domenica 1 ottobre 2017

Il Civati futuro (o chi per lui)


Pubblicato su Pauperclass il 10 maggio 2015

Ci son due momenti distinti nella partitica italiana.
L’uno è statico; l’altro dinamico (apparentemente).
Il primo è l’opera dei pupi.
Pupi, marionette, burattini. In tale fase i ruoli sono fissi. Arlecchino, Brighella, Pulcinella, i Carabinieri, Colombina, il Diavolo. I punti di riferimento abbastanza certi. Di solito il teatro dei pupi viene inscenato dopo le elezioni, quando tutti i rapporti di forza lobbistici sono definiti. C’è chi ha vinto e c’è chi ha perso; il primo passa all’incasso, il secondo cerca di riposizionarsi nei riguardi del vincitore eseguendo movimenti da Kamasutra che i pennivendoli osservano con solenne gravità.
Questo momento di stasi e sazietà dura, di solito, sino alla elezione ventura, purché sia importante. Pulcinella trema, appare il diavolo, vola qualche bastonata, Pulcinella si riscatta, Arlecchino si barcamena tra due padroni, Pantalone paga come sempre, arrivano i Carabinieri (quelli di Pinocchio, inoffensivi), vola qualche bastonata ancora, Pantalone paga. Per il divertimento del pubblico, sazio anche lui dopo l’abbuffata di junk food televisivo, vengono sceneggiati gustosi pezzi di teatrino; i ruoli, come detto, sono già assegnati. Il pubblico si identifica. Il pubblico che ha votato i vincenti se la gode (come certi tifosi che, dopo una vittoria, usano il noi: noi siamo stati grandi, noi più forti, noi più determinati); il pubblico che ha votato i perdenti cerca riscatto: vede i suoi beniamini sconfitti che cercano già un tarlo nell’azione del neo governo e li incita dalla poltrona. E così via.
Si parla, con moderata concitazione, di nulla. Ci si vedrà alla prossima tenzone. Un incanto generale aleggia possente come nell’isola d’Alcina: sembrano tutti invitati a un matrimonio, intenti a ruttare beati; con la mano dignitosa, soddisfatti della crapula, celano lo sfiato gastrico.
La seconda fase è dinamica (solo in superficie, per carità). Le lezioni si avvicinano. Qualcosa si rischia. Occorre mettersi in marcia. Via la Commedia dell’Arte, entra in scena la pochade. Effervescenza. Cambi di campo stupefacenti. Scioglimenti e raccoglimenti. Mariti cornuti e mogli fedifraghe. Mogli cornute e mariti fedifraghi. Matrimoni in pezzi, nuove coppie. Porte che si aprono e si chiudono con perfetto tempismo. Un formicaio impazzito. I pennivendoli sono costretti a dar fondo a tutta la loro carta da gabinetto per ospitare analisi, resoconti, cronache in tempo reale, oggettivazioni di discorsi, prese di posizione, endorsement, moniti, spetezzi. Personaggi che si credevano tumulati da tempo spaccano i sepolcri e tornano sulla scena; qualche millanteria, qualche equivoco. I giullari di corte ci sguazzano: fondini, ironie, imitazioni. Vecchie parole d’ordine (piccole-e-medie-imprese, crisi, scuola, razzismo, cuneo fiscale, lacciuoli), abbandonate come balocchi da un bimbo dispettoso e annoiato, sono riverniciate a nuova gloria. I lineamenti dei contendenti, dapprima sereni, composti, crassamente soddisfatti, lungo quel post coitum goduto ai danni degli elettori coglioni, si tirano adesso in scatti d’ira; si scoprono gengive, si gonfiano vene giugulari; le voci pacate trasmutano in urla, rimbrotti, bofonchi omicidiali; le ninfette divengono Erinni, sindacalisti che sembravano sotto l’effetto del peyote riscoprono bandiere e sonaglietti, amministratori che sguazzavano nella più compiaciuta nullafacenza sono presi dal ballo di San Vito delle “serie problematiche delle città metropolitane”, zoccole e zoccoloni della società civile sono snidati dai vari Ballarò per offrire appoggi a questo o quello: s’alza il tono dello scontro, morituri te salutant, facce alla Georg Grosz si spacciano per filantropi, smorte cariche istituzionali (dapprima quiescenti sino alla catatonia) indossano terribili maschere giapponesi da teatro no.
Uno spettacolo.
Ora ci siamo.
La spinta propulsiva delle precedenti elezioni è svanita del tutto.
I barili della propaganda raschiati con cura. Siamo alla seconda fase. Siamo alla pochade.
Occorre inventarsi qualcosa. Anzi, nulla. Il copione è lo stesso di sempre: cambia solo l’apparenza. Civati, dopo estenuanti tira e molla, esce dal PD. Con cautela. Prima impartisce ordini alla truppa che nel PD, invece, ci resta: “Fate i bravi, mi raccomando!”. Poi, questo carismatico comandante senza nessun soldato, si lava il cerone istituzionale e si segna coi colori di guerra. Sempre con cautela, però (“Ma no, non è l’euro il problema …”). Fuori lo attendono altri barricaderi alle vongole, i Civati ante 2015, quelli alternativi (che anelavano il governo) o quelli che, già al governo, si lagnavano delle scelte di governo: Ferrero, Vendola; Ingroia, Cofferati; Bertinotti è recuperabile? Forse no, forse sarebbe troppo, ma Diliberto, magari in posizione defilata … e la Puppato che fa? Esce o no? E l’attore D’Attorre? E Saviano? Nannimoretti? Occorre un rassemblement! Di sinistra! Qui bisogna rifondare la sinistra! La grande sinistra! Quella vera, mica quella di Renzi! I radicali? Perché no, con cautela … Pannella no, ma la Bonino … la Bonino, la candidatura di bandiera della Bonino … l’incontro Civati Bonino … commozione da far saltare i tappi delle sacche lacrimali … risorsa per il Paese … garanzia istituzionale … capolista nel nuovo partito democratico liberale di sinistra progressista … diritti civili … per il femminismo, contro l’antisemitismo … ah, che donna che coraggio … successo assicurato … membri dell’Arci col volto rigato dal rorido pianto … il partito cresce nei sondaggi … pensioni salari stipendi ci pensiamo noi … arrivano le adesioni civili, dalle catacombe del progresso ecco in fila gli eroi di sempre … la scuola, la scuola … i nostri figli … i nostri figlio il futuro … migranti e figli, il nostro futuro … c’è Luxuria? L’Anpi? Le associazioni di base? I sindacati di base? I gruppetti di base? Bandiere rosse, lotta … una nuova speranza … adunate oceaniche a piazzale Flaminio … finalmente opposizione … maledetto Salvini, assassino di migranti … grullini fascisti … Bandiera Rossa la trionferà … le istanze LGBT … le minacce TTIP … da Santoro è un successo … uh, guarda ci appoggia Fuksas … Che Guevara … Gandhi … c’è pure una bandiera americana: ecumenismo nella pace.
Civati Civati Civati … ah, che bel discorso di Luciana Castellina … oh, che commozione Pietro Ingrao … un secolo e non sentirlo … è la storia, la storia signori! La storia è su questo palco! Ci passa a salutare il sindaco di Roma Ignazio Marino! 3, 4, 5, 8%! Puntiamo al 10%! Almeno!
Ecco le elezioni. Voto, scrutinio.
La sera, negli studi televisivi pagati da Pantalone, si tirano le righe, si fanno i calcoli. Chi ha vinto, chi ha perso.
Qualche scintilla ancora volteggia nell’aria … ma il peggio è passato: flessione dell’affluenza, ci colleghiamo col Viminale, exit polls diversi da proiezioni, perbacco! … Renato Mannheimer: i flussi elettorali … il partito dell’Eurostatement paga un po’ lo scotto … un pochino … Er Merda in risalita … quello tiene … quell’altro tiene meno … dal quartier generale di X, Y e Z i nostri inviati Linguadolce, Chiappeaperte e Inginocchio … pronto, Inginocchio, ci sei? Inginocchio, sei in collegamento …
Sfilatini di dichiarazioni … monche, possibiliste, aperte … la situazione è ancor fluida … per poco, tuttavia … le gelide correnti del conformismo spirano dai palazzi del potere … occorre una decisione per il bene del Paese …
Passano un giorno, due … si decanta l’inevitabile … si raggrumano le posizioni.
I nemici sfumano, gli amici son più amici …
In prima serata, su RAI1, Bruno Vespa, frustino in mano, fa sedere le ex belve della ex pochade che ora ronfano come leoni satolli …
Ritorna la rilassata opera dei pupi, come al Gianicolo, a Roma … tanti anni fa, nell’ora del tramonto, fra i busti degli eroi risorgimentali.
Da Bologna ecco Pippo Arlecchino Civati: soddisfatti del nostro risultato … preoccupano i rigurgiti fascisti, però … razzismo … populismo folle … porta l’Italia al macello … i nostri eletti … responsabilità … decisioni difficili … minoranza … governo sì, dall’esterno … per far nascere … capisce, lo spread … attacco ai lavoratori dalla speculazione … non rinneghiamo n-u-l-l-a di ciò che si è detto in campagna elettorale … Renzi deve capire una volta per tutte … governo Draghi … entrare per far pesare il nostro voto … unità nazionale … saggezza del presidente Mattarella … non rivendichiamo poltrone … altrimenti non sarei uscito … traversata nel deserto … Berlusconi-Grillo no.
Bruno Vespa assente, chiosa, incoraggia, mette amabile zizzania.
Oh, stavolta è stata dura, ma è passata.
Rosanna Linguadolce scalpita dalla sede del Nazareno: caro D’Attorre, cosa ne pensa delle parole di Civati?
Come la penso? Così e così e, forse, anche così.
Bene, chiarissimo.
Vespa si frega le mani in un gesto fluido e continuo: un piacere sottile lo spinge a simulare di lavarsi le mani … un roteare ininterrotto, ipnotico.
Pensa: in fondo l’Italia è una grande nazione.
Sorride a un ospite. Una battuta con la signora scosciata all’angolo.
Poi fa portare i vassoi di pasticcini.

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