 1992, i comunisti? Perché la fascista Meloni è concettualmente solidale con Enrico Letta in politica estera?
Come può accadere tutto questo, si domanda disperato il micco online. Non ha senso! L'avrebbe se si smettesse di giudicare per categorie e secondo il tifo. Ogni cosa, allora, tornerebbe a una terrificante ragionevolezza. Il nazismo, il fascismo, il comunismo, il liberalismo … non esistono … o, se son esistiti, in una fugace contingenza, hanno goduto il rilievo della moda delle borsette arancio mattone presso le borghesotte col tacco 12 … Ma non è possibile! Non è possibile! Tutto è possibile, se è logico … i protagonisti della storia novecentesca, apparentemente conflittuali, obbedivano evidentemente a Qualcosa d’Altro … qualcosa di radicato e definitivo che li inchiodava a certi comportamenti e non ad altri … ciò non toglie che i milioni si scannarono in buona fede, come in buona fede sembra l'omuncolo online ...
L’Uomo calpesta la Terra da milioni di anni: volete che siano cambiate le sue losche attitudini da quando roteava ossa di bufalo? Per tacere di categorie da ier l’altro, fascisti socialisti liberali dirigisti antidirigisti … pallide carnevalate dell’Usura …

Pian piano, come ratto dalla fessura d’un impiantito prossimo alla marcescenza, fece capolino l’Economista, maschera da commedia dapprima relegata negli stambugi dei dipartimenti tecnici. Novelle inaudite. L’Italia - Egli affermò - ha troppe piccole imprese. Molte agnatizie; o addirittura strettamente familiari: papà mamma e figli. Come possiamo, dunque, reggere l’urto delle multinazionali in una prossima era globale? Occorre aprirci. A favorire le grandi concentrazioni. I giganteschi flussi monetari. Lubrificando l’orifizio d’entrata nei riguardi dei mercati internazionali e transnazionali e sovrannazionali et cetera. Solo così sopravviveremo. Insomma, poppolo mio, mi rivolgo a Te direttamente: dobbiamo aprirci. Come? L’ho già detto? E allora lo ribadisco. E così sia.
Dai giornali, dalle televisioni, dalle radio, da Bolzano a Capo Maluk s’iniziò lentamente a martellare: siamo troppo piccoli, provinciali, sparsi sul territorio, si deve privatizzare, crescere, inglobare, concentrare, ingrandire … e aprire … Gli squittii, da cacofonia assordante, si composero finalmente in un coro angelico d’entusiastica asseverazione. I primi supermercati, ipermercati, centri commerciali … i primi trust, svendite, fusioni … gli approcci, dapprima timidi, poi via via più spinti, in pochi lustri ci trasformarono, a forza d’aperture, nella baldracca d'Europa. Trent’anni riassunti in step motion: la multinazionale induce il povero bottegaio all’elusione fiscale. La multinazionale rilancia, tagliando spese, costi ed esseri umani. Il bottegaio contrasta come può, riducendo qualità e fregando il prossimo ovvero il cliente. La multinazionale, che tiene il banco, getta sul piatto offerte dumping da capogiro. Il bottegaio sconta, si restringe, licenzia garzoni e commesse, vende peltro per argento, lucra meschinamente negli angoli del microcapitalismo bottegaio, erige trincee fiscali, bara sul resto a nonno Gianni che da mezzo secolo va da lui a prendersi il caffè. Muore nonno Gianni. Il digitale esentasse cala la ghigliottina finale. Il negozio chiude. Gl'Italiani erompono: “Era ora! Il futuro è veloce, sicuro, economico! Ho ordinato le ciabatte da mare, le mutande di Armani, il libro della Littizzetto e mi è arrivato in giornata! C’era un difetto e mi hanno rimborsato subito! Una mail di scuse gentilissima! I cuscini da piscina li ho presi su Lady Godiva a 2,99 … meno male … da Marisa lo sai a quanto stavano? A 4.00 … sembra poco, ma …”. Intanto l’Economista, che assomiglia un poco a nonno Gianni, si gode i milioni delle multinazionali, sistema la famiglia nell’Apparatčik nazionale e va in pensione ammonendo i nipoti su quanto siano insensibili gli Italiani. Altri e nuovi economisti, pagati con ciabatte da mare e mutande di Armani a prezzo scontato, certificheranno il fenomeno della sparizione delle microimprese quale “inevitabile conseguenza di un inevitabile sviluppo storico-economico”.

05 gennaio 2023

La modernità come cancro terminale

Roma, 5 gennaio 2023

Una cellula. Una sola, tra migliaia di miliardi … che, a caro prezzo per la salute del collettivo di cui fa parte, cioè il nostro corpo, va a prendersi il sogno proibito dell’immortalità … Il rompicapo del cancro è una folle corsa verso l’illusione dell’immortalità. Illusione, perché l’aggressore, il sovvertitore dell’ordine, non ha altra prospettiva che il perire insieme al sistema di cui è parte …”.
Sono le prime parole d’introduzione di Telmo Pievani al saggio di Pier Paolo Di Fiore, Il prezzo dell’immortalità. Cosa sappiamo del cancro e come possiamo sconfiggerlo. Pievani, di cui temporaneamente dimenticheremo certe ottuse intemerate scientiste, così prosegue:
L’edificio complessivo dell’organismo poggia sempre sul filo di un equilibrio dinamico, in un gioco di interazioni, di segnali e di meccanismi molecolari che tengono a bada le spinte anarchiche e le tentazioni di perversa libertà delle cellule … se per qualche ragione i controlli e i vincoli saltano, una forza primordiale silente si sprigiona e semina lo scompiglio”.
Noteremo, en passant, come lo scientista Pievani usi termini metafisici; o teologici. Di fatto sta parlando della civiltà umana degli ultimi centomila anni con la lingua di un predicatore medioevale. E però, per tutti, chiacchiera di cellule; e allora: è scienza!
Ma torniamo a noi.

25 dicembre 2022

Non lamentatevi (sconsigliato ai deboli di stomaco) [Il Poliscriba]

"Gesù è la vita" sullo sterno e il greenpass sul cuore. Contraddizione? Assolutamente no. Il Cristo, infatti, viene declinato in gergo barbaro, postscespiriano: apocalittico.
 

Ottimo Natale e buon 2023 a tutti i venticinque lettori

 
Il Poliscriba

Io scriverò politico quando starete zitti … per parafrasare una splendida canzone di Bruno Lauzi.
Per ora scriverò ai ventri molli di tutti coloro che blaterano d’Italia e di italiani, ma del paese reale  e della gente in carne e ossa non gliene frega niente.
Cosa si deve ancora subire per prendere una decisione forte, coerente in direzione di un vero cambiamento di costume, di pensiero e conseguentemente di azione?
Quando pensiero, parola e azione saranno coerenti e sulla coerenza il popolo sceglierà i suoi governatori e i governatori rispetteranno il popolo che li ha eletti?
È stato tutto uno scherzo?
La gente scesa in piazza contro la dittatura del greenpass, contro le reclusioni forzate in nome di una scienza impazzita a scopo di lucro, dov’era il 25 settembre?
I quando interrogativi sono ormai impregnati di eternità, mentre il desiderio di mutare la condizione esistente, resta sullo sfondo, un ricordo incatenato ai rumori forti di manifestazioni assordanti, che sembrano appartenere ad un’altra eternità declinata al passato remoto.
Per farla semplice, in seguito alla tempesta pandemica cavalcata senza ritegno dai padroni spietati dell’informazione e della sanità,  e   alle speculazioni economico-finanziarie innestate prima e dopo la guerra fratricida in Ucraina dalle stesse consorterie proprietarie anche del sistema energetico globale, il popolo ha preferito il veleno all’antidoto.
E se domani, per restare nell’alveo sicuro della canzone, verrete marchiati come bestie da macello, non lamentatevi.
Se le promesse elettorali che vi hanno adescato, sventolate come carote, saranno disattese, non lamentatevi.
Se la violenza politica si abbatterà su di voi senza ritegno alcuno, non lamentatevi.
Se l’insicurezza economica e sociale vi renderà insonni, non lamentatevi.
Se sarete obbligati alle transizioni più disumane in ossequio all’agenda maltusiana che vi vuole concime per piante o cibo liofilizzato per i sopravvissuti all’ecatombe energetica o nucleare, non lamentatevi.
Se perderete la casa per i debiti estorti da uno Stato aguzzino, connivente di un’ alta finanza diabolica, non lamentatevi.
Se non potrete garantire un’altra istruzione ai vostri figli e un miglior accesso al mondo del lavoro, che non sarà certo oggetto di una sana riforma, non lamentatevi.
Se i soffitti delle scuole cadranno sui vostri figli, non lamentatevi.
Se interi paesi sprofonderanno nel fango a causa del dissesto idrogeologico, non lamentatevi.
Se le mafie continueranno a fare loschi affari con la pubblica amministrazione, non lamentatevi.
Se i rincari delle materie prime, dell’inflazione, dei mutui vi schiacceranno privandovi del futuro, non lamentatevi.
Se la sanità pubblica sarà interamente privatizzata, non lamentatevi.
Se finirete ai margini della società, in una spirale discendente verso povertà e malattia, derubati delle minime garanzie di accesso alle fonti di sostentamento per voi e i vostri cari, non lamentatevi.
Se sarete valutati come un peso per il progresso acefalo che premia soltanto immoralità e ricchezza, non lamentatevi.
Se crederete a qualunque fandonia, perché avete perso il credo della liberazione dai vessatori senz’anima, che vi vogliono schiavi dei loro brand, della rappresentazione social delle loro splendide vite vissute rubando le vostre, non lamentatevi.
Se vi affannerete per tre pasti al giorno, in coda davanti agli sportelli della distribuzione di una mera sopravvivenza contraria a qualsiasi immaginazione al potere, non lamentatevi.
Se malgrado le sofferenze, le calamità che vi hanno investito negli ultimi anni, non annusate l’odore di morte nell’aria, non lamentatevi.
Siete prede senza speranza, pecore impaurite ricondotte all’ovile dal primo pastore che passa, un pastore sadico che si è accordato con i lupi per farvi sbranare.

03 dicembre 2022

Taci, il nemico ti ausculta


Roma, 2 dicembre 2022

Ben prima del pronunciamento della montagna sull’obbligo vaccinale, ho gustato la Silvana Sciarra in una minuscola dichiarazione di riscaldamento. Viso magro, ma non smagrito, candida messa in piega, talmente inappuntabile da apparire scolpita, un taglio cesareo per labbra, la Nostra recitava un cibreo burocratico in quell’anti-italiano (di cui si lagnò a suo tempo Italo Calvino, pace all’anima sua) cui la giustizia ricorre quando deve sentenziare senza far capire nulla di ciò che accadrà.
La commedia all'italiana ha ricavato varie scene comiche da tali sgranate di rosario; come quando l'imputato si rivolge all’avvocato chiedendo lumi: “Ma quanti anni mi hanno dato, dottò’?”, “Ma quali anni, Mericoni! Lei è assolto!”; oppure: “Allora l’abbiamo sfangata, dottò’!” “Ma che sfangata, sono cinque anni, Mericoni!”: perché il sentenziese è a doppio taglio significando tutto e il contrario di tutto all'orecchio volgare.
Solo che qui la Silvana ci ha sorpresi. A dir la verità non mi son reso conto, a causa della mia struttura inconfutabilmente plebea, se fossi ancora in me oppure sprofondato in un fugace deliquio cui spesso soggiaccio a fronte di autorità così autorevoli. Già raccontai di quando fui ghermito da un soporoso stato psichedelico durante un discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Probabile che sia stato così anche stavolta. Le fattezze della Sciarra, già di per sé aristocraticamente riconducibili al fenotipo mattarelliano, presero a circonfondersi d’un aura indefinita, da suffumigio rituale; quella robotica tefillah in una lingua insensata, priva di toni e cesure, un pocolino incespicata e appena sommossa da bollicine tecniche (“a quo”), m’indusse, perciò, da subito alla rivelazione. Sembrò, insomma, e parlo per me, che la nostra Presidente, ogni tanto, interrompendo fugacemente la litania, si microaccendesse d'un sorrisino dolcemente estrogeno, labbra serrate e commessure lievemente increspate: da amica d’infanzia; e che, al contempo, promuovesse tale empatia,
quasi inavvertibile, mercé alcune birichine alzatine di spalla, come a render ancor più complice l’uditorio. “Sebbene nulla comprenda e voglia comprendere ... da questa donna non potrà venire nulla di male …”, avrò pensato, già assuefatto alla pipa da crack che il potere mi concedeva: "Questa non è una mia superiore, è la Marina Morgan dei costituzionalisti, ci vuol bene, tanto … tanto bene … sono gli altri a sbagliare ... io in particolare ...".
Qualche ora dopo mi svegliai allucinato, con qualche linea di febbre nelle ossa.
Ero pronto a rigettarmi nei vicoli plumbei della città.

Se, nell’inferno più sudicio della postmodernità, esistesse un girone riservato a chi cercò di imitare vanamente l’intelligenza, questo verrebbe comunque negato ai giornalisti italiani, troppo in basso per qualsiasi idea di nequizia. Il modo in cui, tronfi, essi citano questa locuzione latina (“a quo”), cicalando di “via incidentale”, merita il nostro disprezzo più lutulento. D’altra parte, ma questo vale per tutti, il giornalismo germinò di pari passo all’Illuminismo ideologico e tecnico. “The Tatler” e “The Spectator” di Addison & Steele nacquero ai primi del Settecento, in Inghilterra, dove dell’ideologia non sapevano che farsene. Rimase la tecnica, l’efficacia, che, proprio per esser al massimo operativa, aveva da far regredire nella dimenticanza lo stile, la cautela, l’evocazione poetica. Germinava l’informazione, moriva la verità. In tre secoli questo rogo ha consumato tutto. Non restano nemmeno i tizzoni esausti. Solo una fine calcina postatomica, a coprire ogni cosa, ogni granello fungibile all’altro, all’infinito.

Sulla punta della lingua del parassita vi è sempre questo disprezzo antropologico per chi produce la ricchezza; che il parassita a sé annette, per diritto di casta, come se questa fosse prodotta da una cornucopia di folletti; nella casetta di marzapane.