domenica 1 ottobre 2017

La nazionale italiana è una cagata pazzesca


Pubblicato il 7 giugno 2016

Le adunate calcistiche dei bei vecchi tempi andati … le ricordo “come per suonno“, come in un sogno.
I ricordi ingigantiscono i contorni, sformano dolcemente le proporzioni; i volti, i dialoghi, gli impulsi. Solo in piena estate, nel primo pomeriggio, quando la canicola arroventa i tetti e i balconi, o, in campagna, fa schioccare vecchi tetti di lamiera, immobilizzando uomini e animali in uno stuporoso dormiveglia cullato dall’implacabile e misterico frinire delle cicale – solo allora, per pochi secondi, mi sembra di riafferrare quegli attimi d’infanzia; in modo immediato, vivido, definitivo. Persino gli odori sembrano ripresentarsi con una fragranza intatta e certa. Sono fate morgane della mente, miraggi del tempo perduto, impalpabili reperti che vivono a ridosso del vaporoso diaframma tra veglia e sogno.
Sì, ogni tanto, in quei precisi momenti, riaffiora la memoria di quei convegni estivi, vocianti, stordenti, irriducibili, inevitabili; per assistere alle partite della nazionale di calcio.
Verso i Settanta la maggioranza degli italiani cominciava a detenere una propria televisione; l’apparecchio televisivo era un investimento importante, da effettuarsi con oculatezza. Si consultava persino qualche parente scafato per trovare le rivendite migliori e il modello più consono; qualche rata era d’obbligo. Si era, però, in un’epoca di transizione; a dispetto di tale consumismo sorgivo, sopravviveva, infatti, dai micragnosi decenni precedenti, l’uso di riunirsi nei bar, nelle associazioni, nelle sedi di partito: per guardare l’Italia, l’Italia in mutande, l’Italia del calcio. L’Italia. Andiamo a vedere l’Italia. Stasera c’è l’Italia. Finalmente c’è l’Italia! Un’arietta di vacanze, di gelati. Serate o nottate da buttare via. Giugno, luglio. Assistere assieme a quell’evento era l’evento: pochi avrebbero rinunciato al piacere (che, allora, non si sapeva essere un piacere) di commentare, bestemmiare e tifare – gli uni vicini agli altri – durante quel rito che si rinnovava secondo un ciclo quadriennale, capace di riverginarlo nell’entusiasmo.
Il cibo calcistico, allora, consisteva in un primo o in un secondo tempo in differita: a settimana. E basta. Una dieta ferrea che preservava dall’indigestione dell’ordinario e favoriva la nascita del mito.
Molti nemmeno conoscevano i volti degli attori in campo. Causio aveva i baffi, certo. Conti era un atticciata ala destra di Nettuno. E tutti sapevano della precoce canizie di Bettega. Ma Zaccarelli e Claudio Sala, com’erano fatti? E soprattutto, che gli passava per la testa? Qual era la loro voce, il loro pensiero? Nessuno, peraltro, si sognava di chiedere quale tipo di scarpino o maglietta avevano indosso (non c’era motivo).
Anche il gol era circondato da un’aura di sacralità. Il gol era raro. I capocannonieri del campionato italiano (Savoldi, Graziani, Chinaglia) arrivavano a una ventina di segnature annuali, non di più. Oggi son tutte triplette, doppiette, cannonate, sciabolate.
E le squadre avversarie? C’era addirittura un tocco di mistero ad avvolgere i calciatori delle altre nazionali. Quando le telecamere inquadravano Breitner, Santillana o Van de Korput li si osservava come deità. Minchia, gli olandesi! Finalmente ai nomi corrispondevano volti! Eccoli! Le facce dei polacchi; i crucchi, gli austriaci, i cecoslovacchi, i brasiliani! Lato, Müller, Höness, Panenka, Rivelino! E le nazionali minori: a scorgere i visi dei primi calciatori marocchini o centroamericani si avvertivano addirittura brividi salgariani.
La mancanza di notizie, la nube d’ignoranza sulle cose del mondo, attizzava nell’animo dei più ragazzini di noi il fuoco dell’idolatria: di un colpo di tacco di Zico si parlava per settimane; di una serpentina di Pierre Littbarski che nessuno aveva in realtà visto (“Non ci si crede: ha dribblato il guardalinee!“) si vociferava per mesi; per conto mio passai un’estate intera cercando di imitare una finta di corpo di Uli Stielike.
Ma era la visione comune della partita il culmine di questa adorazione unificante. I quartieri e le borgate erano imbandierate a festa; Apette e furgoncini abusivi con carichi di tricolori, trombette, banderuole e putipù facevano affari d’oro.
Il conto alla rovescia comprimeva i cuori, ci si preparava alla serata, alla nottata, a qualunque cosa. Non ho mai assistito a una scena più coinvolgente come quella che seguì al gol di Bettega all’Argentina, nel 1978: si alzarono tutti, le sedie volarono all’indietro, a rovesciarsi o a grattare il pavimento del bar; l’urlo unisono, somma di tutte le urla del mondo, viscerale, e che si era nascosto nel gargarozzo per anni, scuoteva i muri, le manate sui tavolini facevan cadere bottiglie e tremare i bicchieri di vetro spesso, tutti bestemmiavano, ridevano di gioia, si prendevano a pugni per la contentezza, inveivano; io ero felice, anche se mezzo addormentato; quell’uno a zero costituiva un godimento fisico e mistico, una liberazione totale; e doveva reggere, sì, dovevamo vincere, bisognava far vedere che l’Italia c’era, esisteva e pigliava a pizze i padroni di casa nel loro stadio; e qui veniva fuori l’anima immortale e gaglioffa degli italianuzzi, quella del sacrificio, dell’astuzia ribalda, del temporeggiamento e del sotterfugio; e giù tutti a giustificare i nostri quando randellavano le caviglie altrui, o a incitarli quando perdevano tempo con piagnucolii da Pulcinella, o sgolarsi di piacere quando i difensori, brutali, spazzavano via il pallone e il pericolo; e ognuno invocava fuorigioco, sostituzioni, passaggi sulle fasce; esortava a spezzare le gambe all’avversario (un riccioluto Kempes, un sublime e maligno Ardiles), o ricopriva delle contumelie più sanguinose l’arbitro, di volta in volta cornuto, impotente, con figli bastardi, frocio, faccia di merda, da-dove-cazzo-viene – tutto a vanvera naturalmente, gratuito, tanto più godibile quanto più ingiusto e gratuito, poiché questi erano i Saturnali degli schiavi e dell’Italia serva e tutto era permesso.
Mi sono chiesto molte volte se queste fossero o meno manifestazioni d’amor patrio.
Credo di sì, seppure nella loro fase dissolutiva (nella fase dissolutiva di qualsivoglia passione).
L’intelligencija del Partito Comunista (ma i militanti comunisti se ne infischiavano bellamente delle loro elucubrazioni) guardava con sospetto a tali esternazioni da suburra, giudicandole oppiacei da distrazione, sovrastrutture irrazionali; la DC (e affini) se ne serviva proprio per incrementare l’afflato anticomunista (eccoli, i cupi bolscevichi!).
I due sentimenti popolari furono rispecchiati in vario modo dalla filmografia coeva.
Luigi Zampa ne I mostri e, soprattutto, Dino Risi nel formidabile In nome del popolo italiano (1971), mostrano un Gassman che si lascia andare a sguaiate e ferine manifestazioni di tifo. L’ultima scena di In nome (la festa per una vittoria dell’Italia sull’Inghilterra) è un Carnevale cialtrone e sbracato dove i partecipanti si lasciano andare, per usare le parole di Gadda, a “un’orgia bacchica di tutti gli istinti non mediati“: un’Italia primeva, barbara, teppista, fascista (anche se la visione del regista nella pellicola è molto più complessa).
Ne Il secondo tragico Fantozzi (1976) avviene il contrario: saranno gli impiegati a ribellarsi agli ukase cinefili del direttore Guidobaldo Maria Riccardelli che li vuole spettatori del film muto La corazzata Kotëmkin (leggi: Potëmkin) mentre si gioca un’attesissima Italia-Inghilterra (sempre lei!). Quel capolavoro di Einstein (leggi: Eizenstein) ribattezzato dall’angariato Fantozzi, in un sussulto di ribellione, “una cagata pazzesca“.
In parole povere: i sinistri ebbero orrore di un’Italia incolta e cialtrona, i destri di un rigore sovietico e grigio.
Questo a livello di luogo comune e ragionamento intellettualistico. In realtà gli Italiani (la stragrande maggioranza, almeno) le partite se le sono sempre viste, e la partita feticcio della Nazionale sempre goduta, a dispetto di qualsiasi ammonimento.
È oggi che non se le possono godere più.
La nazionale non rappresenta certo l’Italia. È il fossile di un mondo scomparso, un’accozzaglia di (mediocri) uomini di spettacolo senza nessun vero pubblico.
Anemici, multimilionari, anonimi, piccini.
Come i rappresentati più alti della nazione: manichini impagliati.
Fantozzi, Gassman e Guidobaldo Riccardelli sono uniti nella sconfitta. Hanno perso destri e sinistri, comunisti, fasci, democristiani, La corazzata Potëmkin, Eizenstein, Dino Risi e il calcio. Sulla scomparsa della cultura in generale, e del cinema d’autore in particolare, non mi dilungo: ditemi voi se può parlarsi di cinema quando gli incassi li domina un turbine di idiozia come X-Men. Ma è lo sport, come cultura unificante, a essere svanito dall’orizzonte popolare. Tennis, atletica, pallacanestro, calcio, sono eventi frantumati in degustazioni individuali, su schermi individuali, riproposti individualmente sino alla sazietà, in ogni dettaglio, laddove annegano nella broda pubblicitaria più insistente (e costosa).
I fondo campo di Borg o le gomitate di Meneghin erano comune immaginario. Ora non più.
Ovviamente sono scomparsi anche gli eroi. Messi e Ronaldo segnano caterve di gol, hanno fisici bionici, ma, al fondo, non sono amati. Non hanno personalità. Le loro dichiarazioni e le loro gesta ipertrofiche sono intercambiabili. Tutt’al più vengono tifati dai propri supporter che, sadicamente, anelano l’annientamento della squadra avversaria; e nulla più.
La nube d’illusione in grado di generare gli eroi è impossibile.
Allora si diveniva tali, e personaggi da amare, anche a prescindere dalla bravura; come Egidio Calloni, lo “sciagurato Egidio” di Gianni Brera; come Giuliano Fiorini che salvò la Lazio dalla C; e come Claudio Garella, l’armadio cicciottone che vinse un incredibile campionato a Verona parando pure col naso.
Ma così va il mondo, in un mondo che non vuole eroi e patrie.
Non che belgi, irlandesi e svedesi possano gioire.
Si avvera a livello planetario ciò che Giacomo Leopardi presagiva nello Zibaldone:

P123: “Lo spatrio cioè il trapiantarsi d’un paese in un altro era possiamo dire ignoto agli antichi popoli civili, finché durò la loro civiltà, segno di quanto fosse il loro amor patrio, e l’odio o disprezzo degli stranieri. Al contrario quando declinarono nella barbarie“.

Quando declinarono, dice Leopardi, divennero cosmopoliti, pervasi dall’amore universale, antirazzisti, bonaccioni, dominati.
La scomparsa dell’amor patrio, sostituito dall’amore universale (ecumenismo/capitalismo alla Soros), non consente più la sublimazione dell’amor proprio (l’egoismo) che degenera, perciò, in patologie narcisiste, masturbatorie.

P457: “Quanto sia vero che l’amore universale distruggendo l’amor patrio non gli sostituisce verun’altra passione attiva …

E Giacomino conclude inoppugnabile, nella sua prosa chirurgica:

P458: “Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto“.

La patria è il mondo. Si tifi, quindi, Camerun, Giappone, Ghana, perché no?
Oppure Uruguay: ci gioca l’idolo del mio club!
O magari la Russia, in odio alla Nato.
Ma l’Italia no.
E poi, che tifosi saremmo? Mosci, educati, colle bandierine inamidate.
E poi: tifare per pupazzetti come Jorginho, Pellé e Darmian? Ogbonna? Stiamo scherzando?
E poi: quale bar potrebbe oggi ospitare certe urla, certi insulti fescennini, e l’esplosione di un sentimento che non è più tollerato?

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