mercoledì 19 maggio 2021

Scarabocchi (liberarsi della democrazia)

Roberto Crippa, Spirali

Unreal City, 19 maggio 2021

Le mollezze del consumismo sono degenerate nella perversione dei diritti civili estremi. Ma ora il Potere decreta la fine del consumismo e il ritorno alle durezze del vivere.
Questo recherà nei prossimi decenni all'amara verità: quei diritti mai furono progresso, bensì mezzo per toglierci tutto.
E così avremo i sommersi e i salvati; e i Signori.
A guardare indietro, ammesso che ci sia ancora memoria di questi giorni infernali, spariti i negri, i migranti, i trans, gli eco-frindly, i vaccini e i matrimoni gay dalle premure del vivere quotidiano, i negri i migranti i trans, gli eco-friendly, i vaccinati e gli sposini gay occuperanno le 24 ore giornaliere, assieme alla residuale popolazione italiana, a procurarsi le barrette energetiche e il rinnovo delle credenziali per l’olovisore, guardandosi di sbieco gli uni con gli altri.
Dimenticati i sacri furori del politicamente corretto, le ex minoranze calpestate ed eroicizzate si ritroveranno a far comunella con gli odiati Norm alla ricerca spasmodica di torroncini eco-proteici ad alto valore nutritivo e dei crediti per il panopticon iperconnesso: null’altro. Ottenuta quella bengodi, il frettoloso rinculare nei cubicoli puzzolenti e freddi, sotto uniformi cieli di piombo: lì attendono, infatti, le dolcissime spire del letargo mensile.

Ricomincia, stanchissimo, il circo su Marine Le Pen.
I Le Pen hanno accentrato e disattivato le potenziali forze reazionarie per decenni. E ora, dopo la disillusione, si cade ancora nel trabocchetto. Non vedete che è un inganno? Rimarrà un inganno persino quando la Signora, normalizzata fino alla stasi, vincerà: il suo incarico, in quel frangente, sarà di mantenere le conquiste PolCor simulando un’intensa attività controrivoluzionaria: alla fine della fiera del tutto inesistente. Ma l’elettore occidentale è così. Il voto, quale unico mezzo per mutare le proprie sorti, gli è entrato nel sangue come il peggior virus e non esiste vaccino in grado di debellarlo. La considerazione che le migliori conquiste sociali siano state ottenute sul filo della violenza lo lascia indifferente.

Una buona definizione di Dio è in realtà un’intuizione che lascia presagire qualcosa di talmente immenso da sconcertare.
È mutuata da Jorge Luis Borges. L’ho già proposta.
Chi è Dio?
Supponiamo di essere in un preciso momento storico, individuato nel tempo, fra i miliardi di eventi che si sono succeduti nella meschina storia umana. Siamo nel 321 a.C. e i Sanniti Caudini hanno ristretto le legioni romane entro una gola nei pressi di Forculum. Impotenti, onde evitare un massacro, le legioni si arrendono senza combattere. Ogni romano, dal soldato al comandante, sfilerà seminudo e irriso sotto il giogo. Quanti testimoni ci sono di questa resa? Forse diecimila. Non solo Dio conosce immediatamente, senza elaborazioni razionali, queste diecimila testimonianze; Egli sa, immediatamente, il destino di questi diecimila, i loro pensieri reconditi o veri; e il cammino di ognuno, poi, cioè l’itinerario vertiginoso disegnato dai passi di ognuno di loro durante la vita che, combinato con quello di tutti gli altri 9999, forma un labirinto inestricabile, di stupefacente e ineffabile complessità: eppure anche tale groviglio spazio-temporale è presente nella Sua mente, vivido, netto, di luminosa evidenza. E così è per gli animali che erano nei pressi quella rovinosa disfatta, cervi, volpi, cinghiali. E per gli uccelli. I corvi. Le migliaia di corvi alle Forche Caudine, coi loro giri celestiali, intrecciati gli uni agli altri, durante la loro esistenza di corvo, tutte quelle traiettorie  e risalite ed esitazioni, sono un disegno di chiarissima e indubitabile realtà nella mente divina. Non una particola di ciò che è accaduto o di ciò che originarono i personaggi di quegli accadimenti è andata perduta: essa sta, da sempre e per sempre, pienamente concepibile, di accecante chiarezza e attuale comprensibilità.
Un trascurabile fatto in un trascurabile lasso di tempo in una porzione di universo talmente trascurabile da indulgere verso l’irrilevanza. E però è eterna, netta, come i volgimenti dei cieli più estremi e Le è stato riservato un proprio posto, nella Totalità.

La coppia narcissica Borghi-Bagnai è al lumicino.
Bagnai, applaudito dal miccame antieuropeista, ha messo su due occhioni da calamaro. Non ci risparmia, a volte, schizzi atrabiliari: il volto tradisce tuttavia l'interno scoramento. Egli ormai recita svogliatamente; solo l’incrollabile prosopopea ne sostiene le residue battute. Forse un po’ ci ha creduto? Chissà.
L'altro eroe, tale Borghi Aquilini, è fatto di una pasta più sarcastica e sprezzante.

Dall'alto dei suoi vaticini alle vongole (“L'euro è un morto che cammina”, 16 maggio 2014), ancora gioca con l’elettorato di riferimento come fa un gatto col gomitolo. A tal uopo esibisce una serie di bolsi quanto efficaci trucchi retorici: ritirate nel silenzio, finte incomprensioni, finte inalberature, ostentazioni di classe (“Io non ho problemi perché ho un sacco di case, ma voi?”, un vezzo, questo, cui non era esente il Bagnai che, onde dimostrare squilibri e asimmetrie al volgo sbalordito, organizzò una novelletta attorno al proprio macchinone tedesco), affondi polemici, espettorazioni da realpolitik (“Ma lo sa Lei cos’è un decreto legge?”), prestidigitazioni (“Non ho mai detto ciò, anzi, il suo contrario; non ho mai detto il contrario, ma ciò che sostengo da anni”) a sgomentare le povere anime digitali che si ostinano a cercare un confronto con l’ex eroe. Ma c’è poco da confrontarsi. Si tratta del consueto vicolo cieco, sterile e parolaio, in cui ci si è andati a infilare. E perché? Perché alla radice l’Italiano è malato: malato di democrazia. Liberarci della democrazia pare facile, in teoria, ma risulta quasi impossibile in pratica. Nonostante l’evidenza, infatti, alcune tare psicologiche costringono l’Italiano a recarsi regolarmente presso strutture fatiscenti in legno per apporre una croce da analfabeta.

Riflettere è facile: la democrazia è durata, forse, dieci anni, nel dopoguerra; la democrazia non è mai il riflesso di una scelta popolare; la democrazia e la vera libertà sono, quasi sempre, in opposizione; la democrazia degli ultimi trent’anni non è stata che il formale e inutile timbro su decisioni già prese et cetera.
Nella pratica, tuttavia, il martellamento d’una vita si fa sentire. La maggioranza oceanica degli Italiani, a esempio, ancora crede che se cinque elettori su dieci votano Caio, tre Sempronio, uno Tizio e un altro si astiene, la sera i TG nazionali daranno il seguente responso:
1.    Caio 50%
2.    Sempronio 30%
3.    Tizio 10%
4.    Astenuti 10%
A Roma (un ulteriore esempio, molto facile) stanno cominciando ad affluire i miliardi per il Giubileo 2025. Gran parte sono stati già assegnati. Non resta che eleggere un pupazzo che, dietro il paravento democratico, consenta l’equa distribuzione di appalti e mazzette. Eppure l’elettore democratico crede di decidere. Crede, cioè, che recandosi in luoghi luridi, come le attuali scuole italiane, in cui sono improvvisati dei loculi di legno fra i disegnini degli ex bambini italiani (una serie di fraudolente freddure politicamente corrette istigate da un corpo insegnanti neghittoso quanto complice), e dotandosi di una matita e di carte multicolori (equivalenti alle proverbiali perline date ai Bunga Bunga da parte di buontemponi inglesi o spagnoli), egli possa mettere nel sacco gli Imperi Locali del Malaffare, dai palazzinari al Vaticano ai partiti, tutti ghiotti di prebende, sinecure e consulenze per i loro rappresentanti marci e falsi sino al midollo.
L’Italiano, scettico di natura, quando arriva il tempo della matita copiativa, vien preso da sensi di colpa: e allora ricade nel gioco. Non lo scuote, in tale periodo, nemmeno la considerazione che Comuni, Province e Regioni sono ormai colonie di amanti e mignottoni; egli vota; la destra contro la sinistra, la sinistra contro la destra, i populisti contro gli europeisti, i più Europa contro i razzisti e via elencando. Tutti accomunati dal fallimento, dai tradimenti, dall’evidenza del ladrocinio o del più ignobile nepotismo. Ma se la rivelazione del Trota scuote il leghista sin nel profondo, ciò non toglie che il leghista ri-voterà la Lega poiché il Salvini, questo mediocre attore delle sedicenti destre, è sicuramente più sveglio del Bossi, usurato da anni di lotte; e una volta svanita l’illusione del Salvini sovranista (con la coppia testicolare antieuropeista a modellarne il credo accademico-strategico, da veri Richelieu), ciò non impedirà di votare la promessa futura, magari dopo esser passati chez Meloni quale passaggio intermedio per la purificazione.
La speranza si alterna alla delusione; la speranza si spegne nella delusione, ma la delusione fa balenare una nuova speranza. Intanto son passati quarant’anni  - quattro decenni in cui l’elettore è passato dalle foghe adolescenziali all’incanutimento ritrovandosi al Vicolo Stretto del Monopoli politico mentre il Potere è progredito indisturbato: al riparo delle baruffe chiozzotte sul profumo Dur, la secessione, i carri armati di latta, il finto processo al valoroso Ministro dell’Interno, i diamanti della Tanzania, le lauree albanesi.

Borghi Claudio è anche un cultore d’arte postmoderna. I suoi sdilinquimenti per le spirali di Roberto Crippa sono note. Ciò mi fa sospettare, unitamente all’atteggiamento da commediante canzonatorio nei riguardi della plebaglia che l’ha votato, una sua vasta scaturigine mediorientale. Le spirali, secondo Borghi, hanno una propria eleganza; le comprerà? Forse sì, il prezzo è accessibile, 15.000-20.000 euri, una mesata di sforzi alla Camera. Chissà per quali vie intestine il Crippa esercita un fascino nei riguardi del Secessionista Immaginario. Forse vi è una corrispondenza intima e formale con gli appunti presi dallo stesso sugli squilibri macroeconomici (mentre Bagnai li spiegava a Salvini)? A me lo scarabocchio di Crippa ha fatto venire in mente il volo di un corvo delle Forche Caudine; le traiettorie esistenziali di un solitario uccello del centro Italia nel 321 a.C.: un disegno che è parte infintesima della mente di Dio.
Ecco, fra me e Borghi esistono queste differenze. Ognuno, poi, è libero di scegliersi la forca che vuole.

Slavoj Žižek, filosofo à la page, scopre di sentirsi conservatore. A riprova che tali pensatori sono abili a rimestare la superficie della Sapienza senza mai affondare lo sguardo nel Terribile, ove si cela la natura del mondo (Physis kryptesthai philei). Regaliamo, quindi, a Žižek, grasso barbuto e trasandato, questa rivelazione (ch'egli non leggerà mai, ovviamente): l'essere umano è sempre conservatore. Egli necessariamente conserva; gli dei, sua Natura, del pari conservano, gelosamente.
Il mito di Prometeo è nato per questo, onde ammonire.
Per il suo atto dissacrante di prodigalità, Prometeo verrà condannato al supplizio della colonna, ove un'aquila avrà a straziargli il fegato, che ricresce regolarmente, a dilungare eternamente il dolore. Direbbe, uno come Žižek: il fuoco! Prometeo è un benefattore dell'umanità! Rispondo: egli fu un distruttore dell'umanità. La rivolta progressista e prometeica ebbe a sconvolgere un ordine accortamente distillato proprio per conservare l'uomo. Averlo infranto equivalse a perderlo.
I doni celano lame, quasi sempre.
Nel mito è custodita la dicotomia irriducibile tra conservazione e pensiero critico, già esaminata da Elémire Zolla.
La conservazione - simboleggiata dai tabù, dai divieti, dalla regola ferrea, dall’arte, dalla confraternita e dall’ordine cosmico - ci protegge dal ritorno alla poltigliosa pozza protozoica.
La contravvenzione alla regola, se assunta a sistema, ci avvia proprio a quel brodo indistinto sotto le insegne menzognere della luce contro le tenebre e l’oscurantismo.

Una montagna non si muove” dice il kagemusha, ombra del guerriero e del signore, nell’omonimo film di Kurosawa. Quando il giovane erede rinnegherà tale natura, attaccando di propria iniziativa il nemico, distruggerà il clan.
Mai muoversi. Conservare, rifinire, polire, tacere, insegnare cautamente. Questa è la vita.
La ferocia dei Custodi della Regola permetterà persino qualche accorta rivoluzione, a evitare la stagnazione. Ma che siano feroci, i Custodi.

L'Europa vuole annacquare il vino.
Il Vaticano, dal canto suo, si è già portato avanti nel reparto consustanziazione: eliminato del tutto il vino, ha varato una nuova linea alimentare: le particole al retrogusto di detergente antisettico.

Un tale, membro di un grottesco “Osservatorio dei Conti pubblici Italiani” nonché docente di Economia Politica presso l’Università Cattolica di Roma, si chiede ironicamente: “Le imprese programmano assunzioni per quasi 1 milione di posti di lavoro entro giugno, ma fanno fatica a trovare le competenze giuste … Ma a cosa deve servire la scuola? A produrre schiere di filosofi disoccupati? Monaci cluniacensi che riproducono all'infinito antiche pergamene?”.
Il refrain è sempre lo stesso.
Distruggere l’umanesimo.
Preparare tecnici ovvero cretini con la tastiera.
Un diciottenne dallo sguardo indipendente e la vasta curiosità per lo scibile umano, per loro, laici, cattolici o apostati che siano, pare un anacronismo.
Vogliono ingegneri loro, di quelli speciali, dal calibro monodimensionale, ottusi, con l’algoritmo nel taschino, la battuta pronta e il vaticinio immancabilmente sbagliato.
E tutto questo per cosa? Per trovare uno sbocco nel mondo del lavoro! Ovviamente in un mondo in cui il lavoro non ci sarà mai più. Un milione di posti di lavoro, addirittura, a replicare le fandonie del Signor Bonaventura da Arcore. Tutti dottorini sprint, alla Forrest Gump, scemotti informatici, mediconzoli, bioimbecilli, illuministi sociopatici. Per il bene dell’umanità: crollano i ponti, l’umanità regredisce, la stupidità dilaga, ma la luce del progresso illumina le fronti.
Quando ingegneri e medici uscivano dal classico imbevuti di Livio e Tucidide, si andava prossimi al Premio Nobel; ora i nostri intellettuali di punta consistono in un drogato e in un travestito.
Chissà cosa penserebbero di tale rovina l’ingegner Carlo Emilio Gadda o il chimico e fisico sperimentale Primo Levi.

Se mi dovessero chiedere: "Dopo sette anni che scrivi qual è il succo dei tuoi panegirici?", non avrei difficoltà a rispondere: "Siate qualcosa". Essere qualcosa, un essere umano strutturato in accordo a pensieri, e azioni coerenti con tali pensieri, del tutto irremovibile all'idea di mutarli poiché radicati in una fede - questo dovrei esser io, o mi illudo d’esser io - in un guscio di noce. Non importa che il pensiero e l'azione siano in un tal modo invece che in un altro; l'importante è la coerenza interna e la solidità della fede. Si potrà essere anacronistici, urtanti, retrogradi, ma credetemi: gli unici momenti in cui il Potere vacilla è questo. Perché?
Perché esseri umani di tal fatta non hanno opinioni che si scontrano con altre opinioni: sono loro stessi i latori di un’idea inscalfibile.
La differenza è talmente grande da risultare abissale.
Questi Esseri non possono confutarsi, solo eliminare.
Proprio qui, peraltro, e lo ridico sino allo sfinimento e a fronte di un vostro giustificato moto di noia, si rileva il fallimento della controinformazione - fallimento totale, definitivo, da Forche Caudine. La controinformazione continua a propalare opinioni. Opinioni contrarie, talvolta sensate, talvolta in buona fede, ma opinioni: banderuole che non hanno il minimo fascino né la più pallida probabilità di imporsi all'uditorio. Dire giallo contro chi dichiara azzurro, soprattutto in un mondo ormai basato sull'infotainment più crasso, espone necessariamente alla sconfitta (per mancanza di mezzi, mestiere et cetera). Vivere, invece, secondo un’idea millenaria, incarnarsi in essa, mutarsi lentamente proprio per l’adesione cieca ... questo significa iniziare a vincere. Se tale sono, hanno un bel da dichiarare gli omuncoli dall'altra parte: tu sbagli! Perché io esisto, esibisco un’esistenza piena e coerente, nessuno può confutarmi. Il Potere può perseguitarmi, imprigionarmi, uccidermi, ma non negare l'intima razionalità di ciò che sono. Di conseguenza le mie non saranno opinioni, opinioni fra opinioni, perse nel marasma del web, ma dichiarazioni viventi di guerra.

Il nostro maggior nemico è la comodità. Il detto per aspera ad astra parla chiaro. Occorre entrare per la porta stretta, traverso la cruna dell'ago, sapere quanto sa di sale lo pane altrui; venerare l'impervio, aborrire la lectio facilior. Solo a tale prezzo saremo qualcosa; in cambio avremo tutto.

Un gruppo di ricercatori sta sperimentando una nuova tecnica per la somministrazione di ossigeno per via anale, che potrebbe salvare vite.
L'articolo completo (Un nuovo modo di respirare, col retto) potete compulsarlo qui: https://www.ilpost.it/2021/05/17/ossigeno-retto/. Appartiene al genere "Laputa" (l'isola di Laputa
nei Gulliver's travels è la terra degli scienziati che ambiscono d’estrarre raggi solari dai cetrioli). Inutile trovare qui logica o rispondenze scientifiche. Si tratta del consueto ballon d'essai: l'accenno al "salvare vite", sempre caro ai nichilisti d'ogni epoca, parla chiaro, fin da subito.
Volevo modestamente annotare questo debordante interesse del Potere per l'orifizio anale, sin a un secolo fa trattato, da par suo, come esclusivo e ributtante transito per la deiezione. Le “trou du cul” comincia a imporsi con l’illuminista e materialista Sade, prosegue con i decadenti (i sonetti di Rimbaud: “Oscuro e increspato come un garofano violetto/respira, umilmente rannicchiato nel muschio/
ancora umido d'amore che segue il clivo dolce/delle bianche chiappe fino al cuore dell'orlo
”) sin a raggiungere un ruolo centrale con la razzumaglia viennese. Entrambi invertiti: sessualmente i poeti in disfacimento anticlassico, ideologicamente i viennesi, quasi tutti Ebrei al contrario: è ciò non fa sorpresa. Le due guerre mondiali, in effetti, distolsero un pocolino l'attenzione dal culo per riporla su altre emergenze, assai più stringenti (le durezze del vivere di cui sopra). Appena il ciarpame psicologista, però, ebbe un minuto di tempo libero, l’operazione riemerse in tutta la sua centralità: da Mieli alle accozzaglie francesi sessantottine è tutto un friccico anale.
A che pro?
La storia è sempre la stessa: l'inversione. Trascuriamo, per il momento, il bacio del sabba, apposto proprio all'orifizio diabolico: lì vige un senso cioè la cieca obbedienza alle forze del contrario, ma qui?
Qui si anela, come detto, un mondo al contrario.
La sottomissione e l'umiliazione entrano nella spiegazione, ma non spiegano tutto. La meta è la sconsacrazione di un tabù; la sconsacrazione ha come fine l'inabitabilità del luogo una volta sacro e l'entrata in un mondo nuovo predisposto per l'occasione: anonimo, asettico, alieno.
Sconsacrare una chiesa e riadattarla a centro vaccinale: medesima operazione.
Altro esempio: l'umiliazione dei Romani sotto il giogo sannitico alle Forche Caudine.
La più grande disfatta dei Romani, militare e psicologica, non fu una battaglia bensì l'esatto opposto: la negazione dello scontro. Intrappolati in una gola, resi inermi, i Romani pagarono la salvezza con la spoliazione delle proprie armi, la sottomissione a quelle altrui (le tre lance sotto cui piegarsi) e l'umiliazione fisica totale. Chi osava ribellarsi al giogo o al dileggio veniva ferito o ucciso; molti legionari, è assai probabile, subirono sodomizzazioni e oltraggi sessuali.
L'ordine sacro del corpo, insomma, venne invertito tanto da originare la sconsacrazione massima. Per tale motivo i sopravvissuti non poterono rientrare in Roma che, invece, era  il territorio sacro per eccellenza, delimitato da mura sante. Il disonore si propagò nei secoli, ben oltre Canne e i massacri di Arminio.
Quei soldati non erano più degni dell'ordine romano.
A loro non restava che suicidarsi o accettare un Nuovo Ordine che, allora, però, non era possibile.
Oggi, invece, un Nuovo Ordine è possibile. La bocca, imbavagliata e come espunta dalla considerazione della totalità umana, è accusata di diffondere morbi e sozzure; infatti cede il posto alla seconda bocca, l'ano, in un'inversione totale della sacertà del corpo.
La bocca perde il ruolo centrale; e con lei il bacio, il sorriso, il ghigno, la parola; ovvero l’amore, l’aggressività, la polisemia dell’espressione, l’eloquio e la polisemia del verbo. A favore del putridume.
Sono, ovviamente, fucilazioni simboliche, che hanno il pregio, per il Potere, di sovvertire gli ultimi bricioli di razionalità donati dagli antichi fortilizi.
Un uomo al contrario, crocifisso alla stella a cinque punte massonica, a testa in giù, non è più un uomo: somiglia a quelle tenie palindrome predisposte a una vita da parassiti totali.

Ci avviamo a conoscere gli Ultimi Giorni. Dopo questi altri ne verranno, ma saranno anonimi ed eguali gli uni agli altri, in una teoria infinita e implacabile. Si conoscerà, allora, il terrore di quella frase: "I have measured my life with coffee spoons".
 
E così il professor Marco Gervasoni è sotto schiaffo.
Dovete scusarmi, ma sono alquanto restio a riconoscergli il nimbo del martire.
Cane non mangia cane è l'unica legge davvero rispettata dalle procure della repubblica. Nonostante gli strepiti che hanno invaso la miccosfera, Salvini l'ha fatta franca. Gervasoni, devoto a Giorgia Meloni, la sfangherà. Mi sorprenderei del contrario.
Un professore che segue i sondaggi e si compiace del sorpasso di Fratelli d'Italia ai danni di PD e M5S è men che innocuo.
Le sue giaculatorie contro la Segre, d’altra parte, acqua fresca (una sorta di Cafonal antisemita).
Sospetto ch’egli non sia altro che un addestratore di pulci digitali, come Bagnai e compagnia. La riprova? L'attacco all'Islam, e i panegirici sull’Islam cattivo, terrorista e antioccidentale, ritenuto addirittura un pericoloso virus. Covid e Islam; Biden, Bush e Kamala la pensano allo stesso modo.
Si tratta  di un amabile giocoliere che illude l'elettorato di destra con calembour e inni alla Fallaci; un globalista occulto, non a caso  difeso da Piero Sansonetti, che risucchia le potenziali forze eversive per disperderle in un terreno sterile.

Ma, insomma, mi direte, ma tu cosa vuoi? Quale sarebbe il tuo ideale di Waldgang, di Ribelle?
Come detto, colui che è qualcosa, foss'anche il più irriducibile dei miei nemici.
L'Islam, se verace, lo ammiro. Per questo ho sempre disprezzato le coorti anti-Islam, di destra, di centro e di sinistra. L’Islam dovrebbe essere al nostro fianco altro che scontro di civiltà.
Un Lubavitcher lo ammiro: è qualcosa.
Un Armeno lo ammiro: è qualcosa.
I Sudra indiani li ammiro: sono qualcosa.
Un Negro d'Africa lo ammiro: è qualcosa.
Ciò non significa che condivida la loro civiltà o che voglia farmeli amici.
Gli riconosco, però, un'identità e li gratifico del mio esser altro – un dono, che cela lame, e che include l’omaggio morale più alto, la simbiosi, lo scontro e persino l’ansia di sterminio. 
In ciò consiste l’unica diversità che arricchisce.
Tale etica dona un senso nuovo alla frase: "Ama il nemico tuo come te stesso", altrimenti dolciastra e improbabile.

La Segre, a esempio, non è Ebrea. È una ricca signora, che ha certamente patito, eppure la ritrovo simile a tutti gli altri, una complice del Nuovo Ordine. Non è qualcosa. A Gervasoni, che finge di attaccarla, lei potrebbe opporre un rivelatore: “You! hypocrite! - mon semblable, - mon frère!”.

Sentir parlare inglese mi disgusta.
Odio anche i barbarismi, i neologismi da battuta, le coprolalie.
Anche i gendarmi mi danno sui nervi.
La vista di un posto di blocco, la retorica del carabiniere, le fanfare interessate sul senso del dovere quando nella realtà si esercita nient'altro che repressione ben pagata ai danni di chi si dovrebbe difendere - tutto questo dà il voltastomaco.

Alle porte d'un affollato Municipio romano, ore 08.00, si è già creata una sostanziosa folla di servi della gleba, venti-trenta kulaki postindustriali.
Se fosse presente Gabriele D'Annunzio riscriverebbe la scena de Il trionfo della morte, ormai inadeguata nella suggestione dell'orrore fisico.
Qui si danno convegno i nuovi poveri e gli imminenti poverissimi - l'anarchico Lumpenproletariat che sta lentamente saturando i suburbi metropolitani.
Senza identità e patria, impermeabili al ragionamento più elementare, perduti.
Filippini, bengalesi, senegalesi, sudamericani e italiani di risulta si miscelano in un melting pot infernale. Se i meteci, più giovani, hanno ancora in corpo la vitalità, e un senso per la giustizia non oscurato dalle fandonie virtuali, sono gli Italiani a inscenare lo spettacolo più pietoso.
Vecchi dalla dentatura sconnessa e macchiata, vestiti alla rinfusa, con pezzacce scolorite e stoffe infeltrite; uomini di mezza età, già sfatti e rugosi, i capelli scomposti, umidicci, segnati da una barba negligente e pidocchiosa; donnette da poco, lo sguardo rassegnato e pauroso; energumeni sgraziati come Margutte, ragazzette inguainate come mignotte da bar.
Alle 08.31 una funzionaria apre le porte e gela le turbe: il sistema non funziona, i PC sono bloccati. Il mormorio di disappunto è sommesso e prelude all'assalto scomposto.
Si levan da subito le prime lagne scomposte: “Ma io devo fare ... non si potrebbe fare ... e il ritiro? Sono venuta ieri e mi hanno detto di venire oggi ... perso giornata di lavoro ... solo il ritiro, solo il ritiro!”. Salta la fragile gerarchia degli appuntamenti, sale il vittimismo, ultimo rifugio delle canaglie: “Mio figlio ... mia figlia ... la zia ...”. Un'anziana piange, letteralmente, implora pietà. Inutile ricordarle che i computer non hanno pietà, le fanno male le gambe, poi le ginocchia, si piega dolorosa. La tizia del Comune non sa che pesci pigliare, chiama il collega scafato: lunghi capelli brizzolati e unticci, magre braccia tatuate che traspaiono da mezze maniche fantasia, cigarillo spento da subcomandante all'angolo della bocca, scarpe scalcagnate, jeans. Fra le mani torce qualche foglio, parte dattiloscritto parte bruttato a penna: è lì da una vita, è abituato alle lamentazioni dei sudditi, urlacchia la suddivisione delle file: a destra le carte identitarie, a sinistra i ritiri; il terzo mucchio di carne sta per varie ed eventuali.
Frattanto arrivano alla chetichella altri mostri, uno slavo sproporzionato dai capelli fulvi, un padre con la figlioletta quattreenne, già con la faccia da idiota, più una combriccola di pregiudicati: lui, due lacrime tatuate all'angolo dell'occhio destro, basso, querulo, insinuante; la di lui suocera o quel che è, una negra in ciabatte e occhio sbarrato, forse non ancora ripresasi dal fuso orario del trasbordo di cività; la di lei figlia - e compagna del Nostro - affetta da coprolalia continua e strascicata: dapprima pretende spiegazioni, arrogante, poi bofonchia, quindi prende a insultare l'universo: “Che vonno, la mancia? Nun ce possono trattà così ... fatte sentì, amò, sennò ce stamo fino a domattina ...”. E lui, fingendo di rabbonirla, ma in realtà godendo a eccitarla: “Bona, amò, che adesso se sblocca ... annamo a parlà co’ a dirigente … c’avemo la precedenza per la disabilità …”. E lei “Ma che adesso e adesso, questi vonno un paio de scudi … so’ tutti corrotti, ma che nun lo vedi … o ce sbrigamo o annamosene, che ce dovemo fà giorno? …”.
La guardia giurata, inflessibile con la mandria, stenta a rintuzzare le accuse sanguinose. I due se la spassano. Nell’ultimo anno han perso sei o sette volte la carta di identità … si sospetta un mercimonio di documenti. Intanto la madre assiste: sembra un totem congolese.
Lungo la scalinata d’accesso s’accende una minuscola baruffa le cui scintille, però, hanno il torto di incendiare i covoni di paglia circostanti; fra essi spicca un vecchio dagli occhi cisposi, ricco di un pericolante deambulatore, riflesso ignominioso di un welfare allo sfacelo: “Almeno mettete qualche sedia! Ma che devo sopportà, devo morì?”, biascica tra le salive il prossimo defunto.
I comunardi, capita l’antifona, ordinano all’interno qualche sedia. Ne arrivano un paio, da gelato Toseroni, acchiappate chissà in quale scantinato, lerce il giusto. Alle 09.30 siamo in settanta. Le file, sempre più sfilacciate, ondeggiano nell’anarchia da indignazione spicciola. Alle 09.47 discende, fremente per il cappuccino di traverso, la responsabile apicale: jeans sdruciti che scoprono la caviglia inchiostrata da una garrula violetta, zattere numero trentacinque, bernardoni dilaganti con finti Swarovski e ciuffo ossigenato, la nostra recapita al gendarme privato un paio di ordini secchi e ineludibili, indi minaccia addirittura l’intervento del babau maximo, i carabinieri, nonchè l'interruzione del pubblico servizio a causa di “problematiche di ordine pubblico”. Le turbe, però, la assediano da vicino. Mani che stringono inutili brogliacci impetrano, levate, il cielo innocente; il brusio s’indurisce a minaccia, insulti anonimi contro l’apparatčik inetto e indolente vengono estroflessi dalla calca ruggente. Si fanno entrare una decina di gaglioffi vocianti, a casaccio, giusto per sfogare il tumulto così come si trapana un povero cranio, ad allentare la pressione arteriosa.
Alle 10.15 l'astuzia luciferina dei burocrati: gira la voce, falsa, che il sistema ha ripreso a borbottare. Non è vero, ma gli animi si rasserenano.
Da parte mia, in disparte, mi limito a risolvere un vecchio rebus di Orofilo. Ogni tanto mi diverto a esacerbare gli animi dei nuovi arrivati esponendo, plumbeo, il disastro organizzativo. In realtà non sono io che parlo, ma il demone della derisione che mi ha posseduto. Come spesso accade, quando sono presente in tali frangenti, un'Entità ama usarmi quale trasformatore elettrico: la commedia di bassa lega, insomma, ha da degenerare in farsa fescennina: i demoni che sovraintendono ai bassi livelli dell’esistenza amano trastullarsi in tal modo. Non sono io che parlo, ma un medium del cachinno.
E così va. Mercé un discorso incendiario sulla rovina della pubblica amministrazione italiana (di cui m'importa, poi, un fico secco), istigo infatti le coratelle civiche d'un poveretto appena sopraggiunto, che, lo apprenderemo in seguito, ha il difetto di chiamarsi Bromuro Giuseppe. Camicia vinaccia sbottonata su un petto asmatico, baffi asimmetrici, occhio insidiato dalla cataratta, Bromuro s’infoia progressivamente. Il pomo d’Adamo scende e risale al ritmo  dell’odio di classe, un tic nervoso segnala la quiete prima della tempesta.  Quando, verso le 11.20, il subcomandante Marcos annuncia seccamente che l’Hal 9000 comunale ha di nuovo i bruciori di stomaco, Bromuro scatta verso l’indispensabile fannullone guevarista con una veemenza insospettabile sino a pochi secondi prima: evidentemente l’istinto, lungamente represso, è passato dalla potenza all’atto. Mulinando le braccia come un podista della 50 Km., Bromuro risale a testa bassa la scalea della Potemkin comunarda sino a scontrarsi col subcomandante. La canea è breve e indescrivibile. Volano parole grosse. Intervengono, a sedare il breve scambio di montanti verbali, sia la prima funzionaria che la succitata Apicale, con le zattere infiammate per i contrattempi davvero spiacevoli che le riserva l’infernale giornata; tutto si predispone: “Lei chi è, lei chi è?”, si sgola l’Apicale. “Sono uno che dovete servire, subito! Subito!”, fa lo spartachista novello. E la zatteruta: “Ma chi è? Chi è? Voglio sapere lei chi è!”, mentre arrota il velopendulo, le gote arrossate, indicando il fogliaccio butterato di segni a penna. “Bromuro Giuseppe!”. “Allora Bromuro, intanto si calmi … si calmi! O chiamo i carabinieri!”.
Alle 11.57 in punto è finalmente convocato anche Alceste.
Allo sportello mi accoglie una piacente impiegata; la maschera sbarazzina ne esalta gli occhioni da Pocahontas. Fruga un poco con le mie carte, poi osserva, attentamente, per qualche secondo, la mano destra. “C’è un problema”, mi dice. Taccio. “Anitaaa …!”. Anita, una giovane culona dall’andatura da oca ottuagenaria, si affianca e sbroglia il gliuommero: “Il sistema non lo prende perché … e allora tu fai così … no, non così, così … ecco, brava …”. Poi, come se il sottoscritto non esistesse, senza proferir parola, quasi fossero in contatto telepatico, mettono in parallelo le mani destre. Pocahontas rileva: “A me piace un tono più aranciato … quasi corallo …”. “Eh, sì”, fa l’altra. Intanto la pratica si acconcia a un positivo accouchement. Un paio di click mi rigettano dalla parte della rettitudine burocratica: ora, con tanto di bollo a certificarlo, riemergo dai boschi dell'ostracismo. Dato che ci sto, a parziale risarcimento delle quattro ore, pur senza speranza, mi fingo John Smith: “Mi scusi, ma non ci siamo già visti da qualche parte?”. Pocahontas non se l’aspetta, alza la testa come le avessero infilato un cubetto di ghiaccio nella camiciola; poi riprende il controllo, a tagliare definitiva: “No, non mi pare”.

La freddura su Bromuro quanti l’hanno capita? Purtroppo i testimoni stanno morendo e non si rammenta più il bel tempo andato. Agli altri, prima che li censurino, non rimangono che i film con Nadia Cassini.

36 commenti :

  1. Bel pezzo. (Molto divertente la "freddura")

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    1. La realtà è che non ho più voglia di scrivere e fare niente.
      Depressione post pandemonium.

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    2. Ti capisco, sono in una fase analoga.

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  2. Caro Alceste si procede bovinamente e trionfalmente verso il mattatoio.
    La condizione di dissociazione mentale dei nostri contemporanei è oramai irreversibile.
    La china verso il grottesco, il ridicolo, il volgare, il perverso si fa ogni giorno più sconcertante.
    Mi rendo conto che questa umanità ha derogato su tutto; pensavamo che non avremo mai rinunciato a nulla, quando in realtà abbiamo rinunciato agli aspetti più importanti e fondanti dell'esistenza ovvero l'onore e la dignità.
    Un caro saluto

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    1. Certe volte esclamo come Macbeth: "Se tutto fosse fatto, una volta fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto presto" ... mi voglio liberare da questa agonia ... uno stillicidio di amarezze e trangugiamenti di bile. Ci simo venduti per tre denari, non trenta.

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  3. Ottimo, come sempre. La scenetta al Municipio mi ha ricordato un vecchio romanzo di Sorokin, intitolato “La coda”. Coda, o fila che dir si voglia: gloriosa istituzione sovietica, sganciata da qualunque contingenza o disservizio occasionale ed elevata a sistema. C’è sempre, per qualunque cosa. Se una causa di forza maggiore la disperde, si riforma appena possibile. In coda si fa di tutto, cioè si continua a vivere: qualcuno mangia, qualcuno dorme, qualcuno financo fotte, molti blaterano parole vacue, spesso monosillabiche. Nessuno sa che cosa alla fine riuscirà a ottenere, né se ci riuscirà. La coda è semplicemente «la vita stessa in forma più addensata, più concentrata, più esibita». Temo che ci dovremo abituare.

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    1. Sì, perché la coda, come tutto il digitale, fa perdere tempo, è inutile. Ho perso più tempo a ritrovare le password dello SPID che a scrivere il post. Presto, temo, il tempo della coda coinciderà proprio con l'esistenza stessa. In tal senso è assolutamente vero che la coda è la vita: una vita in coda, diciamo. Mezzo secolo fa si studiava o lavorava duramente per dieci ore, dodici ore, ma si trovava lo spazio per far figli, educarli, sposarsi, festeggiare, mangiare di gusto, andarsene al cinema, fare picnic, parlare. Oggi siamo in coda, sempre.
      Una coda predisposta per consumare i propri vaghi anni di esistenza in vita, e basta.

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    2. Sistema boh d'Identità Digitale.

      Una simpatica stringhetta alfanumerica da richiedere ai vari guardiani del cancello.
      All'improvviso scopri che ti serve, che tutto il sistema pubblico si sta schierando a testuggine per chiedertela.
      Ti affanni a cercare il modo più veloce per otternerla: le Poste! Il CAF! Il tabacchino! Si vocifera che un lontano zio ne abbia ancora una in soffitta perché fregava le provviste, era furiere sotto la leva.
      Parte una corsa che ricorda Rat Race, quel vecchio film citato anche nei Simpson.
      Ecco, dopo qualche giorno entri in possesso dello SPID, il figlioccio digitale del "foglio per dimostrare che tu sei tu", Aleph della burocrazia.

      Così hai in mano un appuntamento per i documenti, la domanda per un concorso. Ti scarichi pure la app, per terminare il pellegrinaggio in santa pace.

      Dopo il coito lo SPID sparisce dalla tua vita: ti dedichi a cose meno stupide e sfibranti.

      Passano due, tre mesi e ne hai di nuovo bisogno: scopri che è scaduto e va riattivato.
      Il soffocamento periodico come nuova fondazione del rapporto Stato-cittadino era fra noi da prima delle mascherine. A qualcuno dev'essere piaciuto il waterboarding di Guantanamo: del resto anche loro erano impiegati pubblici...

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    3. A che serve lo SPID? A tenerti sulle spine. Ci siamo capiti? A cosa serve il digitale se non a complicare oltre misura, a far perdere tempo, a renderci dipendenti da una burocrazia completamente inutile, ma pervasiva? Il solo codice fiscale permette a qualsiasi impiegato di accedere alla mia vita. E allora? Una questione di dominio basata sull'incertezza e la precarietà. Il cittadino è succube di una ragnatela inestricabile.

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    4. La burocrazia è l'assolutismo dell'insicurezza.

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  4. Silone diceva che fosse stato per lui avrebbe sempre riscritto lo stesso libro...in realtà hai solo levigato e conservato, e anzi penso che in questo scritto ci siano molti aspetti tuoi messi insieme.

    Sitka

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    1. Silone era uno scrittore, io forse sono solo ossessivo. L'unica mia scusante è che ciò che accade è sempre quello, eternamente quello.

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  5. Scriveva Aldous Huxley
    “La migliore fra le costituzioni, le migliori leggi preventive non gioveranno contro il sempre maggior incremento della sovrappopolazione e della superorganizzazione imposta dal crescere del numero e dal progresso della tecnologia. Le costituzioni non si abrogheranno e le buone leggi resteranno nel codice; ma tali forme liberali serviranno solo a mascherare e ad abbellire una sostanza profondamente illiberale. Sotto la spinta continua della sovrappopolazione e della superorganizzazione, crescendo l’efficacia dei mezzi per la manipolazione dei cervelli, le democrazie muteranno natura; le antiche forme, ormai strane, rimarranno: elezioni, Parlamenti, Corti supreme eccetera. Ma la sostanza, dietro di esse, sarà un nuovo tipo di totalitarismo non violento. Tutti i nomi tradizionali, tutti i vecchi slogan resteranno, esattamente com’erano ai bei tempi andati. Radio e giornali continueranno a parlare di democrazie di libertà, ma in senso strettamente Pickwickiano. Intanto l’oligarchia al potere, con la sua addestratissima Élite di soldati, poliziotti, fabbricanti del pensiero e manipolatori del cervello, manderà avanti lo spettacolo a suo piacere.”

    Sono perfettamente d’accordo con Alceste, votare non ha più nessun senso, così come non lo ha continuare a scambiarsi mere opinioni tra chi ha ormai chiara la situazione di pandemenza dilagante.
    Leggere Alceste però è di grande conforto ed è una dolce cura contro la depressione post pandemonium di cui siamo tutti affetti, quindi spero tanto che la voglia di scrivere resti sempre dentro al guscio di noce.

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    1. Anche il tuo commento è di gran conforto.
      E Huxley aveva ragione da vendere, ovvio.
      Resta da stabilire se a lui piacesse la distopia così attentamente profetizzata.

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  6. C'è un compiacimento che provo leggendo questo ultimo intervento che mi consola.
    Una dolce amarezza, una compassata malinconia, come osservare mentre spira santamente un proprio caro, mi riequilibra con quel che succede.

    L'impressione dominante è che il caro non sia, né stia, trapassando santamente, ma con orribili rantoli agogni ad altra vita; vita si infligge orrendamente da ormai anni: terribile da vedere, ancora più terribile pensarlo vivere ancora.

    Il futuro è pieno di possibilità, perfino dagli escrementi più mefitici nascono i fiori, qualcuno quasi cantava.

    Grazie

    Un Passante


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    1. Il futuro, caro mio, si sta restringendo. Questo il piano. Quale possibilità se l'uomo è ridotto a una tenia? Mangia, caca, forse dorme. La definizione delle culture permette lo scontro delle culture e la ricchezza. Qui siamo incamminati verso la poltiglia, ribattezzata progresso.

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  7. Mi sento chiamato in causa dai riferimenti alla coppia testicolare dietro Salvini. In ispecie quanto Alceste scrive riguardo a quello, tra i due carciofi, cucinato alla giudìa: Sed Vaste sarebbe stato fiero di leggerti.
    Anzi, se togliamo tuti i punti e le virgole questo pezzo avrebbe potuto essere scritto da lui, sinceri complimenti.
    Nonché il riferimento ai diversamente viennesi, sono letto, sono letto...

    A proposito di degrado, recentemente mi sono imbattuto nella recente serie tv poliziesca tedesca netflix "Babylon Berlin" ambientata nella repubblica di weimar, 1929 mi pare. Da anni evito come la peste tv o cinema usciti da obama in poi.
    L'eccezione che ho fatto per questa serie è venuta dalla curiosità di vedere l'esito mefitico dell'incontro tra il principale organo di propaganda scaturigine della fogna morale odierna, netflix, e la masochistica memoria collettiva tedesca riguardo a quegli anni.
    Direi che c'è di tutto: i comunisti sono ovunque, buoni e virtuosi hanno fattezze e comportamenti da centro sociale odierno, sono ubiqui, sembra la Berlino odierna; la polizia è apparentemente fedele al sistema che è parlamentare, e fino a qua potrebbe essere ambientata ai giorni nostri, solo che in costume.
    Dalla seconda stagione si riscontra finalmente un complotto dell'esercito, composto naturalmente da losche e fanatiche eminenze grigie, per rovesciare il governo, richiamare il Kaiser e refutare il trattato di Versailles. Tutte cose presentate come malvagissime: "dobbiamo salvare la democrazia! Questi delinquenti in uniforme vogliono abrogare il trattato di Versailles (che è un Trattato quindi è legale quindi chi lo infrange è un criminale, sembra essere la logica, senza considerare quanto stangoli la germania sotto i profili economico o politico)! che ovvove!" si sente esortare l'integerrimo procuratore diversamente germanico ai suoi, eroici quanto anacronistici (poliziotti prussiani ex-soldati in trincea, ci si figuri quanto favorevoli al patto di Versailles...) paladini della democrazia.
    Il tutto condito da copiose quantità di nudi ahimé ambosessi, spesso interagenti alla rinfusa, e di incomprensibili scene estremamente macabre, tipo scavi con rinvenimenti di cadaveri infestati di larve, e annessi ingrandimenti di svariati secondi a mostrare sciami larve che si arrampicano una sull'altra fuori da orbite oculari semi-decomposte.
    Vale la pena anche notare che un complotto del genere non sarebbe mai riuscito, visto che Francia e lega delle nazioni avrebbero immediatamente invaso la Germania, che era ristretta a un esercito per lo più simbolico, appena Guglielmo secondo avesse messo piede a Berlino e avessero dichiarato nullo il trattato di Versailles. L'ovvietà della cosa a me personalmente rende difficile la sospensione dell'incredulità... fa intuire il livello culturale del bersaglio di pubblico che ambiscono ad influenzare.
    Si trova facilmente su ww1 punto best-putlocker punto pw con sottotitoli inglesi, ma pare sia stata trasmessa anche in chiaro sulla rai in italia.

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    1. Se fumassi cinque pacchetti al giorno con venti merendine al cioccolato di soia transgenico ti faresti meno male.
      Netflix è come le foto semicancellate del Soviet, serve a far dimenticare persino il barlume della verità storica.

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    2. Si, qui si sono superati.
      Si sono infilati in un vicolo cieco, perché presentando i semplici conservatori come ultra-malvagi, se volessero includere i nazisti, che all'epoca cominciavano a entrare in parlamento dunque erano rilevantie la serie ne risente l'esclusione, dovrebbero mostrarli mentre, che sò, mangiano bambini a pranzo per far intuire il livello superiore di malvagità rispetto ai semplici reazionari.

      Sempre sul tema dei nazisti e di quanto il pericolo sia ritenuto attuale, rilevo che le pagine di wikipedia dei gerarchi presentano tutte la cruda foto dell'interessato reso cadavere, dopo l'esecuzione di Norimberga. Ecco qui la panoramica https://en.wikipedia.org/wiki/Nuremberg_executions .
      Quindi chiunque faccia una ricerca su uno di costoro (quindi un interessato -> un possibile simpatizzante, ma anche un bambino che fa una ricerca per la scuola) si ritrova l'immagine macabra del morto impiccato. Sarebbe stato possibile anche solo 10 anni fa, avrebbe passato il limite del cattivo gusto? Secondo me no, almeno non così, senza nemmeno un avviso "attenzione, seguono immagini forti".
      Per fare un raffronto, non c'è una foto del genere sulla pagina di Saddam Hussein, giustiziato in circostanze identiche (la foto presente, scattata + o - al momento della cattura, può essere ritenuta forte per l'aspetto trasandato del nostro, ma niente a che vedere con quelle di cui sopra):
      https://en.wikipedia.org/wiki/Saddam_Hussein
      https://en.wikipedia.org/wiki/Execution_of_Saddam_Hussein

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  8. Caro Alceste, ma se il consumismo edonista andava così bene per manipolarci e schiavizzarci, perchè di punto in bianco farci tornare alle durezze del vivere ? Mancanza di com quibus ?

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    1. Da lettore di "Tex" posso risponderti: il frigorifero della massaia di Voghera o la FIAT dell'impiegato di Lecce hanno assolto il compito dell'acqua di fuoco per gli Indiani Americani. Epatiti fulminanti, abbandono della gerarchia, sgretolamento interno: perdita del Centro o dell'Asse. Poi sono arrivate le malattie, la denatalità, la rassegnazione; quindi i lenti massacri.
      In un post ("Quando morirà l'ultimo Italiano") delineavo il futuro della massaia di Voghera e dell'impiegato di Lecce in parallelo con le tribù patagoniche descritte da Jean Raspail.

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  9. Sicuramente Barabba e tutti sapevate che il viennese che interpretava i sogni aveva il nipote di nome Edward Bernays e che propaganda ebbe un pronipote di nome Marc Bernays Randolph di netflix cofondatore ...potevamo vince la guerra...

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    1. Quando si dice: il genio del popolo ...
      Immaginate uno di questi parlare con Loenzin o Salvini: potevamo uscire dall'Euro?

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    2. Conoscevo Bernays dal documentario "Century of the self" di Adam Curtis, non sapevo però del nipote fondatore di Netflix. Giuseppe, perdona la mancanza di entusiasmo alla scoperta di questa "coincidenza", ma oramai da questo versante non mi stupisco più di nulla. Hanno come vera e propria missione intergenerazionale la liquefazione della società occidentale attraverso l'erosione prima morale, poi demografica della maggioranza etnica. Per andare avanti di generazione in generazione la faccenda deve avere un fondamento religioso, altrimenti è difficile che ogni nuova generazione si faccia carico delle responsabilità e i sacrifici lasciatele dalla vecchia, necessari per attuare il piano.
      La balcanizzazione deve procedere fino al punto di non solo metterli al sicuro come minoranza poco appariscente in confronto ad altre, ma probabilmente anche di rendere impossibile in futuro rivoluzioni che ne insidino la posizione apicale, tipo quelle, che li hanno così spaventati, tentate poco meno di un secolo fa nel bassopiano germano-sarmatico da un paio di energumeni baffuti. Rivoluzioni saranno impossibili per sopravvenuta manifesta incapacità intellettuale (selezione al contrario, meticciato) e decadenza morale delle maggioranze.
      Un giorno nessuno sarà più in grado di manutenere l'attuale tecnologia ed infrastruttura e l'attuale civiltà andrà in malora ovunque la minoranza poco appariscente di cui sopra riterrà di non intervenire.

      Il vero problema è che tutte queste sopra sono mie congetture basate su coincidenze o semplici anomalie: non è possibile presentare prove lampanti di una cospirazione che va avanti da secoli, a parte le dichiarazioni di noel ignatiev e barbara spectre, che però possono essere facilmente sminuite come i deliri di un paio di esaltati.

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    3. A latere: nella Tuscia sono provinciali purosangue (non c'è meticciato di certo), destrorsi e quasi fascisti, eppure risultano dei perfetti coglioni. A volte quando ci parlo sento la nostalgia dei piddini.
      Il problema è l'inesistenza della cultura italiana e gli sforzi fatti per ridurre a barzelletta quella residua.

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    4. saranno i classici burini, campano con le loro rendite agrarie, quello devono fare e quello fanno. D'altronde sono un continuum con i grossetani, che nell'immaginario collettivo toscano sono gli zotici ignoranti per eccellenza.
      Il loro collo di bottiglia evolutivo è quello contadino: saper pianificare le scorte alimentari a seconda delle previsioni sui raccolti, la salute degli animali, la piovosità e così via. Adattabili alla società industriale come manodopera laboriosa, geometri con sprezzo dei poeti, banchieri spilorci; alla società post-industriale odierna, non lo so. La chiusura mentale al nuovo, il territorialismo da campanile, la sorda ostilità allo straniero saranno spiegabili dal fatto che risalendo le generazioni si constaterà che in tutta la zona gli antenati di tutti i viventi sono spesso comuni: il loro ur-fascismo è manifestazione dell'istinto di preservazione della specie, del proprio clan.
      Gli intellettuali se li cerchi immagino li troverai a Viterbo, raggrumati attorno all'Università della Tuscia.

      Chiaramente, anche queste sopra sono tutte congetture non dimostrabili, ma sensate.

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  10. Io ho un debole per alcuni film degli anni '80, fondamentalmente perchè fanno parte della mia infanzia : Beverly Hills Cop, 48 Ore, Pericolosamente Insieme, Una donna in carrriera. Al di là della qualità intrinseca di questi titoli, spesso mediocre, nel guardarli oggi è incredibile lo zeitgeist di ottimismo nel quale erano immersi. Veramente, non sembrano passati 35 anni, sembrano passati 2 secoli da quei giorni !

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    1. https://www.youtube.com/watch?v=hxHrH8z2V90

      un minuto e mezzo della più suggestiva propaganda dell'ethos americano.
      Il video è insolitamente poco pacchiano considerando da dove proviene, e il celeste-grigio New York domina.
      Oggi non sarebbero in grado di riproporlo.

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    2. Com'erano belli gli anni '80 : i poliziotti cani sciolti, dai metodi spicci ma efficaci, le sparatorie con cadute al rallenty e vetrate rotte, musica hard rock e insegne al neon dappertutto. Con tutto questo ben di Dio, la trama veniva da sè : https://www.youtube.com/watch?v=q927uCs_xSw&t=121s

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  11. Gli anni ’80 furono qualificati dagli allocchi come “gli anni dell’apparenza”. Dico furono perché, avendo essi ormai assaggiato quelli dell’astinenza – scilicet: la stagione presente e viva (e il suon di lei, omologo allo sciacquone del cesso che s’ode a notte fonda negli internati, azionato da qualche prostatico) – sono assai meno inclini a toccare l’argomento. Senza, peraltro, che i suddetti allocchi abbiano mai saputo approfondire il concetto di “apparenza”, né chiarire (anche stentatamente, anche arrangiandosi con gesti e borborigmi) se per non essere “apparenti” si dovessero magari esibire le proprie entragne al modo di quegli scorticati che posano sulle tavole anatomiche di Casseri o di Vesalio... O cosa. L’apparenza risulta insomma categoria impervia per il babbeo, il quale vi ricorre tuttavia, denunciandola quale inganno d’Alcina, ogni volta che viene minchionato e gli necessita una giustificazione alla propria dabbenaggine. Ma un mondo privo di spessore come l’odierno non consente iato alcuno fra l’essere e l’apparire, che coincidono così grottescamente, senza neppure la pensosa eleganza degli scorticati di Vesalio. Tutto è precisamente ciò che sembra, soprattutto gli omuncoli che sentiamo ragliare da mane a sera. Non c’è trucco, non c’è inganno. Laddove si ravvisi una discrepanza, trattasi di ordinario ritardo mentale.
    Altra cosa gli anni ’80... Le apparenze, sì... Il loro azzardo, la loro vertigine...

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    1. Rispondo a te e a Karl.
      Proprio pochi minuti fa un'amica mi manda la pubblicità delle caramelle anni Ottanta Fruit Joy. "Guarda il mondo com'era bello, com'era normale! ...", mi dice.
      Io le rispondo: cara mia, ho rivalutato persino Walker Texas Ranger ... anche se Renegade mi sembra superiore ... Il cacciatore di taglie, un pizzico di ironia, la vendetta e l'ingiustizia, il solitario perseguitato, la bionda bonazza, la sfida fisica ... tutto è adamantino, sensato, rilassante. Rimpiangiamo a tal punto la nomalità da commuoverci quando la si rinviene sottesa a una goffa americanata. Tutto questo ci parla di un inferno in terra, del nichilismo sotto forma di quietismo, pacificazione, mansuetudine.

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    2. Sì, quel mondo aveva almeno uno spessore, una profondità, era un mondo multidimensionale (le dimensioni sono importanti). Non ne faccio neppure un problema di livello della produzione culturale, altrimenti la società ideale dovrebbe essere quella della servitù della gleba, che ha prodotto Puškin, Gogol’, Tolstoj, Dostoevskij... Dalle salpingi ubertose del progressismo nostrano è disceso invece Sandro Veronesi! Vedi un po’ tu.
      E adesso la nostalgia è denigrata come “retrotopia”, l’utopia rovesciata di chi idealizza (a torto) il passato perché teme (a torto) il futuro. Così Bauman, in un libercolo del 2017 irto di paralogismi, luoghi comuni o semplici cretinate, assai apprezzato però dai beoti. Fin dall’introduzione, il liquefattore si unisce a una certa Boym nel preconizzarre «un’epidemia globale di nostalgia». Lo dichiara per tre o quattro volte in poche pagine, con disappunto, affinché ce ne ricordiamo. Beh, l’epidemia globale c’è stata. Ma non era di nostalgia. Bravo Bauman! Ridicolizzato dagli eventi come una sardina qualunque...

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    3. Propongo un lampo d’italianità e di normalità, anche questo degli anni ’80:
      https://www.youtube.com/watch?v=jvCVno2_n_4
      Vorrei far notare come ad un’ora, quarantanove minuti e trentotto secondi, il protagonista dell’intervista demolisca – siamo nel 1988 – il polcor isterico nascente (modello meetoo e black lives matter). Sono sicuro che a parlare non sia tanto l’intervistato, ma lo spirito italico (e dunque europeo) più profondo, atavico.

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    4. Enrico:

      "I negretti d'Africa ...", strano che il CSC non abbia ancora atomizzato il filmato.

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    5. Saint Fond:

      Di questi filosofi à la page resterà cenere ...
      La nostalgia ben presto sarà debellata, come il Covid. Non ricordando nulla, l'homunculus avrà ben poco da rimpiangere. Tale mancanza si ripercuoterà, tuttavia, nell'animo ammalorando l'ex nostalgico con depressioni maniacali, ansie di suicidio, catotonia intelletuale e morale.

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  12. ... ha visto lei Alceste la storia di Dan-el Padilla Peralta, 'Professor of classics at Princeton'?
    "He wants to save Classics from Whiteness. Can the field survive?
    Dan-el Padilla Peralta thinks classicists should knock ancient Greece and Rome off their pedestal — even if that means destroying their discipline."

    Questo l'articolo, è una chicca
    https://www.nytimes.com/2021/02/02/magazine/classics-greece-rome-whiteness.html
    purtroppo l'accesso è a pagamento

    A latere c'è da notare come gli americani siano finalmente giunti all'accostamento diretto che tutti temevamo dovesse inevitabilemnte accadere: Latino (sudamericano) con Latin (latino degli antichi Romani):
    l'estensore di quest'altro articolo è Johan S. Martinez Arriaga, che è qualcuno che vediamo sogghignare come un demente nella seconda foto in
    https://www.exeter.edu/news/7-questions-classics-scholar-dan-el-padilla-peralta
    quindi mi pare di poter inferire che i sudamericani si iscrivano ai corsi di classici greco-romani perché hanno l'opinione che "Latin" gli appartenga come concetto.

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Siate gentili ...