venerdì 21 settembre 2018

Non enim vivere bonum est, sed bene vivere


Roma, 21 settembre 2018

Novanta (90) suicidi all’ora. Nel mondo. Circa 800.000 all’anno, quindi. 800.000/8.000.000.000: il conto fatelo voi. Ancora pochi. La crisi, la paranoia, l’austerità, le guerre, la disoccupazione, la distruzione dei ruoli sociali, la folle competizione postmoderna, il narcisismo eretto a sistema. Ci si aspetterebbero dati più alti: alienazione, claustrofobia metropolitana, sovraffollamento, stress post-traumatici. E invece … e invece il suicidio appare, come già scrissi, più una soluzione razionale che una soluzione effettivamente praticata … Il suicidio, per chi abbia a cuore sé stesso e l’Italia e l’uomo, per chi sia umanista integrale, è una risposta naturale. Di fronte al deserto i disperati non possono che togliersi la vita. Eppure … eppure non è così, per il fatto, semplicissimo, che l’umanità ha trovato una parvenza di felicità, la distrazione.

[Qui dobbiamo intenderci. Il suicidio, diretto, senechiano, morselliano, da fine dell’epoca, il suicidio per troppa sapienza, è questione che attiene agli aristocratici: “non enim vivere bonum est, sed bene vivere”. Il resto dell’umanità ha scelto - o è stata scelta - per la dissoluzione suicida, che è altra cosa. Terrificante nella sua ineluttabile vastità.]

martedì 18 settembre 2018

Merde, alors!


Roma, 18 settembre 2018

In tale blog la merda è stata evocata più volte. Benché sia refrattario al turpiloquio nonché alla coprolalia discorsiva, trovo assolutamente deliziosa la risposta di tale Jean Asselborn a Matteo Salvini. Un apprezzamento insidiato dal rimpianto: avrebbe dovrebbe essere Salvini a rivolgerla ad Asselborn. E perché avrebbe dovuto? Con tale parola, se davvero fosse un conducator, egli avrebbe affossato simbolicamente il concetto stesso di democrazia europea. Un taglio netto. Ma Salvini è grasso. L’ho sempre detto. È l’attor giovane di destra. Quello di sinistra è, oggi, Luigi Di Maio, abile a sostituirsi, grazie alle intuizioni del maggior stratega d’Italia, Beppe Grillo, la Bocca della Verità, ai teneri esserini di sinistra, fatui e corrotti, colati fuori dei cessi del Sessantotto e dintorni. Entrambi, Salvini e Di Maio, a modo loro, sono grassi. Pasciuti. Non soffrono. Credono, fermamente, irrefutabilmente, alla democrazia. Al funzionamento democratico delle istituzioni: italiane, europee, internazionali. Ogni tanto sbottano, come certi mariti nei riguardi delle mogli: mai, però, si augurerebbero una separazione o un divorzio. Divorziare, in pieno 2018, equivale a dormire in auto lungo i marciapiedi della vita. E allora si dà in escandescenze, di tanto in tanto; si bofonchia; si lanciano dichiarazioni da wrestling.

Lo so, ho deluso taluni. Ma cosa posso farci? Sulla lunga distanza si delude sempre qualcuno, a parte la mamma.

sabato 15 settembre 2018

Una versione non ufficiale del golpe antisovranista del 2011 [Il Poliscriba]


 Il Poliscriba 

Il mercato crede in noi, è già tornato ad investire nei Titoli di Stato italiani"
Mario Monti, annus horribilis 2011

Vi racconto una storia di ordinaria lucida follia finanziaria, una novella che potrebbe essere inserita in un Decameron postkeynesiano, una sceneggiatura dietrologica per un film che non si girerà mai, che di certo, un regista del calibro di Veltroni, non potrà fare a meno di rivoltarsi tra le mani in un azzurro giorno di fine estate, presso il Country Club la Macchia di Capalbio.
Una storia che si avvia quando l’ineletto Mario Monti, che d’ora in poi nominerò lo Psicopompo,  planò  nella sede di Bloomberg a New York, in quel lontano 2011, per placare l’avidità dei mercati (così inchiostravano i giornaletti nostrani) dichiarando, per i duri d’orecchio e di cervice: "A giudicare dall'andamento del mercato qualcuno deve aver già investito  e penso che l'opinione che i mercati, così come le autorità degli altri governi, si stanno formando sulla serietà con cui l'Italia sta affrontando i suoi problemi, non possa che far aumentare l'atteggiamento positivo verso tutto ciò che è italiano, compresi i titoli di Stato".
E sappiamo tutti come è andata a finire: il popolo ha scelto con regolari elezioni, dopo un settennato di totale blocco della democrazia, ad opera dell’unico partito che ancora si fregia del titolo di democratico (sic!), il duo Salvini-Di Maio.
 

martedì 11 settembre 2018

Un serraglio di disperati (Biathanatos)


Roma, 11 settembre 2018

Queste frammentarie bagatelle per un massacro non vanno prese troppo sul serio.
Non le ho nemmeno rilette. 
Sono convinto di esse, però.

La Natura Universale vuole espandersi e riprodursi; una infinitesima parte di sé stessa si plasma come DNA ancestrale in una pozza primordiale; epoche di inconcepibile durata generano, per miracolo, l’uomo.
Anche l’uomo partecipa a tale moto immane di riproduzione: per assecondarlo dimentica l'origine dell'indifferenziato e crea la società.

L’essere umano cerca di sfuggire all'orrore dell'origine; per far ciò egli sublima continuamente in tribù, comunità, polis, popolo. In fondo la favola umana non è che il tentativo, uno fra i miliardi di tentativi, per cui la vita umana, accidente della Natura, cerca di affrancarsi da essa, cioè dal Nulla.

L’esistenza umana è un caso particolare della Natura; il Nulla è assoluto.
Esistenza umana e Nulla non sono, quindi, poli di eguale dignità.
L’esistenza umana, riflessa negli innumerevoli esempi di civiltà, è il miracolo: un’eccezione al Nulla.
Tutto venne detto in quelle righe di Anassimandro: “Principio degli esseri è l’infinito [άπειρον]. Da dove infatti gli esseri hanno origine ivi hanno anche la distruzione secondo Necessità poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”.

venerdì 7 settembre 2018

Il popolo è un'espressione nazista? [Il Poliscriba]


Il Poliscriba

Molto più spesso era l’opinione pubblica a reclamare con accanimento il supplizio degli eretici e non la Chiesa. Non di rado la furia popolare esplodeva sostituendosi alla giustizia dei principi e dei governi, i quali erano costretti a prendere le più minuziose precauzioni per evitare i linciaggi. Verso il 1040 l’arcivescovo di Milano, Ariberto, scoprì un focolaio di eresia a Monforte, in Lombardia [l’attuale Monforte d’Alba nella provincia piemontese di Cuneo]. Gerardo aveva «convertito» la maggior parte degli abitanti di quel borgo e li induceva a rinnegare il matrimonio, i sacramenti e l’autorità della Chiesa. Si venne alle armi e l’arcivescovo, battuti i monfortesi, portò a Milano Gerardo e molti dei suoi accoliti. L’arcivescovo voleva lasciarli in vita, ma il popolo di Milano eresse una pira con una croce davanti, poi costrinse gli eretici a scegliere: la morte col fuoco o l’abiura. Quelli si rifiutarono dì ritrattare e vennero bruciati malgrado l’opposizione dell’arcivescovo. Il cronista Landolfo mostra da una parte l’arcivescovo Ariberto desideroso di salvare gli eretici per convertirli, dall’altra i magistrati civili di Milano, civitatis hujus maiores laici, che innalzano un imponente rogo per bruciarli vivi.

Da Elogio dell’Inquisizione di Jean-Baptiste Guiraud)

In questa cronaca ci sono le budella della gente, il fiuto dei segugi, il sangue delle prede, il senso atavico della protezione dei propri usi e costumi, del proprio territorio, il selvaggio mondo della sopravvivenza del più forte.
Il popolo di Milano, che nel 1040 travalicò le istituzioni temporali e religiose, e si fece barricata omicida contro i manichei di Monforte, non fu altro che una miccia esplosiva, come altre ce ne furono nel Medioevo, che obbligò i nobili a erigere la prima Inquisizione Civile, primigenia rispetto a quella ecclesiastica, che trascinò al rogo tredici manichei d’Orléans per ordine del re di Francia Roberto Pio, nel 1017.
Riferisce il cronachista dell’epoca, tale Rodolfo il Glabro, che quel che spaventava il re (e il popolo francese) erano le dottrine non solo anticristiane, ma anche antisociali di questi eretici. Essi negavano la necessità delle attività umane (soprattutto il lavoro a beneficio della collettività), rigettavano le opere della carità e della giustizia, condannavano il matrimonio e la famiglia (che nella prospettiva cristiana erano e dovrebbero ancora essere le basi dell’ordine sociale... tranne che per Famiglia Cristiana); non credevano infine che le cattive azioni commesse in questa vita venissero punite nell’altra. 
Però… niente male.

lunedì 3 settembre 2018

Come sono buoni i bianchi


Roma, 3 settembre 2018 

Non ci rimangono molti attimi per gioire di questi tempi.
L’unica possibilità di evadere consiste nell’incappare, per puro caso, in qualcosa che confermi in modo implacabile tutti i nostri più neri pensieri; qualcosa di talmente scoraggiante da rinvigorire, paradossalmente, il corpo estenuato dalla gragnuola di conferme al peggio che arrivano dalla Monarchia Universalis.
A vedere certi spettacoli si rimane dapprima increduli e poi a bocca aperta, progressivamente scossi da una risatina a bassa tensione: prima un ah! ah!, inaudibile, (come a dire: ecco qua!), poi un tremolìo malsano, da febbricciola quartana, che non può che culminare in un ghigno sussultante; non sonoro, tuttavia: assomiglia più a una serie di brevi espirazioni in cui smiagola la nostra rassegnazione e la residua speranza: in modo da concretare (l’assoluta mancanza di speranza) e rinascere avvolti dalla consapevolezza di uno sbarazzino “tutto è perduto”; da finis terrae briccona.
In tali momenti sono posseduto, infatti, da un demone burlone.
Mi vengono sempre in mente le parole d’una poesia di Enoch Soames, il tragico e memorabile personaggio del racconto omonimo di Max Beerbohm che vende l’anima a Lucifero per viaggiare nel futuro e scoprire, nelle enciclopedie del secolo a venire, che sarà un letterato insignificante:

Torno torno alla piazza buia e silenziosa
passeggiai sotto braccio col Diavolo.
Nessun suono s’udiva
se non lo scalpitare degli zoccoli
e lo scroscio del suo riso, e del mio.
Avevamo bevuto vino nero.

Gridai :"Voglio correre con te, Maestro!"
"Che importa", gridò lui,"stanotte
chi di noi due corre più rapido?
Non c’è nulla stanotte da temere
nella luce sporca della luna!" 

giovedì 30 agosto 2018

È il libro di Qoelet la summa teologica che oggi domina i soccombenti [Il Poliscriba]


Il Poliscriba

Nelle dissertazioni inutili e sovraccariche di non-penso, i nostri monitor, variabili pixels, hanno funzione di spettroscopio, di scanner e ci obbligano a una disattenzione per il dettaglio, riducendoci a sintetiche sintassi telegrafiche, esplorabili soltanto con la vista, amputandoci il resto dei sensi.
Pensavamo che fossero le macchine a non avere coscienza o, al limite, fantasticavamo di un sé immaginifico che, le memorie estese al silicio, avrebbero potuto agganciare in una confusione di stringhe informatiche.
Si è rovesciato il nesso: ora noi non abbiamo sesso, senso, nessun denso pensiero, soltanto dita strumenti di follia edonistica, narcisismo touch-screen, e per sentirci reali ci occupiamo e preoccupiamo in una serie infinita di selfie, che autoscatti non fa neolingua chiamarli.
Intorno, il sisma sociale, l’involuzione economica che smaterializza i nostri corpi, ci rende inservibili, invendibili, non negoziabili, solo macellabili, per un’eventuale riserva energetica o un pasto nudo di future generazioni affamate, come quelle che ci precedono oggi sulla scala della povertà assoluta.
La rivoluzione è un trafiletto su libri di storia completamente revisionati.
Le slide e i quiz, forgiano l’ignoranza monolitica dei nostri figli smemorati, assenti all’essere e all’essente, al punto che anche la psicoanalisi non ha più presa su involucri biomeccanici privati di raziocinio, senza scomodare la logica aristotelica.
La gaia scienza, forse, resterà in piedi, incastrata in un solitario tomo, come un vecchio monolite traslucido che tenterà di assimilarci, per cablature genitico-organiche, a mammiferi in via d’estinzione ammalati di inciviltà altamente trasmissibile e letale.
È probabile che ci vorranno secoli per ristabilire la gerarchia ontologica.
Il futurismo letterario di Wells è ancora fortemente plausibile, sorpassa il Mondo Nuovo huxleyano sottolineato dalla traccia dello Zarathustra di Richard Strauss, ma resta eterno secondo dietro a qualunque odissea post-omerica.

Non è l’ottimismo che ci occorre, ma l’interventismo.
E non diamo la colpa al nichilismo nicciano/heidegerriano etc
E’ il libro di Qoelet la summa teologica che oggi domina i soccombenti.

domenica 26 agosto 2018

La bellezza come argomento


Roma, 26 agosto 2018

Un profluvio di interpretazioni ha allagato il meschino mondo dell’informazione italiana a proposito del crollo del ponte Morandi.
Tecniche. Economiche. Complottistiche.
Retroscena, fatti, invenzioni, dati di ogni risma, spesso incongrui.
Il Poliscriba ne ha parlato in un post agostano, con una sensatezza a cui va la mia riconoscenza di lettore.
Non ambisco a portare al dibattito, ormai permanente, l'ennesima interpretazione, incapace come sono di elevarmi a certe altezze, ingegnosamente ingegneristiche, fra stralli, piloni e trazioni; né di tuffarmi nel pelago delle supposizioni geopolitiche, che amo scansare come la peste; né, al contempo, di schierarmi politicamente come se il cemento precompresso fosse occasione di sfida tra fazioni (per tacere dei ciangottamenti su "Gronda sì e no").

venerdì 17 agosto 2018

Crolla il Ponte Morandi sotto il peso delle statistiche [Il Poliscriba]


Il Poliscriba

Il Pontifex era l’artefice di ponti, colui che sa costruire ponti, per cui i costruttori di ponti, presso Etruschi e Romani, furono riveriti e collegati con il divino.

È crollato un ponte!
È crollata la fiducia.
Il cittadino, il pagatore di tasse, l’utente finale … noi … piange, non crede all’impossibile, all’inesattezza della scienza che sbuca proprio quando la vittoria sul Fato e il Caos sembra a un passo.
Noi ci fidiamo che la cosa pubblica funzioni.
Non possiamo farne a meno ... della fiducia quanto della Res Publica.
Convinti di sentirci immuni dalla fede, miscredenti teologici, conduciamo o meglio siamo condotti in una vita di sonnambulismo, e ci offriamo nudi, senza difesa,  alla tecnica, esaltando la scienza in mancanza di dei, la frenesia in mancanza di pace, l’obbrobrio in vece della bellezza, la stupidità in assenza di intelligenza, le vuote parole incapaci di ascoltare in silenzio e provare vera angoscia per il vuoto dentro e fuori di noi.
Come esseri totalmente irrazionali, paludati dalle pieghe dei nostri vestiti carnali, ci picchiamo di essere gli uomini nuovi, gli androidi pronti per innesti high-tech e godiamo all’idea di un’immediata integrazione che supererà l’estensione tra corpo e macchina.

martedì 7 agosto 2018

Monarchia Universalis



Roma, 7 agosto 2018

Certe questioni andrebbero adagiate sul lettino dell'anatomista; spesso, però, si preferisce un coltello da squartatore.

La questione della globalizzazione, a esempio. Sarebbe bene eliminare questo termine, ormai usurato da vani e opposti estremismi.
Le parole vanno e vengono.
Sostituirei globalizzazione con Monarchia. Universale.
Monarchia è ciò che ci attende, al di là degli strepiti decennali che ci hanno ingannato.

Ricordo, in una tramissione di RAI3 del 1992, Milano, Italia, un neroricciuto Gad Lerner esibire sul palco, come fa l'imbonitore coi propri mostriciattoli, Maurizio Boccacci, allora guida spirituale del movimento Meridiano Zero, di matrice filofascista o parafascista (o consonante a quel che rimaneva del fascismo).
Nel 1992 si stava cucinando, almeno per l'Italia, provincia ancora opulenta, ma arretrata ideologicamente, il Mondo Nuovo a venire.
Lerner aveva il compito di introdurre, al pubblico esterreffatto dal crollo del regime post ’45, un nuovissimo dramatis personae (ovvero i soggetti che avrebbero dominato la scena sino a oggi) apprestando, al contempo, con finta premura, l'exeunt omnes di ciò che più non sarebbe servito alla Monarchia incipiente.

venerdì 3 agosto 2018

Generazioni scomparse (vanishing Italians)


Roma, 3 agosto 2018 

L'opulenza digitale reca l'estinzione.
Il digitale è un progresso o no?
A tirar le somme pare un netto regresso.
Serve il digitale? Certo, a dominare meglio le pecore.

Le fotografie di famiglia. Nonni, mamma, papà, figli, nipoti, amici. In bianco e nero oppure esornate dai primi timidi colori.
Le foto di famiglia costituivano una bella responsabilità.
Anzitutto c’era l’apparecchio vero e proprio, che aveva un costo suo, e occorreva custodire con cautela, in appositi foderi di pelle o similpelle. E poi c'era il rullino, costoso anch'esso. Si scattava quindi, ma con parsimonia, poiché ogni clic aveva un prezzo: la posa doveva essere studiata, avere significato, o assommare più gente possibile: non si poteva immortalare un albero un fiore una casa un cane: che spreco era quello? Tutte le vecchie foto eran cariche d'un compito preciso: tramandare a chi di dovere momenti salienti della storia di famiglia. Ogni immagine vantava sul retro una dedica oppure la data, scritta, con cura, a penna, assieme alla località ove era stata presa; a volte si indicavano nomi e nomignoli degli attori coinvolti. “Luigi e Ines”, “Zio Valerio e la sua chitarra”, “Giampi a Milano Marittima 1961”, “Mamma e Papà, Ladispoli 1967”, “Giovanni al giuramento, Taranto 1972”. Per tacere dei sacramenti: battesimi, comunioni, cresime, matrimoni; persino funerali.