giovedì 7 novembre 2019

Cristo per caso


Roma, 7 novembre 2019 

Ho sempre avuto in sospetto gli atei dichiarati e compiaciuti, io ateo.
Mi dan fastidio i tifosi; chi comprende la vastità del Tutto mai parteggia per qualcosa: comprende, invece.
O per meglio dire: ricomprende.
Fra i pochissimi autori che fan toccare vivamente tale sentimento vi sono Leon Bloy e Jorge Luis Borges. Il secondo sulle orme del primo.

Leon Bloy fu un reazionario, un cattolico, devoto alla Madonna de La Salette (La Salette-Fallavaux). Straniero in patria, straniero fra gli stessi cristiani.

La sua visione, apparentemente semplice, ha risvolti di terribile grandiosità. Anche qui, come per l’idealismo, valgono le famose parole: facile è afferrarne le premesse, vertiginoso e quasi impossibile calcolarne gli esiti e viverli, come fossero per noi operanti, ogni giorno.

In Bloy ho ritrovato il mistero della divinità, intatto.

La metafisica del Francese, come detto, è facile: qualsiasi atto o gesto o mozione dell’animo; gli animali, le pietre, le sfumature delle pietre (i milioni di sfumature di ogni singola pietra), le opere diuturne dell’uomo, le stelle, gli allineamenti d’esse; i sentimenti provati da ogni uomo vissuto sulla Terra, ogni minuzia, lo sventolare d’una tenda in Galilea duemila anni fa, l’oggetto della curiosità d’un corvo, su una quercia perduta nelle campagne umbre in un qualsiasi giorno del Medioevo italiano, soleggiato o plumbeo che fosse - tutto questo è inscritto, quale minuzia, nella Totalità.

Borges, allievo ideale di Bloy, cercò di ricreare letterariamente la Totalità nel racconto L’Aleph. Cerchiamo di farci suggestionare - solo questo - dal suo passo:

… vidi una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore. Dapprima credetti ruotasse; poi compresi che quel movimento era un'illusione prodotta dai vertiginosi spettacoli che essa racchiudeva. Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse. Ogni cosa (il cristallo dello specchio, ad esempio) era infinite cose, perché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell'universo. Vidi il popoloso mare, vidi l'alba e la sera, vidi le moltitudini d'America, Vidi un'argentea ragnatela al centro d'una nera piramide, vidi un labirinto spezzato (era Londra), vidi infiniti occhi vicini che si fissavano in me del pianeta e nessuno mi riflette, vidi in un cortile interno di via Soler le stesse mattonelle che trent’anni prima avevo viste nell'andito di una casa di via Fray Bentos, vidi grappoli, neve, tabacco, vene di metallo, vapor d'acqua, vidi convessi deserti equatoriali e ciascuno dei loro granelli di sabbia, vidi ad Inverness una donna che non dimenticherò, vidi la violenta chioma, l'altero corpo, vidi un tumore nel petto, vidi un cerchio di terra secca in un sentiero, dove prima era un albero, vidi in una casa di Adrogué un esemplare della prima versione inglese di Plinio, quella di Philemon Holland, vidi contemporaneamente ogni lettera di ogni pagina (bambino, solevo meravigliarmi del fatto che le lettere di un volume chiuso non si mescolassero e perdessero durante la notte), vidi insieme il giorno e la notte di quel giorno, vidi un tramonto a Querétaro che sembrava riflettere il colore di una rosa nel Bengala, vidi la mia stanza da letto vuota, vidi in un gabinetto di Alkmaar un globo terracqueo posto tra due specchi che lo moltiplicano senza fine, vidi cavalli dalla criniera al vento, su una spiaggia del mar Caspio all'alba, vidi la delicata ossatura d'una mano, vidi i sopravvissuti a una battaglia in atto di mandare cartoline, vidi in una vetrina di Mirzapur un mazzo di carte spagnolo, vidi le ombre oblique di alcune felci sul pavimento di una serra, vidi tigri, stantuffi, bisonti, mareggiate ed eserciti, vidi tutte le formiche che esistono sulla terra, vidi un astrolabio persiano, vidi in un cassetto della scrivania (e la calligrafia mi fece tremare) lettere impudiche, incredibili, precise, che Beatriz aveva dirette a Carlos Argentino, vidi un'adorata tomba alla Chacarita, vidi il resto atroce di quanto deliziosamente era stata Beatriz Viterbo, vidi la circolazione del mio oscuro sangue, vidi il meccanismo dell'amore e la modificazione della morte, vidi l’Aleph, da tutti i punti, vidi nell'Aleph la terra e nella terra di nuovo l'Aleph e nell'Aleph la terra, vidi il mio volto e le mie viscere, vidi il tuo volto, e provai vertigine e piansi, perché i miei occhi avevano visto l'oggetto segreto e supposto, il cui nome usurpano gli uomini, ma che nessun uomo ha contemplato: l'inconcepibile universo”.

L’inconcepibile universo è al centro delle riflessioni di Bloy.

L’uomo non può che conoscere un’infinitesima parte di tale universitas; Dio no, Egli ha presente, con immediatezza, ogni atomo immerso nel tempo. Egli sa. Per tale motivo l’uomo che non s’affida a Dio sbaglia i propri giudizi. Egli non ricollega nemmeno lo ieri con l’oggi, eppure è talmente arrogante da giudicare. Solo chi sa può giudicare. Per questo non possiamo sostituirci a Dio: il giudizio retto, per l’uomo, nella sua immedicabile finitezza, è impossibile; perciò siamo costretti a rimettere lo spirito nella mani della divinità.

Un uomo, fallace per natura, vede un albero, una vena di materiale ferroso e alcuni artigiani al lavoro; per lui le tre cose sono distinte nel tempo, fenomeni passeggeri e causali. Dio vede il medesimo albero, quel ferro e quegli artigiani e, nell’immediata comprensione dell’altrimenti inconcepibile universo, Egli sa che tale minutaglia, comunissima e minuscola, inavvertita da tutti, prefigura e compie la Passione di Sé Stesso sulla Terra. Proprio quell’albero si trasformerà, infatti, a causa di insondabili vicende prosaiche (per noi insondabili), in assi; il ferro in chiodi; falegnami e fabbri, quegli artigiani, si adopereranno, invece, all’oscuro del proprio ruolo gigantesco, a sbozzare quegli assi e forgiare quei chiodi: a redimere l’umanità; un destino stringente recherà, poi, a Gerusalemme quei chiodi, quelle assi e inscenerà la Prima e Penultima Pantomima Universale: ecco che un Uomo è condannato secondo la legge romana; Egli si dichiara Cristo, il Salvatore; un prefetto di origine sannita, Pilato, osserva scettico questo Ebreo stracciato che ingombra la propria aula di potere; non comprende; la verità, cos’è la verità?; intuisce, forse, un gioco superiore? Costruito il patibolo, il re dei Giudei sale la Montagna del Teschio, muore su quel legno e su quel ferro dapprima sconosciuti, reietti, perduti nell’anonimo fluire del tempo, il sangue fluisce a terra, imbeve il terreno, filtra nei recessi del Golgota sino a lambire il Teschio: il Teschio di Adamo, Padre di ognuno di noi, lì sepolto, che viene così dilavato dal proprio peccato. Assieme a noi.

Bloy riflette: Dio conosceva il destino di quell’albero e di quel ferro, ma non è possibile che non solo quel legno e quel ferro particolari, ma proprio il legno e il ferro siano su questa Terra solo per consentire la Passione? Pilato, Caifa, Giuda, Pietro, i maiali indemoniati; la Giudea, Alessandria, Roma, la stesso mondo, e la storia del mondo, tutto quello che contiene la Storia, non è forse stato permesso solo per servire da fondale all’unico atto decisivo dell’inconcepibile universo? Alessandro Magno, Vergingetorige, massacri, empietà, distruzioni; gesti magnanimi, la stessa bellezza, il susseguirsi di albe e tramonti, la rotazione della Terra, i popoli delle stelle e di altri universi non sono che il pubblico inessenziale e l’attore innocente del solo atto che interessi, già conchiusosi e reso perfetto; una pietra miliare che rende ridicolo ogni progresso e avanzamento e a cui dobbiamo riandare eternamente: per eternamente vivere.

Tutto è compiuto, esala il Cristo sulla Croce; tutto quello che doveva essere fatto fu fatto; la Storia lì reclama un terminus ad quem concettuale.

Da tale punto di vista la nostra azione, qualunque moto del cuore, rimane nell’ombra. L’ombra e il mistero gravano sull’uomo come una notte inevitabile. Si crede di determinare un evento, ma, in realtà, chi ci ha messo in azione? E per quale fine? Quali sono le conseguenze vere di ciò che abbiamo scelto? Chi sono gli artefici della Storia? Non è possibile che un gesto operato da un essere insignificante possa decidere i destini dei milioni? Lo sguattero di Cesare fu più importante di Cesare? Solo Dio conosce la verità; l’uomo vaga nelle nebbie della limitatezza.

Questa visione grandiosa fa sì che i veri motori della Storia siano a noi sconosciuti. Miliardi di miliardi di atti si aggrovigliano nei millenni; cerchiamo di donargli un senso, ma, spesso, il senso è riposto in qualcosa d’Altro. Le nostre credenze sono una menzogna e la Verità, terribile, è avvolta nel mistero e nella consapevolezza di Dio.

Pensa a queste cose Jorge Bergoglio? Come ragiona questo grasso asino impagliato? Cosa hanno in mente davvero i rinnegati, coloro che, in nome di Dio e dell’estrema struttura in grado di arginare l’entropia, il Cristianesimo, lo rinnegano? Perché, a ben guardare, stiamo parlando proprio di questo. Leon Bloy: lo si può detestare o amare, accettare o confutare, e però, dobbiamo riconoscere alla sua visione, mirabile e d’accecante vastità, un senso; e soprattutto: un senso per cui valga la pena vivere, in accordo e devozione.

La prima bomba che cadde sull’Iraq, annunciata, in mondovisione, in una foia d’annientamento demoniaca, che, coerentemente, s’impregnava di ridicolo - annunciata da Emilio Fede - fu la prima tromba della catastrofe. A ruota, le Fallaci del mondo si unirono nel denigrare chi, per primo, non si doveva denigrare: l’Islam, un tentativo, anch’esso, di donare un senso al mondo, prima della liquidazione dei nostri tempi.

I cretini sono invincibili. Un cretino, dice Wilde, ti abbassa al suo livello e poi ti batte con l’esperienza. Un cretino arguirebbe, dalle righe di cui sopra, ch’io sia un islamista. Ma io difendo solo l’umanità, quella crosta di significato che galleggia pericolosamente sulle proprie origini protozoiche e lugno i bordi dell'Abisso. Occidente e Islam si sono combattuti per secoli; questi, sì, erano nemici; un Americano di Dallas è un nemico? Ve lo chiedo. La Lagarde è un nemico? Monti, Draghi, sono nemici? Sì e no. Sono dissolutori, e rigeneratori di un’umanità senza scampo. Il vero nemico condivide un codice, una legge interiore inderogabile; chi ha una propria etica, infatti, esclude, non può essere altrimenti. Se sono un individuo definito, con idee e attitudini secolari, escludo; chi è fuori di me è, necessariamente, un nemico; gli riconosco la gloria delle armi, dell’intelligenza, dell’onore. Un nemico lo si può addirittura venerare se sopravvive al mio assalto poiché ha dimostrato d’essere migliore. Ma qui non siamo in presenza di esseri umani, ma di negatori della definizione, dell’etica, dell’intelligenza, dell’onore. I Lagarde, i Rasmussen, gli Juncker sono individui essenzialmente psicopatici, vuoti, cave men, che alla loro nullificazione vogliono assoggettare il mondo. Essi gioiscono segretamente per l’umiliazione dei migliori, per l’atterramento di ciò che è eminente, per la ridicolizzazione della leggenda, del mito, di tutto ciò che dona profondità a fenomeni e popoli.

Il romanzo dello Huysmans alle soglie della conversione: Là-bas, L'Abisso. Anch'egli intuì l'impossibilità di vivere: alla vista dell'Abisso.

Gli psicopatici di nuovo conio non ridono, bensì deridono; non conoscono felicità poiché negano la disperazione; non amano poiché son privi di passione; gli va bene tutto purché sia poltiglia insignificante; reclamano la bontà solo per poter meglio combattere chi esclude, il fedele, ovvero il patriota, il difensore dei limiti, il sacerdote che custodisce, l’artista che crea.

Questi i negatori del senso, ecco chi bisogna temere. I dissolutori del passato. I liquidatori della razionalità. Gli araldi della dissoluzione. Quelli per cui ogni vacca è grigia e che invertono, continuamente, ragionevolezza e consuetudine, per addivenire alla melassa protozoica, mascherata da bontà, coloro che plaudono alla mancanza d’una direzione; distruttori di limiti, di bussole, di mappe; fanatici e stregoni dell’Indifferenza.

Tali nichilisti li si riconosce subito. Sono negatori di professione. Li si sente proprio gioire, intimamente, diabolicamente, quando possono distruggere un senso. Un senso qualsivoglia: la storia, una tradizione; oppure evemerizzare una leggenda: ridotta dalla sua peculiare, nobile, semplicità a un fatterello prosaico o scioccamente morboso. Per loro la grandezza è sempre costruita sulla merda. La storia è sterco e sangue, lo è sempre stata; per fortuna ci sono loro a mostrare la crudeltà del passato, ad additarne la barbarie, a smontarne le profonde connessioni maligne.

Non stiamo qui negando che la storia sia sanguinosa e lutulenta, un verminaio: la consideriamo, invece, nella sua rutilante bellezza, il senso per cui valga la pena vivere. Islam e Cristianesimo si combatterono per secoli, tra fango e sangue, e però Dante pone nel Limbo Avicenna e Averoìs “che ‘l gran comento feo”, ovvero glossò l’opera di Aristotele; il Novellino ne riporta la magnanimità e la battuta salace come quando, in Sicilia a tavola con dei cavalieri, fu apostrofato crudamente: “Saladino, lavati la bocca, e non le mani”; e lui, pronto: “Signore, non parlai, oggi, di voi”; Giovanni Boccaccio ne ravviva il lustro nel Decameron (I, 3): in tale novelletta Ser Giovanni, prete Cristiano, pone un Musulmano a confronto con un usuraio Ebreo, Melchisedech: ne risulta la gloria dei tre monoteismi, simbolizzati dai tre anelli di cui ognuno può reclamare la santità e il primato. Questi sì, furono nemici: fra di loro è guerra, l'unica a consentire la vera pace.

Per i Romani, questo popolicchio calcolatore, esistevano due uomini e due date fondamentali. Enea, e il suo sbarco nel Lazio; Romolo, e la fondazione di Roma. 
Enea fugge da Troia in fiamme, arriva presso di noi, esule; presagito da indovini latini, egli irrompe nel nostro passato, si unisce a Lavinia, figlia unigenita del re dei Latini, sconfigge Turno, principe dei Rutuli; muore: il sepolcro, l’Heroon, lo si può ammirare ancor oggi, a Lavinio.

Romolo fonderà, cinque secoli più tardi, la Città: anche qui ritroviamo il limite, il pomerium sacro a delimitare, sul Palatino, il pristino insediamento, sacro anche per il primo imperatore, Ottaviano Augusto. Il Fico Ruminale sotto cui furono allattati Romolo e Remo. Il Lupercale, sepolto sotto quindici metri di roccia, la capanna romulea, le mura possono ammirarsi ancor oggi: se siete interessati a queste cose, se vi sentite ancora Italiani.

Ma cosa congiunse tali due eventi fondativi? La tradizione è implacabile: la teoria dei re di Alba Longa. 
Alba Longa, fondata dal figlio di Enea, Iulo.

Alba Longa, nei pressi dell’amena Albano, ai piedi del monte omonimo, meglio noto come Monte Cavo.

A salire sul Monte Cavo, per la Via Sacra, potrete godere della vista contemporanea dei due laghi, il lago Albano e il lago di Nemi; alla sommità, circa mille metri, una spianata, ove sorgeva il tempio di Giove Laziare. Quando sei lì, mi ha riferito un archeologo, puoi volgere gli occhi verso Roma: verso il Campidoglio, insomma, e il Palatino.

I generali vittoriosi di Roma, onusti di trofei e duci di carri debordanti per il bottino, sfilavano in trionfo a Roma; potevano, però, replicare il trionfo proprio ad Alba Longa, a sancire una continuità mitica e storica inscalfibile: tremila anni.

“Il Corriere della Sera” non poteva trattenere la gioia quando titolò: “Alba Longa, i 3000 anni di un mito. Mai esistita, inventata dai Romani”. La favoletta di qualche mestatore, insomma; il passato più grande si rivela, prima o poi, sempre una burla, ingigantita dai creduloni, uno sbuffo da gradassi; la gioia luciferina di quella negazione colava da ogni interstizio dell’articolo, corredato, come sempre, da precise indicazioni scientifiche.

I riduzionisti, con un’alzata di spalla illuminista, vigilano, quali scolte delle mediocrità. La grandezza, la magnanimità, la bellezza, quando si manifestano, debbono esser atterrate; sulle loro bocche alberga sempiterno lo sghignazzo, il dito statistico a roteare nell’aria, la sufficienza triviale che avvolge di prosaicità ogni moto. Orazio Coclite fu un imbecille, Lucrezia una puttana, i Romani dei contaballe, Traiano uno sterminatore, Tiberio un pervertito. Il loro trapestio da ratti ormai lo si riconosce persino nell’assordante circo del ventunesimo secolo; rodono, smerdano, si rivoltano con le loro pance flaccide, i musi baffuti ficcati dappertutto, nei pertugi dell’anima e della nobiltà a squittire la meschinità, l’ambita piccineria.

Non si sottovaluti la forza del fanatismo di tali figuri. Jorge Bergoglio, per cui il Cristo non fu che un Ebreo facinoroso passato lì per caso, è un fanatico. L’utopia, ovvero l’Utopia, l’unica rimastaci, abbisogna, infatti, per realizzarsi, di perfetti fanatici. La Monarchia Universale, Una; la Religione Universale, Una, quella del Grande Architetto; il Tempo Unico, Uno, quello Presente, a sancire una superiorità morale e intellettuale sulle brutture e gli orrori del Passato – un Passato da decostruire, deridere e schifare, in ogni scuola e Università, e obliare poi. Bergoglio questo vuole: dissolvere tremila anni nella poltiglia dell’Uno Luciferino, onnipresente, a negare moto e futuro, sentimenti e altezze e bassezze, a stazionare davanti a un orizzonte piatto e senza speranze. L’inversione è il metodo principe di tali settari: e lui, Bergoglio, per cui il fondatore del Cristianesimo, e i Primipali, Paolo e Pietro, non sono che molesti dossografi dell’Unica Religione Consentita, è lì a invertire, sminuire, diluire, ammiccare: alle Pachamama, alla Wicca, ai rabbini con le paillettes, agli atei devoti, ai musulmani da panino al prosciutto, agli ecopacifisti da multinazionale: a restringere l’uomo nella pozza protozoica, nel nome del bene, che Bene non è, e nemmeno Male, bensì Nulla.

Divenire, chiunque di noi, ateo o credente, un apostolo della sovversione dell’inversione: un Giusto, insomma; operare il proselitismo; uccidere con la parola; rigettare le minutaglie, questo ci resta. A meno di non consegnarci all’Avversario, l’Arcinemico, col nostro bagaglio inservibile di nostalgie. Cosa si vuol fare?

Snaturare, ingannare, estirpare: a questo serve il migrantismo, l’oltreumanesimo, l’oltrecristianesimo, l’oltrecapitalismo; l’oltre in ogni campo dello scibile, che, alla fine, è sempre post: postmoderno, postumano, postgenere. Una poveretta, mia conoscente, si congratula con i suoi tempi perché, finalmente, nota donne sole al cinema. Vedete, abbiamo vinto: una femmina, sola soletta, col suo posto numerato, prenotabile online, a guardare l’ultima sterpaglia di Almodovar: e non si sente a suo disagio! Ecco la conquista! Un’altra si batte per il femminismo nelle scuole, talaltra per la donna nella poesia, nello sport; una donna interraziale, aperta all’amore intergenenere; il trans, la trans.

Che la signora, nel fondo del cuore, sprofondata nella poltrona di un cinema da multinazionale, solitaria e connessa con l’universo mondo, tutto eguale, a gustare un film in contemporanea sugli schermi occidentali e orientali, sia assolutamente disperata, è una conclusione che mai balena nelle cucuzze di tali vertiginose cretine del progressismo: per cui il progresso, per esser tale, è sempre e solo negazione del passato. Educati, istupiditi, irretiti: al disprezzo del passato. Il passato non è maestro di vita né ricchezza inestimabile da valutare o arricchire o da cui partire per un volo d’Icaro da ribelle, ma un’imbelle congerie di sopraffazioni e servitù morale; così ragiona una detentrice di vulva, oramai libera, liberata, e pronta a lanciarsi a pelo di caprone verso l’orizzonte infinito, una pianura in cui non s’intravedono monti, anfratti o rifugi. Talmente libera, quella donna sola al cinema, e fiera d’esserlo, perché le hanno imposto, in quei frangenti, d’esser fiera di sé stessa, da sentirsi intimamente fuori posto, isterica, infelice o pazza; pazza, come diventeranno pazzi, prima o poi, che lo ammettano o meno, tutti i deracinés, gli sradicati del mondo. Questa è l’unica operazione del potere: sradicare, snaturare, volgere al contrario.

Tomi dottissimi e sottili sono stati estesi sulla degenerazione dei popoli indigeni a contatto con la civiltà occidentale. Pigmei, australiani, Aztechi, Incas, Navajos, dopo una patetica ribellione, buona per scrivere una manciata di film hollywoodiani a babbo morto o qualche nenia pietosa e nostalgica, li si ritrovava a fare gli sguatteri in qualche ristorantino, o ubriachi ai margini della strada, o delinquenti, o malati, di una malattia profonda che corrodeva l’inscindibile sinolo di anima e corpo. Nessuno, però, a quanto mi consta, a parte questo blog, spende una goccia di inchiostro digitale per descrivere i nuovi indigeni Italiani, sottratti da una infida genia di ingannatori alla propria natura; eccoli lì, dopo poco più di mezzo secolo di servaggio, gli Italiani, completamente nuovi; una umanità novella, seriale, rialzatasi dal lettino operatorio dopo gli espianti più abominevoli. Torpidi, ottusi, arroganti, sfaticati: puerili caricature di un popolo, ragazzini viziati e viziosi, incapaci d’originalità, di forza creativa, inevitabilmente sottomessi.

Da giovane mi divertivo a leggere esoterismo e metascienze. Le piramidi alluvionate, i figli delle stelle, il mistero di Sirio, l’Arca di Noé, l’Atlantide, Omero nel Baltico, Bestie uomini e dei. E la profezia di san Malachia. Malachia, l’irlandese Malachia O’Morgair, bravo a descrivere la teoria dei Pontefici dal 1143 al 2019, o su di lì. Giovanni Paolo II fu il terz’ultimo? Bergoglio l’ultimo? O, forse, basandoci sui ritratti della Basilica di San Paolo, egli non prelude che al Supremo Liquidatore della Cristianità, nemmeno un Papa; forse una Papessa o, perché no, un super liquidatore giuridico con la potestà di porre all’incanto chiese, cattedrali e beni: da donare, la scusa è sempre quella, ai nuovi poveri del mondo.

Ovviamente, non dovrei neppure scriverlo, anche Malachia non scrisse ciò che ha scritto. Le sue profezie, infatti, sono dei falsi, come ci avverte la consueta e solerte stampa riduzionista.

L’ebreo cattolico Quinzio la prese, invece, sul serio, la profezia, tanto da far suicidare, in Mysterium iniquitatis, l’ultimo Papa, Pietro II, già nel nome una replica agghiacciata di Romolo Augustolo; Pietro II, che vedeva sfuggire il mistero del sacro a favore dell’ecumenismo-poltiglia, la grandiosità della resurrezione della carne per far posto a un’esistenza da cubicolo.

Che l’uomo possa vivere facendo a meno di una certezza vissuta come assoluta - per quanto tragiche siano state o possano essere le conseguenze violente portate da queste certezze - è ancora da dimostrare; anzi, intorno a noi vediamo crescere la terribile anomia che tale nuova condizione suscita”.
La guerra, conseguenza violenta della fede, la conseguente anomia. I più avvertiti girano in tondo, come carpe secolari, alla pietra del dilemma: sempre quello.

Mysterium iniquitatis venne pubblicato nel 1995; Quinzio morirà l’anno seguente.

30 commenti :

  1. Dove sto io le donne vanno in giro in gruppo o accompagnate per paura di stupri, violenze, aggressioni, scippi e rapine da parte di qualche boldriniana risorsa. Le uniche persone sole che vedo sono uomini che la sera portano a spasso il cane ( a volte anche qualche donna , ma brutta). Apprezzo discretamente la narrazione di Alceste, ma tra tasse, burocrazia, raccomandati e negri assortiti divento sempre più prosaico.

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  2. Qual è stata la causa della morte di Quinzio?

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  3. Caro Alceste,
    Ti definisci ateo ma in fin dei conti non lo sei, ciò che neghi è la parodia di Dio ma il Dio, quello vero ti sta cercando. Non è un'affermazione da bigotto, noi non cerchiamo Dio né mai potremmo farlo, è quella scintilla di divinità che è in noi e di cui siamo totalmente inconsapevoli che, anelante a ricongiungersi con la Totalità, viene ricercata da quest'ultima.
    Chi sente di non potersi identificare con la lutulenta poltiglia nella quale siamo immersi e che gli araldi della dissoluzione vogliono rendere l'unica, ultima e definitiva realtà non si può definire ateo. Semmai un mistico.
    Grazie per questa meraviglia pagina di riflessioni mai banali.
    Alessandro70

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  4. evemerizzare, probabilmente divinizzare

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    1. Il contrario, Evemero sosteneva che gli dei erano divinizzazioni di uomini.

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  5. Alceste lei riesce sempre a mettere il dito nella piaga, sempre più purulenta di una modernità lisergica ed inebetita.
    Chi si occupa dei déraciné nostrani?
    Quale controinformatore ha colto il genocidio culturale e storico che si sta consumando in questo momento?
    Impegnati a cianciare di Ilva, odiatori ed Emilia Romagna, diventano parte del caravan serraglio del caos calmo di questi tempi.
    Ebbene siamo degli sradicati, in quanto privati delle nostre radici, storiche, culturali, vernacolari.
    Anche noi, come i poveri maori, sioux e masai, davanti all'olotelevisore, nel nostro loculo 75 metri quadrati, con le rate del Suv e il corso di tango.
    Mashalem...tutto è compiuto.
    La fede mi dice che la grandezza e il mistero della creazione prescindono da questa piccola cosa che è l'uomo, facciamocene una ragione, fra 5 miliardi di anni la terra e tutto il sistema solare spariranno inghiottiti dal sole.
    Di tutto questo non resterà nulla o forse no, ma questo appartiene alla sfera del mistero della creazione di cui noi miseri umani non avremo mai contezza.Un caro saluto 

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    1. Il tango, i 75 metri e il Suv sono grasso che cola dal passato. I figli già non li avranno, i nipoti ...

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  6. La vita è strana caro Alceste,complessa,enorme,si parte da un fabbro e si arriva al Golgota.Tu come quel fabbro,che certo non sapeva che quei chiodi sarebbero divenuti i più famosi della storia,mostri in questo e in tanti altri tuoi scritti,una figura del Cristo che affascina con il suo dolore,con la sua consapevolezza,la sua complessità.Probabilmente non era il tuo intento,ma in qualche maniera,per qualche strano rivolo del destino,per la complessità del tutto,quel Cristo,mi è più dentro da quando ti leggo,io che non sono neppure credente...La potenza della tua penna.Chissà che non ti vedremo un giorno nelle vesti di Papa Alceste primo.

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    1. Dobbiamo renderci conto che il Cristo, in Duemila anni, è divenuto noi. Filosofia, pensiero, scienza, etica hanno trasformato quell'uomo in qualcosa d'altro, che ci somiglia. Al di là della fede e della rivelazione.

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  7. Anche a me le tifoserie mettono a disagio, come le droghe, danno assuefazione, perdita di controllo e di visione d'insieme. 
    Io invece sono atea per caso. Nell'infanzia fu una condizione vissuta esageratamente male, essendo ancora una rarita' nel mio paese. Alle elementari le amichette, che raffrontavano i regali ricevuti per la prima comunione, pensavano che fossi una Testimone di Geova, mi guardavano sussurrando i loro sospetti. Per seguire quel paio di amiche a cui tenevo, finii negli scout, ma peggio mi sentii. La domenica nelle uscite tutti si confessavano tranne me; il prete celebrava la messa ed ero l'unica a non mettermi in fila per la comunione: balbettavo le scuse "ho appena mangiato", "non ho fatto la confessione"...mi sentivo calimero, ma mai avrei confessato la verita'. Poi, improvvisamente, essere atei divenne una moda, anche tra gli scout. Ricordo le discussioni sull'esistenza di Dio e i ribelli che la negavano, mentre introducevano canne e promiscuita' nella loro vita. Oh mamma, ora rischio di far parte pure di questo mucchio, mi dissi! Quindi lasciai con pubblica confessione, finalmente, del mio peccato, e continuai a coltivare la mia personale dimensione religiosa. 
    L'Islam, come anche altri credi, mi ha sempre affascinata. In Asia Centrale non c'era persona che non conoscesse a memoria le poesie di Rūmī e Jāmī, messe in calce o a introduzione di qualsiasi scritto o discorso orale. Poi ognuno aveva il suo livello di lettura; i sufi forse arrivavano all'ultimo, oserei dire, dove la corrispondenza dell'alfabeto a precisi numeri forniva codici e spartiti musicali che essi traducevano nel messaggio ultimo divino. Ora anche li' i giovani parlano solo il linguaggio Smart della Coca e del Mac, a quali numeri e musiche corrisponda non lo voglio sapere. Poi mi e' sempre piaciuto leggere le agiografie, di santi di qualsiasi religione. Quelle dei santi musulmani che affrontarono i buddisti in Asia Centrale sono appassionanti, credo che i kongfu movies si siano ispirati a queste: il santo sufi parte in levitazione verso l'alto e scaglia il suo raggio di energia contro il custode buddista. Questi scatta anch'esso in levitazione e con piroette vorticose fa rimbalzare il raggio verso il nemico il quale con un gesto della mano apre una voragine che inghiotte la sferza mortale insieme al piroettatore. Anche Marco Polo diceva che li' accadevano cose strane...ora e' solo ordinaria follia, basta aprire il sito dell'AQI, Air Quality Index, per rendersene conto. Ah ma il progresso, vuoi mettere.

    Si puo' fare quello che dice Alceste, essere Giusti, senza tanta nostalgia. A volte devo fare i conti con la nostalgia di casa; ma quella "casa", le persone che la riempivano e la comunita' che la circondava non ci sono piu', quindi non mi resta che tramutare questa nostalgia in algida memoria per salvare il salvabile dall' indifferenziato. Trovo comunque consolante condividere la consapevolezza di un mondo che ormai esiste solo nella nostra memoria e immaginazione, due cose che spesso si sovrappongono, ma almeno donano ancora e-mozione, a volte co-mozione; neanche Hal 9000 riuscirebbe a immaginare quel mondo, tanto e' lontano da quello presente.

    Chissa' se Alceste, nel caso alcuni dei suoi e-lettori organizzassero una gita a Roma, farebbe da guida con itinerario a sua discrezione...per me sarebbe tutta una scoperta.

    Cari saluti,
    Ise

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  8. Caro Don Alceste da Viterbo, stai a vede' che mo' so meio
    li scomunicati.

    Il controcazzari, censore dei vanitosi vanagloriosi.

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  9. [..] In Asia Centrale non c'era persona che non conoscesse a memoria le poesie di Rūmī e Jāmī[...]
    Tuttora sulle pareti di molte case di persiani (lo preferisco a iraniani) sono appesi singoli versi o brani di poesie di Rumi, Hafiz, Omar Khayyam, Ferdowsi,ecc. e ho incontrato molte famiglie con bimbi al seguito in visita p.e.al cenotafio di Hafiz (o Hafez) a Shiraz. Qualche diversamente giovane connazionale nostalgico ricorderà le programmate gite scolastiche a Ravenna in visita alla tomba di Dante.

    [..] ah, ma il progresso,vuoi mettere.
    E' la tribù umana occidentale che ha trasformato il tempo ciclico in tempo escatologico (nelle sue versioni religiosa e atea), in Storia,che contiene in sè il concetto di progresso.
    Intenzioni della progettualità umana,l'ordine antropocentrico risolve la Natura in materia da utilizzare al di fuori da considerazioni morali mentre la tecnica antica non era in grado di oltrepassare l'ordine naturale che il pensiero mitico metteva sotto il sigillo della Necessità.
    Genesi,26 : per quanto mi riguarda di difficile digestione e di fatto l'inizio della Scienza.

    [L'intera partita della sopravvivenza della nostra specie si gioca sulla contrapposizione tra profitto e morale. Poichè al profitto non si rinuncia mai, si preferisce modificare la morale,i mores, i princìpi, e l'etica ossia le modalità con cui detti principi devono essere praticati.
    Pertanto saremmo portati a considerare la natura eminentemente culturale delle regole che una data società nella sua epoca si dà come ottimali.
    Introiezione acritica dell'agenda liberista scambiata per modernità e diritti civili.]

    Gentilezza innazitutto.
    Leonardo


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    1. Ho visto ora questo commento, dopo aver madato i due sotto.

      La ringrazio per la bella Testimonianza e per la Gentilezza.

      Anch'io tendo a definire tutto cio'
      che proviene da quella regione come persiano, poiche' quel poco che so l'ho conosciuto con questo nome, tramite le sue propaggini centroasiatiche.
      In Asia Centrale vi e' (era? Ora non so...) l'usanza di visitare i mazar disseminati su tutto il territorio.
      Non necessariamente ospitano il corpo di qualche santo o illustre personaggio locale, ma possono essere anche solo custodia di reliquie o commemorazione di luoghi in cui il santo ha riposato, o in cui si e' verificato un miracolo. Alcuni in realta' sorgono sui siti di antiche tombe buddiste un tempo venerate ed in seguito convertite a luoghi sacri islamici.

      Si vede che non sono cosi' tanto diversamente giovane come pensavo perche' purtroppo non ho mai fatto una gita scolastica alla tomba di Dante.

      Cari saluti,
      Ise

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  10. "Una poveretta, mia conoscente, si congratula con i suoi tempi perché, finalmente, nota donne sole al cinema."

    Quel che c'e' da chiedersi e' da quale potente ispirazione esterna parte l'aspirazione massima della donna italiana di poter andare al cinema da sola, o di affermarsi per il piacere di affermarsi persino in cose che non le appartengono, biologicamente parlando. Quale propaganda e derisione del passato modo di essere (attuata tanto da uomini che da donne) porta una donna a virare verso queste aspirazioni. E poi, quale carenza o deficienza immunitaria interna alla donna stessa porta tale modello proposto esternamente ad attraversare l'encefalo senza incontrare barriere o la benche' minima reazione dei globuli bianchi preposti a proteggere l'amor proprio e della propria serenita'.
    Il trans e' forse la categoria preposta a meglio rappresentare ed anticipare le donne future; perfetta parodia della femmina, mostra la futura donna: enfaticamente femmina fuori (trucco esagerato, ciglia allungate, misure aumentate, labbra pompate, pupille dilatate, pudicita' ridotta a zero, ricerca smodata di sesso alterato o invertito) e uomo dentro (carriera, supremazia, conquista, diritti): ovviamente viene completamente ignorata ed eliminata la funzione riproduttrice, inutile e scomoda per poter mantenere tali caratteristiche. Essere donna, sentirsi donna deve essere questa devianza. Lgbt poi e' una sigla derivante da una lingua agglutinante misteriosa, che cresce di suffisso in suffisso ad ogni conquista del progresso. Tale sigla incommensurabile inglobera' tutti, presto arrivera' la p di pedopornorasta, il pederasta gia' presente in nuce in tanti signori per bene che cederanno gli ultimi neuroni al dio progresso.

    "il progresso, per essere tale, è sempre e solo negazione del passato"

    Che cosa e’ il progresso? E’ davvero la spinta a migliorare il ben-essere degli uomini?  Il vostro e' migliorato o in via di miglioramento? Perche’ si dice che si stava meglio quando si stave peggio e chi ha deciso che si stesse peggio? Lo possono decidere perche' cancellando le impronte originali del passato le nuove generazioni crederanno quel che gli si vuol far credere su di esso. Si puo’ avanzare nella tecnica senza dover distruggere tutto il resto. Davvero e’ impossibile produrre e incrementare un certo benessere e comodita’ materiali senza mantenere l' equilibrio essenziale col paesaggio, la natura, la vita che ci circonda (compresa la nostra) e il passato? Se la risposta e’ no, allora faccio volentieri a meno di tali comodita’. Se la risposta e’ si, allora vuol dire che non si vuole farlo e che quello che chiamano progresso e’ un insulto e uno specchietto per allodole cieche.
    Ma non si puo’ piu’ ragionare in maniera sensata: si usa l’ecologismo per distruggere quei miglioramenti che davvero possono creare un certo benessere senza effetti nocivi, si usa il progresso per aumentare il malessere. E’sempre tutto in loop, entrambi, ecologismo e progresso. E’ giunta una conquista del progresso! Dopo un po'...Oops tale conquista ha effetti collaterali piu’ dannosi dell’effetto centrale! Non preoccupatevi: risolviamo con la nuova conquista che neutralizza gli effetti collaterali della  precendente (creandone di nuovi che scoprirete in differita). Guai a chi non si inchina al nuovo verbo, pena essere messi all’indice come retrogradi. Cosi’ funzionano le scienze, le accademie, la medicina piu’ avanzate...da una recente ricerca di un team internazionale di ricercatori dell’Istituto del Massacrusset e dell’Unifalsita' di Mont-unreal in collaborazione col Center for the Clairvoyance of Human Extinction in the Next Ten Years More or Less si e’ scoperto che ci sono rimasti un paio di mesi di vita che potrebbero essere prolungati fino a 3 grazie al progresso, ma solo se fate come diciamo noi senza fiatare; infatti la ricerca attesta che ad ogni parola pronunciata si produce la stessa CO2 del peto bovino, quindi tacete e acconsentite!
    Ise

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    1. C'è da chiedersi piuttosto,
      come mai taluni maschi identifichino l'amore per la propria cultura,
      con la nostalgia dei tempi 'in cui le donne se ne stavano zitte a rimestare la polenta'. Caro mio, la superficialità, l'acume, la cupidigia o la generosità, sono prorie della persona e non prodotti di ghiandole ormonali.
      I trans saranno piuttosto rifugio sempre più frequente, per maschi terrorizzati dall'evidenza che l'empietà, come l'eccellenza, non alberghino nelle mutande.

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    2. "Caro mio"!?! Ise è donna...
      E coi trans-bene-rifugio vacci tu!

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    3. Per brevita' sembrero' banale e generalizzante, ma dal poco che ho visto, nelle comunita' un minimo tradizionali (non di 50 anni fa, prima) il modello dominante di donna era una sorta di queen: faticava molto ma aveva un ruolo da Regina e, piu' spesso che non, era rispettata come tale, pur essendoci le eccezioni. Nella societa' moderna la donna sembra avere il ruolo della prostituta (il modello proposto), pur essendoci le eccezioni.
      Nella post-moderna sara' una drag queen, drug queen o queer...il che' risolvera' tutti i problemi poiche' non sara' piu' soggetta ad alcun giudizio drastico, sara' tutto e niente, come tali termini indicano.
      Gli uomini, dal canto loro, si accorgono sempre a scoppio ritardato di quel che succede, i piu' addirittura all'inizio auspicano i o contribuiscono ai suddetti cambiamenti nel tempo, per poi, appena i risultati (collaterali) si fanno evidenti, piangere lacrime amare.
      Saluti,
      Ise

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  11. Alla fine del mese scorso qui si e' svolto un rave party particolare.
    Ricordo che anno scorso ne accennavo a Hermannus C. parlando delle centenarie del villaggio che incontro per strada curve su se stesse e che, in occasione di questa festivita', inspiegabilmente tornano verticali per danzare come farfalline.
    Tale festivita' e' famosa localmente per la bellezza delle danze e dei costumi tradizionali risalenti a centinaia di anni fa. Esse si svolgono sempre rivolte alla platea degli anziani del villaggio che presiedono alla cerimonia. Stavolta, a causa della pioggia, la celebrazione non si e' svolta come al solito nel tempio immerso nel bosco, ma all'interno di un edificio di uso comune. Seguendo il calendario lunare, quest'anno e' caduta nei tre giorni finali di Ottobre. Nel chiuso della stanza, le danze si sono compiute davanti agli anziani seduti sul tatami e dando le spalle ai curiosi e al pubblico che si affacciava dall'uscio. L'importante non e' il pubblico di passaggio ma la comunita' locale. In quel momento, tra le quattro mura dell'edificio, vi erano quattro
    generazioni raccolte insieme a celebrare la loro alleanza col territorio e le divinita' che lo proteggono. Altrove, tra un dolcetto e uno scherzetto, si festeggiava Halloween all'interno di una, al massimo due generazioni, danzando al ritmo techno elettronico.
    Il focus delle danze femminili di tale celebrazione si trova nelle mani, nel collo e nel viso (uniche parti visibili). La bellezza e la difficolta' della danza sta principalmente nella lentezza dei movimenti: piu' sono lente e piu' sono difficili; movimenti semplici che devono essere eseguiti con solennita' e in coordinazione. Il segreto della bellezza sta nel comunicare la grazia insita in tali gesti. Si tratta di danze rappresentanti il buon raccolto, l'accudimento dei bambini, la tessitura a mano degli abiti (per gli uomini la forgia dei metalli e il lavoro nei campi).Per alcuni occidentali tali danze sono di una noia mortale, come qualcuno che vi ha assistito mi ha riferito; effettivamente i movimenti sono leggermente piu' lenti di quelli della lap dance. Altri, in generale, deridono l'impostazione solenne delle festivita' tradizionali giapponese.
    La danza per me piu' bella: una madre con le sue due figlie ha svolto la danza delle farfalline che l'anno scorso fu impersonata dalle anziane di cui parlavo. Una delle figlie andava a scuola con mio figlio: non una cima, in nulla, bisogna dire. Eppure, in questa occasione, era bellissima, guidata dalla madre che ogni tanto le strizzava celatamente gli occhi in un sorriso, e' divenuta la custode della tradizione locale, non ha piu' bisogno di eccellere in altro.
    Queste donne non sentono alcun desiderio di andare al cinema da sole. Certo, perche' qui non c'e' neanche un cinema, si obiettera'. In verita' qui non c'e' un cinema perche’ nessuno desidera avere un cinema, e non perche' oh poverine che pena che fanno, come vivono sacrificate senza cinema, il progresso non e' ancora arrivato, bisogna informarle che esistono i cinema!
    Au revoir,
    Ise

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  12. http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-suicidio-degli-italiani/

    Il controcazzari

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  13. Caro Alceste, ma lei come fa a scrivere in questo modo così raffinato, elaborato, principesco... sublime ? a mia memoria neppure i più grandi inviati del Corriere scrivevano così. In America, il NYT le darebbe immediatamente un posto in prima pagina...cmq...in ogni caso, grazie di esistere.

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    1. Vero! e il pubblico che lo segue è un pubblico speciale, diciamola tutta...

      Il controcazzari, che domani non sa se torna vivo a casa.

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  14. https://www.sinistrainrete.info/societa/16228-yosuke-taki-kodoku-shi-la-morte-solitaria.html

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  15. La miniera dove ci hanno sepolti a lavorare come schiavi,
    non produce bellezza alcuna. Solo nero carbone e fuliggine.
    Grazie per aver spolverato e messo sotto i nostri occhi stanchi,
    alcune gemme,
    che i nostri avi hanno lasciato in eredità alle nostre coscienze.

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  16. Incuriosito ma soprattutto infragilito dal borbardamento di giornaliera pubblicità, sono tornato al cinema dopo più di 20 anni di assenza dalle sale cinematografiche per andare a vedere l'ultimo capolavoro in giro per il mondo.
    Joker, leone d'oro al festival di Venezia - Straordinario meraviglioso affresco della società d'oggi - Immensa interpretazione di tale Joaquin Rafael Phoenix...e sulle pagine di molti blog di indubbio interesse, decine di ottime esaltanti recensioni.
    Ma il mondo è cambiato. Chi non conosce il passato non ha più alcuna capacità estetica e critica per comprendere la realtà e per questo crede di mangiare/bere/indossare/guardare/ascoltare/toccare/comprare...capolavori. cose eccezionali che invece in realtà sono solo come diceva il vecchio Fantozzi una cagata pazzesca.
    Film brutto stupido inutile lento prevedibile con una interpretazione penosissima...altro che capolavoro.
    Povera Italia, povera Europa, povero Mondo

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    1. Per realizzare cos'è il Pensiero Unico basta leggersi la critica unanime su Joker il cui successo era già stato deciso in partenza. Il pubblico di oggi è completamente eterodiretto e cosa gli piace lo decide il Nexus tramite il suo Istituto Luce (di cui Hollywood è una ramificazione) che invia comandi sottoforma di impulsi e la gente prontamente obbedisce. Un decennio fa inviavano all'utenza mondiale l'input di migrare in massa sui social network (uccidendo di fatto internet per trasformarlo in una cloaca privata controllata da una manciata di corporation) e tutti lo hanno fatto senza un briciolo di resistenza. Hanno inviato l'input di comprare tanti stupidissimi e inutili SUV e il cittadino del mondo ha obbedito. Per gradi sono arrivati a spacciare insulsi cinecomics come cinema d'autore (Joker non è il primo) e il gregge applaude come una voce sola, pubblica commenti critici uguali agli slogan pubblicitari.
      Vendendo a Joker: un film brutto, affettato e torbido, ambiguo al punto che si fatica ad andare avanti nella visione, per non parlare del protagonista talmente patetico e artefatto da suscitare più fastidio che altro. La sceneggiatura è piena di forzature e la regia semplicemente insignificante, fatta di inquadrature lunghe e tediose dove a tratti il cameraman sembra abbandonato a se stesso. L'aver vinto il Leone D'oro fa capire che pagliacciata è il Festival di Venezia, ignorante, politico e in cerca di passerelle mediatiche quanto il Nobel.
      Saluti,
      Amelia.

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    2. Non posso che condividere i giudizi su questo ennesimo esperimento sociale sotto forma di film.

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    3. grazie...non sono solo su questa terra.

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  17. Volevo risponďere a Giuseppe. Sono stato al cinema con un'amica a vedere Joker. Erano anni che non ci andavo. A metà film ci siamo alzati e ce ne siamo andati. Ci faceva così schifo che entrambi non vedevamo l'ora di andarcene.
    Sono decenni che gli Stati Uniti non fanno un film decente. La casta giuda che ha in mano lo show business produce solo merda. Spazzatura inguardabile poichè non è più possibile raccontare alcuna verità che andrebbe contro i loro innumerevoli interessi.

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    1. L'ultima volta che andai al cinema rimasi traumatizzata tanto da aver dimenticato quale film vidi: doveva essere non proprio un filmaccio, qualcosa di cui si parlava bene in quel momento. Era da tanto che non ci andavo: il volume mi tramortii, poi le immagini...movimenti impossibili da seguire, alcune sfocate da far male agli occhi, altre ancora mi venivano prepotentemente addosso insieme all'enfasi sonora con cui facevano irruzione; bombardamento e tortura.  

      Se lo show business produce solo merda c'e' da chiedersi se non sia nato (o sia stato modificato) per fare cio': attirare dapprima col miele (la carota) del bello e della novita', la cultura, l'intellettuale e poi...nessuno, mai, neanche il piu' figo o il piu' intelligente, che riesca a fare tana libera tutti. Anzi, il contrario: ci si ritrova tra le pastoie di una cultura autoreferenziale, tanto complessa quanto superflua, perche' la semplicita' non va mai di moda, e finanche nociva nel trasmetterci profezie auto-avverantisi (il bastone). Il mondo moderno richiede una vigilanza estrema su qualsiasi cosa introduciamo o accettiamo "passivamente" nella nostra vita, perche' ormai tutto, soprattutto quello che ci viene propinato da deus ex machina distanti e sconosciuti, puo' essere usato contro di noi. Il business dello show e' intra-tenimento (entro quali gabbie?): il cinema e' pur sempre l'antenato dello schermo-display, ora fattosi sempre piu' a misura d'uomo-portatile, invadente come l'occhio che tutto vede, come attiene a ogni display device dispositivo distopico e dispotico. Sembrero‘ estrema, ma questo luogo buio in cui subire passivamente, schermatamente e artificialmente, mai dal vivo, l' "arte" altrui non e' mai stata la mia passione, sebbene apprezzi  alcuni autori. La troppa comunicazione per immagini artefatte, pre-arrangiate e proiettate poi, a mio avviso, supera certe barriere inconscie e inibisce, indebolisce, fantasia e creativita' originali. Lo scopo collaterale (o quello occultamente pincipale) e’ distorcere e controllare la percezione della vita virtualmente, in modalita' aumentata o diminuita a seconda delle illusioni che si vogliono veicolare; disconnettere il pensiero e gli istinti umani dagli archetipi che da sempre ne regolavano l'equilibrio esistenziale, e connetterli ad una matrice estranea, fittizia, viziosa, distruttiva, eppure, di nuovo, incantevole per i piu’.   
      Certo lo spezzone di "The Invasion of the Body Snachts" che fu proposto qui a lato era profetico. Tutto ci dice che siamo noi che stiamo diventando macchine, seppure crediamo avvenga solo il contrario. Aspiriamo ad essere macchine che hanno tutto sotto controllo, e quindi, paradossalmente, che sono controllate capillarmente. Anche Blade Runner ce lo disse sottotono: gli androidi non erano forse i veri ribelli con sentimenti umani contro le macchine solo apparentemente umane?
      Cari saluti,
      Ise

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Siate gentili ...