domenica 21 novembre 2021

Siamo tutti in pericolo


Roma, 21 novembre 32 p.B.
 
Solo la comunità ricorda; solo un insieme di individui legati a filo doppio dal sangue e dalla conoscenza condivisa che si fa vita, ogni giorno, può battersi in vostra vece. Le abbiamo donato vari nomi: gineceo, confraternita, civitas, collegio, caserma, corporazione.
Ecco una storia.
La traggo da un libro di Giorgio Bocca sulla Repubblica del dopoguerra:

Alle 11.30 [del 14 luglio 1948] Togliatti e la Nilde Jotti, che è la sua nuova compagna, escono da Montecitorio in via della Missione: li attende un giovane siciliano, Antonio Pallante; spara su Togliatti tre colpi con una rivoltella calibro 38,8 acquistata il giorno prima da un armaiolo romano che resterà ignoto. Un proiettile sfiora il capo e si schiaccia contro un cartellone pubblicitario, il secondo colpisce la nuca, il terzo la schiena. Togliatti cade sulle ginocchia, scivola sul selciato, la Jotti si lancia a coprirlo. Pallante spara ancora un colpo che va a vuoto e fugge … Alla notizia che hanno sparato a Togliatti l’Italia operaia e comunista insorge … Togliatti raccomanda … ‘Non facciamo sciocchezze, non perdete la testa’ … Ma l’onda di piena dello sdegno popolare sale per conto suo incontenibile … A Genova si è in piena rivolta, la prefettura subito isolata, i telefoni interrotti, bloccate le strade di Levante verso Chiavari e di ponente verso Sestri. Gli operai calderai dell’Ansaldo escono con i loro attrezzi e saldano i tram alle rotaie; altri blindano dei camion su cui prendono posto dei compagni armati, nel centro di Genova compaiono mitra e mitragliatrici, si va all’assalto della casermetta della polizia a Bolzaneto  … ripiegano sotto il fuoco reparti di polizia e una compagnia di carabinieri, ci sono tre feriti fra le forze dell’ordine, quaranta tra i manifestanti …“.

53 anni dopo, a luglio, il 19, a realizzare una quasi piena consonanza storica, s’inizia la devastazione di Genova; il 20 muore Carlo Giuliani; il 21 ecco il contrappasso: la retata alla scuola Armando Diaz; i rivoltosi, simboliche reviviscenze dei compagni del 1948, sono recati alla caserma Bolzaneto e croccati a sangue.
Così va il mondo.
Una communitas è sciolta dalla storia, ma l’altra persiste, ricorda e, a modo suo, si vendica.Si dice: l’attentato a Togliatti venne dimenticato dagli Italiani grazie alla vittoria di Gino Bartali in Francia. Diciamo che aiutò, come accade ancor oggi; gli spettacoli circensi a latere recano il popolicchio a di-vertirsi. In realtà, però, fu Togliatti a decidere l’oblio; Stalin approvò. La rivoluzione fu sempre considerata dai maggiori dirigenti solo come un feticcio da agitare nei momenti di crisi; perduta, nelle lontananze del pragmatismo, l’eco dell’ultimo sparo, la communitas del PCI ebbe chiaro da subito il proprio ruolo: opposizione  permanente per contrattare istanze sociali da tramutare in voti elettorali. Tutto qui. Una strategia che ingrassò il ceto medio italiano sino al 1989. Da qui, la fine, il buio ideologico fino agli  arruolamenti nella Monarchia Universale nel 1992, anno di Tangentopoli e di ogni credo, cattolico fascista socialista o comunista, disciolto nel Partito Unico. Fra le more del tradimento epocale, anche piccole vendette, come quella di Genova.

Il 1° novembre 1975 Pier Paolo Pasolini rilascia un’intervista, che presumo annoiata e gonfia di rassegnato risentimento, a Furio Colombo. Qualche ora dopo andrà a farsi ammazzare. Prima di salire sulla propria Giulietta targata Roma K, Pasolini dichiara a Colombo: “Ecco il seme, il senso di tutto. Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: ‘Perché siamo tutti in pericolo’”.

In effetti non sappiamo davvero chi trama la nostra rovina.
Con atti di calcolata efficienza, al riparo dal rancore, dall’odio. Il senso pasoliniano non è cambiato; solo il modo in cui è distillato l’assassinio è mutato; con pazienza da frati trappisti, tramite decreti e regolamenti, sbreghi costituzionali, dolci e pervasivi atti di corruzione. Nella piena legalità! E col nostro assenso! Perché noi diciamo sì, anche quando vogliamo fare i barricaderi. Se vai in piazza a berciare contro le efferatezze di Draghi e poi, tornato nel cubicolo, accendi la Champions League, allora dici sì. Ci sono tanti modi di consentire al Nulla, ma uno solo per sfuggirne. Il “no” è la porta stretta, il canapo nella cruna dell’ago.
 
Giorgio Bocca dirà: “Avevo paura di Pasolini, della sua violenza …  Pasolini è morto perché, la rigirino pure come vogliono, era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi … Poi mi dava noia questo: ho un po' di omofobia, che poi è una cosa militare, come i bei fioeu va a fer il solda' e i macachi resta a ca', i macachi restano a casa. Il mio concetto piemontese è che gli uomini veri vanno a fare il soldato. Quindi anche questa faccenda dei suoi rapporti con questi poveretti che manipolava ...”.
Il macaco (brutto, storto, stupido, livoroso, ambiguo: ciò che oggi si venera, a ben guardare) gli resta, insomma, sul gozzo.
Assieme ad altri macachi.
Prima di crepare, infatti, Bocca aprì il fuoco su tutti, dalle donne che voglion fare gli scoop, come la Fallaci e la Cederna, alle altre anime belle del politicamente corretto, omosessualisti e antirazzisti (“Napoli è un cimiciaio”), ai colleghi: la carogna Brera, il giocatore Emilio Fede. Aveva torto? Macché, impossibile. Aveva fatto la guerra, come poteva mentire? Un tipo del genere lo si può odiare, o insultare, ma ha ragione lui.
A noi hanno tolto lo scontro, la violenza, persino il coraggio di un’opinione recisa. Abbiamo torto.
Ci faranno fuori come conigli; con calma, però, senza ecatombi e vistosi massacri.
Siamo tutti in pericolo.

Pasolini, Bocca, Gadda, Montanelli, Morselli sono collegati, segretamente. Ciò che li unisce è il rifiuto della narrazione consolatoria. Tutti sono vittime, a modo loro, dell’oblio e della cancel culture; Morselli si suicidò; Montanelli viene linciato post mortem da anni; anche Gadda si ammazzò, anche se ciò non risulta agli atti; Pasolini, invece, fu suicidato: e lo è ancor oggi: per santinificazione.
 
La nostra epoca vive di nulla, produce nulla, lo desidera, lo ricicla, se ne ciba. Le sue migliori scoperte sono riscoperte … prendono un pezzo dimenticato in garage, lo passano al lucido e lo vendono come l’ultima mirabilia … musica, teatro, cinema … persino la pornografia … tutto sa di riciclo … inevitabile in chi ha estinto la creatività, pericolosa madre dell’eversione … eppure, incredibilmente, chi produce e s’appaga del vacuo ne ha un terrore abietto. Per questo riempie ogni ora del giorno di qualcosa, di qualsiasi cosa; per lo stesso motivo ha in uggia le feste, il riposo, la meditazione … deve essere recato in ogni luogo il cachinno, la cacofonia, la reiterazione ossessiva … pure nelle telecronache sportive … riascoltate la voce di Nando Martellini … essenziale, pulita, costellata di quei silenzi che ingigantiscono la sorpresa e la giocata memorabile a cui è lo spettatore a conferire lo spessore mitico …
Oggi sono almeno in due i cronisti macachi a cicalare; affastellano termini angloidioti (“in the box”), si rivestono d’una cultura tecnica inesistente (laterale, esterno, fluidificante … terzino gli pare troppo pane e salame), berciano, urlano per il minimo spetezzo, tifano trogloditi, s’inventano neologismi a sproposito (sontuoso … lancio sontuoso, un gol sontuoso … ma che significa? Sontuoso equivale a sfarzoso poiché eccessivo nel lusso tanto che le leges sumptuariae si premuravano di regolare l’ostentazione della ricchezza anche nelle manifestazioni funebri).
Ma anche nella pallacanestro è un delirio, Aldo Giordani (un ruvido Giorgio Bocca d’antan) o Gianni De Cleva o il velenoso Sergio Tavcar vengono sostituiti da perturbatori della quiete privata … nelle radio la chiacchiera dilaga … i canali tv imperversano, cento duecento mille, tutti vuoti, ovvio, e ripieni di quel nulla sotto vuoto che ha il solo scopo di negare l’horror vacui da loro stessi creato.

Nel ventre di qualche chiesa o convento centro-meridionali sopravvivono ancor oggi, reperti archeologici scandalosi, i putridaria.
In tali cripte, fra umori sotterranei e le insidie del salnitro, scolpiti lungo le pareti, alcuni seggi provvisti d’un ampio foro nella seduta; ecco: frati e monache, pietosi, qui depongono i defunti della comunità; i corpi di Albino, Tecla, Orso, Igino, Rufina alfine riposano composti, come re e regine, assisi in questa teoria ominosa di troni pietrosi. Il tempo ne disfa le carni peccatrici, le labbra a tirarsi sopra le arcate dei denti; gli occhi rientrano nelle cavità per ricadere, poi, insecchiti, entro i ventri putridi: licori misteriosi prendono a colare lenti entro i bacili posti sotto il foro della seduta; ognuno si libera, finalmente, del gravame di ciò che impacciò in vita la ricerca dell’Assoluto; tibie, coste, crani, ulne: la bianchezza delle ossa rifulge nella purezza: ora può dirsi: nella mia fine è il mio principio, omnes feriunt, ultima necat. Dilavato dal sovrappiù, dall’inessenziale, l’essere umano trascende in entità superiore, si costituisce quale monito per il vivente: esso giudica. Guai!

Ne La terra desolata, Thomas Stearns Eliot oppone il candore e la pulizia spirituale delle ossa alla flaccidità del ventre dei ratti: rats/bones è una delle polarità decisive che determinano l’afflato apocalittico (e cristiano) della struttura poetica. Ma è anche un monito. A divenire essenziali, ad affinarsi. L’acqua è latrice di peccato, il fuoco espiazione purgatoriale: “poi s’ascose nel foco che li affina” dirà del provenzale Arnaut Daniel il fiorentino Dante Alighieri, maestro di Eliot e Pound.
Rintracciai queste notazioni nel volume di Alessandro Serpieri, T. S. Eliot: le strutture profonde.
Lo comprai nel 1990 presso la libreria “Uscita” in via dei Banchi Vecchi, a Roma. Libreria storica, nata su ispirazione di Nanni Balestrini, di cui era animatrice una zia di Carlo Giuliani, Anna. L’altra zia di Giuliani, Maria Elena, morì, invece, nel 1970 in un attentato dinamitardo contro l’ambasciata americana, nell’Atene dei Colonnelli.

C ambi; A mento; DIC lima = Cambiamento di clima

Fermare il cambiamento inteso come attacco all’identità umana. Ecco una buona missione per dei Vecchi Credenti. We change, podemos, climate change, we can: il mutamento, senza un modello di riferimento, è follia dissolutoria. Cambiamo! Cambiamo! Non devono darti nessun appiglio, alcun riferimento … si cambia, continuamente, leggi, disposizioni, circolari ... son sempre lì a trafficare, a spostare, sopprimere, sostituire … un 730 ha la complessità del problema di Riemann.

Cambiare! Cambiamo! L’Italia è cambiata! Bisogna cambiare l’Italia! Cambiamo, si cambi, ecco il cambiamento! Occorre cambiare per opporsi al cambiamento climatico! Il cambiamento climatico cambierà le nostre abitudini!

Totalitarismo casual, Assolutismo Tecnico, Monarchia Universalis: di questo si parla, non di morti nel sonno. Ciò non toglie che morti vi saranno, a mucchi. Nel mio condominio, a esempio, di morti ne vivono parecchi. I più decomposti si rinvengono nella fascia d’età post 1989.

La narrazione si sta sgretolando! Prima o poi la gente si sveglierà! Questo, purtroppo, è impossibile. Non abbiamo ancora sofferto nulla. Come a un tizio cui si siano espiantati gli organi vitali sotto sedazione. Muore, nemmeno rendendosi conto di ciò che accade; forse un labile sogno ne scuote le ultime fibre: la ragnatela incoerente di alcune scariche encefaliche - impressioni d’una vita - sono le ultime manifestazioni dell’oramai inattingibile coscienza: ed è tutto. Né dolore né pace, nulla. L’anestetico che hanno propinato per decenni ci ha resi fatui e sciocchi, inconcludenti; ne abbiamo persino reclamato dosi ulteriori: vogliamo vivere senza dolore! E così fu. L’eliminazione della sofferenza dal cerchio della realtà umana ci ha privati della gioiosa risalita nella luce della felicità. Il Nemico non vive di polarità, ma di un asettico equilibrio in cui si spegne la vita.

Incredibile come sotto ogni assolutismo, vero o presunto, dagli Assiri al Papa Re, dagli Austriaci ai Romanov, il dibattito politico dei dominati ristagni nei consueti dubbi: azione diretta? Propaganda per rendere edotto il popolo della propria situazione? Creazione di un’alternativa utopica? Sobillare il popolo con riferimenti ad antichi credi? O ingannarlo? Ciò che, purtroppo, ci distingue dai ribelli di ogni tempo è l’onnipotenza della tecnica. L’assolutismo tecnico getta una luce di mezzogiorno su ognuno di noi. Non portiamo ombre. Tutto è in vista. Il digitale, sfruttando l’ansia di socialità e la macchina repressiva dello Stato, ci ha profilati sin al cuore. L’ora di mezzogiorno non vede il chiasso indiavolato degli spiriti liberi, ma l’opposto: il trionfo della menzogna. Le bugie del Potere sono ora sistematiche, modellate per gruppo etnico, religione, perversione, fanfaluca partitica: il 99% del controllo è raggiunto. L’1% controlla il 98%: la somma, il 99%, il Pensiero Unico, si pregia di tollerare, quindi, il restante 1%. Questa benignità la traveste sotto vari nomi: il più usurato è quello di democrazia.

Ci son tipi che fatico a non mandare al diavolo.
Chi fa ricorso a categorie recenti per spiegare l’attualità, a esempio: nazismo, fascismo, comunismo ... solo perché di queste si ricorda e a queste reagisce: per tradizione familiare, di gruppo et cetera
Oppure chi cicala di anticlericalismo … ancora con l’oppio del popolo? La religione come veleno? Ma se il materialismo brutale lo si respira anche nei rapporti coi dodicenni! Il Vaticano opprime … ancora! Nel 2021! Facciamola finita, per carità. Il Cristianesimo, come l’Ebraismo, il Buddismo, la mafia colombiana e le Triadi, il femminismo e i progressisti, gli apolidi antiautoritari e i reazionari con l’orbace di Calvin Klein … son tutti riposizionati, per godere della Bengodi futura. Trovatemi un ribelle, per favore, fra i mucchi dei partiti, delle associazioni, delle ONLUS, della criminalità ... li vedi  allineati, dal primo all’ultimo, senza eccezioni, con la baionetta inastata su per il culo … solo i reietti, i paria, quelli fuori dal gioco, per ignoranza, miseria o vaga tradizione, ancora viva poiché non toccata dall’isteria illuminista - solo in questi trovo ancora un pallido ricordo del giusto, dell’umano, del ragionevole. O in qualche vecchio rudere, come il sottoscritto, un subnormale in effetti, che si emoziona perché, in un casale degli anni Venti dal tetto sfondato, ritrova, su una parete sbrecciata come a Vukovar, un’iscrizione familiare … ma chi sono io? Un bel niente … emarginato pure da coloro che si credono rivoluzionari … un testimone degli ultimi tempi che scrive sull’acqua.  

Come definire il digitale? Esproprio metafisico. La scomparsa della realtà, l’inveramento del nulla.

I nuovi computer google non hanno manco l’hard disk. Di tuo non deve rimanere nulla. Il digitale fluttua, come uno spirito mefitico; il digitale è una merce inafferrabile, il digitale sei tu. Vendere una merce che consiste in niente, ridotta materialmente a niente e che coincide col fruitore: meglio di così ... Ma a cosa serve, direte? Ad arricchirsi? Ma no! Solo a drenare il restante patrimonio dell’umanità, a risucchiarlo nel cloud del nichilismo, dilavarlo, e, trasformato in polpette insapori e inodori, debitamente monodose, a restituirlo a caro prezzo (un prezzo impossibile da calcolare), irriconoscibile, orrendo, a voi consustanziale, sempre più gravoso nella sua falsa intangibilità, su, fino alla consumazione d’ogni residuo di vitalità: a reificare intenti, fegati, occhi, pulsioni, libertà.

Non c’è cambiamento, non c’è mai stato. L’essere umano è sempre quello, dal fango adamitico a oggi. Milioni di anni? Poi il pomo della conoscenza … davvero fatale: la Bibbia simbolizza, ma non troppo. L’irruzione nella vita ascendente e felice di una concrezione cerebrale sempre più complessa ci ha dannati; per dimenticare questo accidente l’umanità s’è inventata le difese più estreme, dalla spiritualità all’arte. L’icona di Andrej Rublëv, in esposizione alla Tret'jakov di Mosca, riassume, in poco più d’un metro quadro, le trincee erette nelle decine di millenni. Egli ci guarda, benevolo, da un fondo martoriato; è; è stato; sarà; lo Sguardo risana donando l’unica consolazione possibile; la vita riprende, gioiosa, entro limiti prestabiliti; il logos espunge il nulla costringendo la materia e i gesti a riandare entro vie necessarie, inderogabili; il ciclo eterno ora crea e distrugge infaticabile, secondo l’ordine del Tempo: non vi è ansia, disperazione, fretta, sguaiatezza, strepito. Riconciliati, finalmente, alla Morte benigna; la memoria ci salverà dall’oblio, la poesia guarirà ogni ferita.

Il mondo liquido.
Mai visti tanti misirizzi come oggi, inaffidabili, mentitori, ottusi, isterici come donnette isteriche.
I residui esseri raziocinanti, ecco i patrioti.
Il giorno X contatto Y sull’affare Z. Ci si mette d’accordo su giorno e ora. Dopo due giorni chiamo per la conferma. “Certo, cosa dovrebbe cambiare?”. Ecco un Vecchio Credente.
 
Uno scemo: “Ma perché Gualtieri ha vinto a Roma?”.
Per due ordini di motivi”, gli dico. “Uno. Doveva vincere per amministrare i soldi che pioveranno dal cielo. La destra era tanto d’accordo da presentare un candidato nemmeno buono per una salsicciata elettorale. Secondo: la mossa di Garrincha. Quello è il segno. Un tizio qualunque fa finta di separarsi dalla casa madre del PD con una serie di ragli polemici; creduto indipendente, fa incetta di voti, anche a destra; poi, quando si decidono i giochi, li fa confluire alla stessa casa madre dapprima tanto vituperata. Semplice, no? Hanno fatto sempre così, tutti. Solo i babbei come te ancora prestano fede a questo rito funebre”.
Lo lascio, al solito, incredulo; poi si riprende: a me non la si fa! Sono furbo io! La mossa di Garrincha, ma chi è? Ah ah ah,  che buontempone!
E il circo continua.
 
Ancora resisteva, sino a pochi mesi fa almeno, in via Cardinal Caprara, a Roma, un’insegna anni Settanta: “SALSAMENTERIA”. Il negozio, ovviamente, non esiste più, sostituito da un cimiciaio bengalese in cui si vendono bibite globaliste e rape cacate da chissà dove.
L’insegna: arancione corsivo su fondo bianco; arancio un po’ sbiadito. Chissà quante volte il capofamiglia ha alzato quella saracinesca … ma sì, un italiano un po’ volgarotto, di quelli che barano sulla pesata (alcuni mettevano una scatoletta di tonno sulla bilancia, sotto la carta del prosciutto), il camice unticcio, la penna dietro l’orecchio; un evasore fiscale, un paterfamilias che lucidava la 124 alla fontanella e pigliava a sganassoni il figlio tonto e ciccione perché non voleva alzarsi a faticare con lui  …
Il nostalgismo … il nostalgismo … fa sì che quell’insegna assuma la stessa valenza di suggestione dell’urna greca di Keats … ma bisogna adeguarsi ai tempi, occorre cambiare, ne convengo.
 
Non soffriamo abbastanza. Solo il dolore purifica e ci rende pronti per la rivelazione. Cos'è, alla fin fine, il patire? E questo simbolo che ci accompagna dalla nascita: la Croce? Il Christus patiens, che soffre ... soffre per noi ... e soffre poiché il Calvario, il Golgota, il Monte del Teschio, è l'unico itinerario possibile a rintracciare la verità.
Ogni viaggio degno d'esser tale dovrebbe costituirsi come ascesa. 
Le ferite, l'ascesa, l'ascensione.
Il Vir Dolorum.

16 commenti :

  1. Leggo con piacere Alceste, è inevitabile, poichè per qualche motivo, lo accosto allo Stein di Lord Jim. Vi ritrovo il senso di una malinconia struggente, un lungo addio alla bellezza del mondo vissuto... Come non provarla in questa frana universale verso il nulla... Ma poi mi rimprovero questo illanguidimento, come il dissiparsi di ogni energia creatrice. Avremmo bisogno di tanti Tuan Jim, di uomini ingenui posseduti dalla magia di un'illusione, ossessionati da un'idea romantica. Fedeli ad essa al punto da seguirla fino alla conseguenza più estrema. La giovinezza è forse una prerogativa imprescindibile per l'uomo d'azione?

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    1. Dai giovani non aspettarti alcunché.
      Dai vecchi: cosa aspettarsi?
      Non è solo l'apparato repressivo e propagandistico dello Stato Italiano a dover esser affrontato, ma un blocco criminale che ne assomma a decine, di Stati.
      La miglior cosa è resistere, non dimenticare, aspettare l'imprevisto.

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  2. "Il liceo Cavour di Torino non scriverà più studente o studentessa nelle comunicazioni ufficiali, ma student*.
    Tocca sempre al paese reale trascinare avanti il paese legale".
    Così tale Francesca Paci su La Stampa.
    Nel frattempo, qualcun altro, stavolta su Repubblica, sdilinquisce nel presentarci un nuovo film, premiatissimo (se non lo è ancora stato lo sarà), che narra del "percorso di Gabi alla scoperta della propria identità non binaria". Gabi, ovviamente, è una bimba reale (così pare e deve apparire). Nemmeno un'adolescente. Una bimba.
    E questo è quanto.

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    1. Scusate il ritardo nelle risposte, ma i commenti non funzionano a dovere.
      Il film, premiatissimo, è il solit ballon d'essai.
      Si notano le reazioni, si adegua la propaganda al millimetro.
      L'intero mondo creativo è al servizio delle loro follie.
      Sui giornalisti: che devo dire?
      Non è più una professione.
      Si va verso l'abolizione delle professioni. Lo scopo è creare una poltiglia di tecnici che si avvalgono del digitale. Architetti, avvocati, commercialisti etc non hanno più ragion d'essere.

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  3. Fino a quando potremo resistere?

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    1. Non so. La maggior parte ha già ceduto. A pensarla, pressapoco, come noi, saranno in diecimila in tutta Italia ...

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  4. Caro, Alceste, se anche ne rimarrà solo "uno" che però porterà con se l'esempio ed il ricordo del genere umano, qui inteso nel suo significato più ampio possibile, ecco allora si che varrebbe la pena resistere e combattere sino alla fine.

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    1. Speriamo più di uno.
      Ci si dovrebbe organizzare, però.
      Così siamo troppo isolati.

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    2. E' il mio pensiero dal 9 Marzo 2020, quando quel piccolo satrapo di provincia dichiarò in mondovisione la morte dei residui del vecchio ordine...

      Purtroppo invece che acquisire compagni di viaggio sembra di perderli tutti giorno per giorno (anche quelli "contrari"). E' come se alcuni fossero stati selezionati ben prima di tutto questo circo della pandeminchia.

      Il problema è : come fare?

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  5. Forza che vi faccio fare due risate
    sto trascorrendo la mia ora d'aria facendo una passeggiata in un parco; mi viene in contro una signora con una bambina tutta boccoli d'oro; quando arrivano ad distanza di un metro circa, la bambina chiede alla mamma: "è Babbo Natale ?" (ho una gran barba bianca e adeguata, al ruolo, stazza); prima che la madre parta con scuse fuori luogo, rispondo: "Si, sono io" - "e le renne dove sono ?" - "sono là" (in indico un cespuglio poco lontano) - "non le vedo" - "guarda bene, non le vedi ?" - "no" - (Io rivolto alla madre) "è stata buona ? le devo portare i doni a Natale ?" - "Si certo !" (faccio finta di tirare fuori, con gran fatica, da una tasca del giaccone un enorme quaderno, lo sfoglio e poi inizio a scrivere nell'aria) - "che fai ?" - "scrivo il tuo nome nel mio quaderno, così a Natale mi ricordo di portarti i doni; ti piace il mio quaderno ?" (silenzio) - "Lo vedi ?" - "No"
    La bimba ha contraddetto per ben due volte, in pochi minuti, la massima autorità del suo mondo: Babbo Natale !
    Qualche giorno dopo, sono con mia moglie in un negozio di vestiario femminile; vedo una camicetta che mi piace, penso di proporla a mia moglie; me la faccio prendere dalla commessa e la sollevo aperta per esaminarla meglio; un tizia mi guarda e mi dice:"E' da donna !" e io di rimando "Ma io sono una donna !" (ricordatevi che assomiglio a Babbo Natale) e lei imbarazzatissima "Oh mi scusi, mi scusi" sto per sbottare a ridere, poi decido di rincarare la dose "Anche se ho la barba ho miei ammiratori ! Sa'" La tizia è sempre più imbarazzata, non sa che dire, crede di avere offeso un/a qualche lgbt+ ; purtroppo a quel punto è arrivata mia moglie che mi ha rovinato il divertimento "Non gli dia detta, scherza..."

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    1. La nuova vacca sacra in giro per Nuova Delhi: la donna barbuta.

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  6. Il digitale quale espropriazione metafisica... difficilmente saprei trovare una definizione più azzeccata. Circa quindici anni fa avevo cominciato a realizzare la trappola telematica, di come lentamente stava risucchiando l'esistenza sociale delle persone fino al farli vivere dentro un surrogato della stessa. L'underground per esempio sarebbe diventato un qualcosa alla luce del sole e avrebbe cessato di esistere: la condivisione di massa lo ridusse a una delle innumerevoli tranche del catalogo generale che fa sprofondare ogni identità nell'indifferenziato. L'uomo, come dovrebbe essere ovvio, ha bisogno di atmosfera, di fisicità, di informazioni tramandate sul piano interpersonale che segnino il sorgere spontaneo di una mitologia sana in seno a un gruppo o una comunità. Il mondo cibernetico invece è ad atmosfera zero, decontestualizza perché svilisce l'azione ancorandola a dei non-luoghi col risultato di assorbire il reale per restituirlo sotto forma di apatia. Il grande salto di qualità venne fatto coi social che segnarono l'avvento della dopamina dei like e degli “utenti-vetrina” in esposizione a mo' di prostitute da bordello olandese. Ora Zuckerberg spinge sul metaverso, la nuova frontiera della demenza per aggiungere allo sfasamento cognitivo anche quello sensoriale. Esseri senza stimoli, senza più una vita sociale che si possa definir tale a cui danno come palliativo un mondo alternativo fumoso che li scollega mentalmente dallo stesso luogo fisico in cui effettivamente si trovano. E alternativo a cosa? A quello reale non pervenuto? Peggio di vivere in coma...
    Quando provo a immaginare il futuro non riesco a vedere niente di troppo diverso dal nostro presente: città ridotte a necropoli dove esseri isolati trascorrono giorni tutti uguali sprofondando in stato di narcosi perenne per non guardare in volto l'orrore del vuoto che li attanaglia. E la morte? Perché fare ancora cerimonie, e per cosa poi... basterà ridurla ad una notifica sul social, giusto per avvisare gli amici farlocchi. Gli arriverà lì in mezzo tra quella sulla pubblicazione del nuovo video del gattino e la richiesta di amicizia del troll pacifista di turno che manda virus in rete. Poi col cadavere ci faranno un eco-balla salvaspazio sempre se non finiremo per davvero nutrendoci di soylent green (il ché tra finanze ridotte all'osso e l'eventualità di un constante aumento dei prezzi non mi sento di escluderlo).

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    1. Ammesso che se ne accorga qualcuno che tu crepi nel cubicolo.

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  7. Quattro giorni fa a Garbatella: salsamenteria; anch'io ho avuto una vertigine. Sotto l'insegna, dipinta sul muro e sbiadita, non c'era più nulla.
    Belle riflessioni Alceste.
    Il "NO" effettivamente è l'unica via da coltivare.

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  8. A pensar male: anche il recente caso giudiziario del ragazzo assolto per aver ucciso il padre violento, in difesa della madre, sembra orchestrato ad arte per consolidare l'uccisione del padre in quanto tale.

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  9. Intanto in città si rivedono le file per il pane, non in qualche periferia degradata, ma proprio in un'arteria del centro, una delle più rinomate. Sarà per le regole anticovid, ma almeno quindici persone, con africano di complemento, tutti in religioso silenzio, mentre si aspetta il turno per entrare nell'ambito forno della zona " bene" dove per 10 euri ti danno un chilo di pane, pizzette o focacce, che qualche anno fa ti portavi a casa con due euro. Insomma, chi vuole il pane buono, deve fare la fila, altrimenti c'è sempre l'eurospin per i poveracci!
    Noto una divisione in classe anche per il cibo, una volta roccaforte della tradizione. La discesa agli inferi della classe media si rileva soprattutto nelle scelte culinarie, sempre più piatti dozzinali, finti etnici da quattro soldi. Una volta al mese potevi portare la famiglia in trattoria,con antipasti, primi e secondi dolci e frutta, oggi bene che vada porti i bimbi al Mc. Quello che più colpisce, dopo due anni di " emergenza " è come abbiano distrutto i riti più antichi della normale famiglia italiana, per rimpiazzare il tutto con , boh! Nessuno lo sa.
    Antonio

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Siate gentili ...