05 dicembre 2017

La ricerca della felicità (e la fine della libertà)


Pubblicato il 7 novembre 2013


"Insomma" disse Mustafà Mond "voi reclamate il diritto d’essere infelice".
Aldous Huxley, Il mondo nuovo

Noi di Zamjatin è una distopia, ovvero una visione negativa del futuro. Più o meno prossimo.
Le distopie valgono, quasi sempre, per la loro portata metaforica, da riferirsi a un attuale e specifico ambito politico e sociale che diviene così oggetto di riprovazione o satira o denuncia civile. L'Utopia di Tommaso Moro sembra parlare d’altro, ma, probabilmente, si riferisce alle condizioni dell'Inghilterra contemporanea all'autore; anche Swift opera in tal senso ne I viaggi di Gulliver; Rabelais allude alla Francia cinquecentesca; Sinclair Lewis alle degenerazioni fasciste in terra americana; Jack London, ne Il tallone di ferro, alle distorsioni dello sviluppo capitalista; Zamjatin e Orwell (suo discepolo) mettono, invece, in guardia dalla devoluzione dell’ideologia socialista, nata per liberare i cuori e le menti e le braccia del proletariato, e finita per indurirsi in uno stato assassino e occhiuto, che esige il consenso totale al fine della propria pura autoconservazione.
Zamjatin partecipò degli ideali della Rivoluzione Russa del 1917, ma, nel 1921, appena quattro anni dopo l'assalto al Palazzo d'Inverno, già concretizzava il proprio disinganno e la propria delusione in Noi.
La chiave di lettura anticomunista (contro uno Stato assolutista che reprime ogni moto personale dello spirito) del romanzo di Zamjatin è non solo legittima, ma quasi doverosa.
E qual è la società descritta da Zamjatin?
Un mondo perfettamente matematizzato, dove vige l’uguaglianza altrettanto perfetta e il singolo (a cominciare dal protagonista, D-503) ha rinunciato al proprio libero arbitrio e alla scelta per inscriversi in un quotidiano dove tutto è pianificato e senza ombre: il lavoro, la sessualità, il sonno e la veglia, i pensieri, la festa, gli svaghi sono programmati dallo Stato Unico sotto lo sguardo implacabile del Benefattore ed esposti, senza mistero, alla visione di tutti (“Tutto era di una chiarezza che atterriva”). Le case sono di vetro, le celebrazioni pubbliche, le passioni uniformate come gli abiti, la Natura irreggimentata dalla tecnica. Persino i tratti somatici dei singoli tendono a farsi simili in un anelito spaventoso di uguaglianza coatta: la liberazione consiste nell’assenza di libertà e, quindi, di iniziativa e responsabilità. Risolversi in una struttura superiore che diriga e pensi in nostra vece: un sollievo che chiunque abbia militato in una organizzazione (para)militare ha provato, almeno una volta, nella vita.
Tuttavia questa interpretazione (legittima, come detto) non esaurisce la complessità del testo.
Si intravedono, per noi lettori scaltriti da novant’anni di storia ulteriore, due inciampi.

Il primo non è ascrivibile all'autore, ma, appunto, alle mutate condizioni sociali e politiche intervenute dal 1921 in poi.
Il secondo, invece, nasce dalle considerazioni finali di Zamjatin stesso: è una nuova chiave di lettura, da lui stesso autorizzata.

Veniamo al primo inciampo. 
È semplice: la società temuta da Zamjatin non è più, oggi, anno Domini 2013, la Russia dei Soviet, ma l'Occidente stesso. Anzi, a dirla tutta, leggendo il diario del protagonista D-503, ci rendiamo conto di come le pagine d’esso si prestino sorprendentemente a descrivere proprio l'Occidente attuale e postmoderno. Come i personaggi di Noi viviamo ormai in case di vetro: i social network che squadernano al mondo intero le nostre ansie private; le invasive pratiche di catalogazione del cittadino ad opera dei servizi segreti; l'autismo di massa che ha derubricato l'amore e le manifestazioni più accese del sentimento a rapporti formalistici definiti dai bisogni pubblicitari; l'odio che nutriamo verso le società tradizionali, ancora vive e umane, e di cui temiamo la spontaneità; la guerra spietata al passato, portatore di quelle istanze; la volontà di distruzione portata contro le terre del passato (Iraq, Afghanistan, Iran, Siria, Grecia, Italia) che, proprio in virtù della profondità della tradizione, stentano a conformarsi al livellamento democratico. Non è forse l’attuale democrazia che ciancia di libertà, e usa questa parola, Libertà, per spazzare via il diverso, l’ottuso resistente, una visione nichilista e conformista pari allo Stato Unico e Totalitario di Zamjatin e Orwell? Non è l’Occidente, oramai, asociale, spersonalizzato, e psicopatico? Basti osservare il modo di portare le guerre degli ultimi decenni: in modo micidiale e impersonale, tramite droni, intercettazioni satellitari, cecchini che dispensano morte da lontano, bombardieri che bruciano la vita da diecimila metri di quota, inafferrabili come demoni del deserto; la morte da lontano, dall'alto, la strage asettica, insetticida, vengono da chi si ritiene superiore profeta d’una virtù universale e valida per tutti. Kubrick l'aveva intuito plasticamente: la sala da guerra de Il dottor Stranamore, coi suoi tavoli levigati, le tracce silenziose dei velivoli che portano le atomiche, i pacati discorsi sulle possibilità di minimizzare a poche decine di milioni di morti le conseguenze d’un conflitto mondiale, sono lo specchio della società psicopatica di Zamjatin.

E veniamo al secondo inciampo. 
Il problema della felicità. Per tutto il romanzo accettiamo pacificamente, in ossequio alla concezione di distopia (che ci induce a parteggiare per Winston Smith di 1984, ad esempio), che i ribelli di Noi siano dalla parte giusta. La società così concepita - perfetta, liscia, conformista, aperta sino alla negazione della singola personalità - è necessariamente infelice; solo la differenza, l'imperfezione, il riguadagno di una certa animalità naturale, coi suoi sbalzi umorali, le sue ire, i suoi afrori, permette all'uomo la gioia. Questo pensiamo, abbastanza naturalmente, e crediamo che Zamjatin, altrettanto naturalmente, la pensi come noi.
Negli ultimi capitoli, però, i resistenti si avviano alla sconfitta. Il protagonista, D-503, quello che aveva messo a repentaglio la vita per amore della ribelle I-330, non solo abiura i comportamenti passati, ma sradica da sé, con una operazione chirurgica, ogni sentimento umano. Diviene un vegetale emozionale, senza impulsi, immemore della stessa I-330, un essere finalmente privo dell'anima vegetativa e irrazionale e disposto solo all'amore, puro ed eterno, per il Benefattore (“Sono guarito, completamente, assolutamente guarito … mi hanno estratto dalla testa una specie di spina; ho la testa leggera, sgombra”). Tutti noi (noi, e Noi) reagiamo orripilati a tale sviluppo narrativo. Ma chiediamoci: in cosa differisce la gioia dell'uomo a cui sono stati estirpati i sentimenti e le emozioni dalla gioia che nasce dall'esplosione di una passione o d'un amore, ovvero dai folli saliscendi e dagli andirivieni insensati di quella passione e di quell'amore?
Perché la felicità di un traboccante e scarmigliato canto poetico dovrebbe differire dal sorriso di D-503 ormai deprivato da ogni fluido vitale e emozionale? Biologicamente differiscono in nulla. Anzi mentre il primo tipo di felicità è fugace e sottoposto agli sbalzi della fortuna e può spegnersi per la volubilità e le bizze degli amanti, il secondo rimane fedele, costante e docile come un orgasmo continuo a bassa intensità. È dunque superiore.
Nel discorso finale del Benefattore si intravede la verità, terribile proprio perché vera: “Per che cosa gli esseri umani – fin da quando erano in fasce – hanno pregato, sognato, si sono tormentati? Perché qualcuno dicesse loro una volta per tutte cos’è la felicità e a quella felicità, poi, li allucchettasse come a una catena. Oggi come oggi, noi, cosa stiamo facendo, se non questo? Il sogno antico del Paradiso … Ripensi al Paradiso: là non si conoscono i desideri, non si conosce la compassione, non si conosce l’amore; la ci sono i beati a cui è stata rimossa la fantasia (ed è per questo che sono beati), gli angeli, i servi del Signore …
Non parla Zamjatin la stessa lingua di Dante quando nel Paradiso (XXXI, 28-29) verga i due versi, altrettanto terribili, che il Benefattore troverebbe giusti e mirabili:
 
O trina luce, che 'n unica stella
scintillando a lor vista, sì li appaga!
 
Dante, che configura una pletora di spiriti beati (la candida Rosa) che si appagano esclusivamente di un dio assolutamente immateriale e composto di pura luce, non pensa come il Benefattore? Non concepisce una moltitudine beata di innumerevoli D-503?
E quella legione di spiriti eccelsi, dai Greci ai filosofi morali, dai grandi pensatori orientali ai poeti d’ogni latitudine, in fondo cosa deploravano se non l'anima che desidera, che vuole, che ama – l’anima fonte di mali, infelicità, tristezza, umori atrabiliari? Non desideravano tutti un Benefattore? E Guido Cavalcanti, il primo amico di Dante, non elaborò una metafisica d’amore per cui la passione era necessariamente infelicità? E cosa hanno mai vagheggiato tutte le religioni se non l’estrema liberazione dal desiderio, dal corpo, dalla carne?
Come ho già scritto (Angelina Jolie e i destini dell'umanità):

Disciolti in una parodia di liquido amniotico, una serie puri pensieri sognano eternamente ciò che li rende eternamente felici. Non è forse questo il paradiso?
 
Sotto le spoglie di una utopia negativa che satireggia la breve e irrilevante esperienza politica e sociale del comunismo (sessant'anni!), Zamjatin profetizza il decorso inevitabile dell’Occidente democratico e universale: innaturale, psicopatico, asettico, ragionevole, libero dalle ansie della carne, finalmente inumano, finalmente felice. Ecco le ultime parole di D-503:
"E io spero che vinceremo! Anzi, ne sono certo: vinceremo! Perché la ragione deve vincere!
Da tale punto di vista la distopia del russo sublima in profezia e, poi, irresistibile, in soave utopia.

30 novembre 2017

Cos'è un classico?


Pubblicato il 2 agosto 2013

Il 28 giugno 1981, su L’Espresso, uscì un articolo a firma di Italo Calvino: Italiani, vi esorto ai classici. In esso lo scrittore elencava quattordici punti a favore della lettura dei classici letterari cercando, altresì, di definirne la natura.
Riporteremo queste graduali stazioni di apprezzamento, commentandole brevemente; quindi, per vostra sfortuna, ne aggiungerò altre quattro, personali.
Le stilerò in una sorta di post scriptum, a parte: in tal modo potrete bellamente evitarle e, per vostra fortuna stavolta, tornare alle pagine insabbiate del libro favorito.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: "Sto rileggendo ..." e mai "Sto leggendo ..."

Calvino si chiede: Quanti, che dicono di rileggere, in realtà leggono per la prima volta? Quante opere fondamentali (Tucidide, Balzac, Properzio, Saint Simon) giacciono inesplorate nelle nostre biblioteche? Per fortuna non esiste una particolare età della vita in cui cominciare tali letture: “Leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d'averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più”.

28 novembre 2017

L'estinzione dell'Italia. Una cronaca


Pubblicato il 13 settembre 2014 

Estinzione del passato, dell’Italia.
Una chiesa medioevale del centro Italia. 1200 circa.
Affreschi più tardi, di scuola umbra, fra Quattrocento e Cinquecento.
Nella figura in alto una foto degli anni Ottanta.
Cristo al Sepolcro fra S. Antonio, S. Leonardo e S. Benedetto da Norcia.
Dopo mezzo millennio, nonostante le incurie e il menefreghismo, erano ancora visibili.


Ecco gli stessi affreschi oggi.
Trafugati, svaniti, annientati.
Il tetto della chiesa ha ceduto, l'altare è in macerie, l'acquasantiera è stata estirpata dalla parete, i fregi rubati; l'entrata è ostacolata da un enorme fico selvatico, l'intero vano è invaso da cespi d’erba vetriola.
Il passato svanisce, svanisce il popolo che il passato teneva unito e in vita.


23 novembre 2017

Silvio has a dream ovvero il Berlusconi utopico e l'Elogio della Follia



Pubblicato il 24 luglio 2013

Il mistero Berlusconi: un maneggione del vecchio ordine più furbo degli altri.
Col tempo per lui ho persino maturato una certa simpatia. Tra Berlusconi e Gutgeld la scelta non si pone: nel disastro almeno ci si diverte.
Ho sempre preso poco sul serio le telenovelas sulla mafia e sulla corruzione che lo coinvolgevano. Egli m'appare, infatti, quale uomo intento unicamente a difendere la propria roba e che, nel farlo, vende l'anima al diavolo. Un diavolo che, però, possiede le anime di tutti.
A distanza di più di vent'anni dalla discesa in campo siamo in grado di porci la domanda decisiva: l'Italia andrà in malora anche a causa di Berlusconi o nonostante Berlusconi?
Le devastazioni epocali, incancellabili, infatti, vanno ascritte a Ciampi, Prodi, Maccanico, Monti, Draghi, Bonino; non certo a un uomo le cui mosse sono dettate dalla tenacia nella protezione degli orti  di famiglia.
Questo, ovviamente, non lo assolve storicamente, ma configura una rete concettuale di attenuanti.
Ben diverso è il cuore psicologico del Silvio nazionale.
Cosa pensa davvero Silvio?
Ha mai avuto aspirazioni? Ambizioni spirituali?
Certo. Come chiunque.
Esiste un suo diportamento esoterico? E uno, pubblico, ridanciano, essoterico?
Forse. Mi arrischio a pensare che lo spessore intellettuale di Berlusconi sia addirittura superiore a psicopatici come Schulz o Juncker.
Qui si tenta, con andamento semiserio, di individuare uno dei motori di tale Weltanschauung.
 
* * * * *

Qualche tempo fa, girettando tra gli scaffali d’un mercato dell’usato, intravidi due bei volumetti a un prezzo irrisorio: l'Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam e l'Utopia di Tommaso Moro (Thomas More). Per due euro circa accattai due tomi di circa quattrocento pagine in carta Fabriano dai nitidi caratteri Garamond (tondi e corsivi: l’Elogio) e Baskerville (idem: l’Utopia). Essi sono i primi numeri di una collana denominata la Biblioteca dell’Utopia – collana che include altri classici della letteratura dell’illusione alta: La nuova Atlantide di Francesco Bacone (Francis Bacon), Il Principe di Machiavelli (annotato da Napoleone Bonaparte), Lo spaccio de la Bestia Trionfante di Giordano Bruno e Il manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels.
Il prefatore dei volumi, che coincide con l’editore, è Silvio Berlusconi.

18 novembre 2017

Il fascismo non esiste


Roma, 18 novembre 2017

Mentre la sinistra applica la finta di Garrincha ai propri elettori boccaloni (cfr. Gli Italiani e la finta di Garrincha), riappare, sul palco consunto della stupidità italiana, in abiti di stracci e senza alcuna vergogna, la dicotomia tra fascismo e antifascismo.
Le elezioni di Ostia hanno portato alla ribalta un movimento politico di estrema destra, in verità assai quieto: Casapound. Tale flebile vagito, unito all'aggressione del giornalista Piervincenzi, è bastato per scomodare le truppe cammellate dei borghesoni: corriere repubblica il savianame il boldriname più la pletora di neghittosi sopravvissuti della sedicente sinistra italiana, politicamente residuale, ma sempre petulante poiché incistata a fondo nei gangli della pubblica amministrazione di cui succhia il latte fornito dalla popolazione tutta (inclusi, quindi, i contribuenti che hanno votato Casapound).
Tale avvenimento innesca, inevitabile, un rimando, un auspicio e una riflessione generale.

16 novembre 2017

In Italia il femminismo a volte c'è, a volte non c'è


Pubblicato il 27 novembre 2013

Il 25 novembre [2013] si è celebrata, anche in Italia, la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Il Comune di Roma, benemerito, ha esornato il Campidoglio con una gigantesca mano aperta con didascalia laterale: "Stop violence against women". Fermiamo la violenza contro le donne; e sottinteso: fermiamo, con egual vigore, la discriminazione, la disparità di trattamento sul lavoro, lo sciovinismo, lo stereotipo pubblicitario che rende la donna oggetto commerciale, la differenziazione di genere congenita alla società patriarcale et cetera.
Una conseguente e compatta legione di avvocati, presidenti, associazionisti, sindacalisti, femmine femministe e maschi femministi, paritari, identitari, priders, telegiornalisti e radiofonisti d'ogni ordine e grado, blogger, situazionisti, peltasti, facebookers, dirittumanisti, LGBH members, deputati e senatori d'ogni sfumatura dell'arco costituzionale, frombolieri delle Baleari, twittatori e maschi antimaschilisti, si è messa in moto con solerzia, garantendo alla manifestazione la inevitabile ricompensa del successo.
Giusto così; e io non asserirò mai il contrario, ovvio.

14 novembre 2017

Perché la letteratura italiana fa così schifo?


Pubblicato il 1 settembre 2015

Oh, ci si intenda subito: magari qualcuno troverà la letteratura italiana, nel suo complesso, di buona fattura. Magari vi troverà opere completamente fallimentari; o negative; ma anche picchi positivi; eccezioni lodevoli; non di rado, ben ruspando, tale lettore (oso dirlo) rinverrà addirittura capolavori. Chi sono io per giudicare un tale giudizio? Nessuno.

Dipende a quali altezze ci si è inerpicati nella vita. Da certe vette (se si ha avuta la pazienza di scalare certe vette) la letteratura italiana fa, inevitabilmente, schifo.

È un ribrezzo non solo estetico (passi!), ma anche umano: come a toccare il ventre d’un rospo demoniaco. Persino le librerie suscitano ormai orrore; passeggiare nei dintorni d’una di esse (una a caso), subire lo squallore delle sue vetrine riesce insopportabile … e poi quelle brossuracce, impilate a spina di pesce, decine di pile, e l’odore della carta appena stampata (carta d’accatto, che, appena letta, s’arrufferà malinconica) … e poi le classifiche, con altre pile accanto, classifiche che confermano la pubblicità a tamburo battente in cui un meschinello presentava il suo libercolo, la consueta brossura dozzinale in ultima analisi … lordata da concetti da dozzina … tutto questo spettacolo necrofilo dà già il voltastomaco … un disgusto fisico che solo un feroce Ramadan estetico può guarire.

10 novembre 2017

Per il sinistro il capitalismo a volte c’è, a volte non c’è


Roma, 9 novembre 2017

Mi ha sempre affascinato la faccia tosta dei sessantottini. E dei loro recenti dintorni.
Una faccia ormai deforme come un moccolo di candela consunto e la cui cera è colata giù da quegli anni formidabili (Mario Capanna cit.) per ustionare, colla sua consistenza morale superiore, le mani di noi poveri populisti e razzisti che siamo costretti ancora a reggere (con imposte e tasse) tali repellenti turiboli.
Ma da cosa deriva la faccia di tolla?
Andiamo con ordine.
Il sinistro (ex sinistro: oggi piddino, vendolino, dalemino, centrino, centrodestro) è schizoide.
Psicopatico.
Ha relazioni umane e sociali solo con il proprio gruppo consanguineo.
Esempio: la Fornero parla solo con le simil Fornero.
Può abbassarsi ad avere relazioni (glaciali) con qualche militante che ancora permette che Lei sieda lì, nell’Iperuranio della Distruzione.
E basta.
Sotto di Lei è, appunto, il militante.
Il militante ha rapporti solo con i militanti. A volte si alza a osannare qualche dirigente. O qualche Fornero. O un Saviano. O un Erri De Luca.
E basta (inutile dire che a Saviano, Fornero, Erri de Luca dei militanti frega poco o niente, a meno che non li eleggano o comprino le loro orride carabattole librarie).

06 novembre 2017

Morirò io, sparirete tutti


Spoleto, 5 novembre 2017

È vero che ogni sistema di potere, storicamente, si è guastato ed è morto, quindi probabilmente anche quello in via di consolidamento oggi è destinato a finire un domani; ma è anche vero che i sistemi di potere possono durare decenni e secoli, occupando e degradando la vita di intere generazioni; quindi è opportuno prepararsi una via di fuga, non escluso il suicidio.

Marco Della Luna

Parlerò chiaro, anzi piatto.
Nel parlare a volte si dissimula involontariamente; nello scrivere ancor di più. E - a volte - si legge ciò che uno scrive con una certa fretta. Con la fretta che impongono le proprie convinzioni.
E si viene equivocati.
Non del tutto, ma di quel filo che fa sostanza.

Posso dire, in primis, che ogni mia parola, la più sciocca o la più pomposa, quella goffamente ricercata e quella quotidiana, persino le male parole e gli insulti atrabiliari, sono intrisi di un'angoscia senza redenzione.
Rivendico tale disperata sincerità; e spero che me la riconosciate tutti.

E poi, come diceva Totò, in secundis: siete morti e non lo sapete.
Tutti.
Ciò che affermo a favore della tradizione e del sangue e dell'Italia e della bellezza non lo dico solo a esclusivo beneficio dell'Italia. Ma a beneficio di islamici, calmucchi, indios, negri, ebrei e citrulli nordici.
Ho passato una vita a scrivere dei "vanishing peoples": Aztechi, Patagonici. Amazzonici.
E ora sarei diventato razzista?

04 novembre 2017

L'Europa che mi piace


Questa la diffusione delle iscrizioni latine in Europa quale si evince dal bellissimo sito Epigraphik Datenbank.
Anche l'Africa Settentrionale è Europa. E così le propaggini bizantine che innervarono l'Impero Russo.
Questa è l'Europa che mi piace.
Deliziosa quella solitaria iscrizione in India:

provincia: Barbaricum località: Mathura

M(arci) Caustr(i)

E poi ne abbiamo due in Uzbekistan, luogo natio dell'idiota che ha falciato otto persone a New York.
provincia: Barbaricum località: Karakamar

ROD / [6] / IM

PAN / GREX / APLG

E dov'è Karamar? Vicino a Samarcanda.
Samarcanda ... fatelo risuonare nelle orecchie tale toponimo ... riuscite a comprendere cosa si chiede da voi? Samarcanda ... Russia, Persia, Siria.

Ma l'iscrizione più remota, vista con gli occhi di oggi, è quella svedese.
La Svezia, infatti, è davvero l'epitome folle della barbarie:

provincia: Barbaricum località: Fycklinge

 
Apollini Granno / donum Ammillius / Constans praef(ectus) templi / ipsius / v(otum) s(olvit) l(ibens) l(aetus) m(erito)

Fra l'India di Sikander, Samarcanda e la Svezia è facile scegliere chi gettare dalla torre.
Il prossimo non è misurabile con la quantità.
Queste considerazioni, apparentemente oziose, sono, invece, quelle decisive, e riposano sotto la pelle del chiasso e dell'inconcludenza. 

Pubblicato il 4 ottobre 2017