martedì 12 dicembre 2017

Solo, in chiesa, la mattina d’inverno




Roma, 12 dicembre 2017
Le chiese, le chiese cristiane e cattoliche, a Roma, in questi giorni d'inverno, assomigliano a case dove si veglia un defunto.

Anche questo è il mondo al contrario: una tradizione millenaria celebra, in luogo di una nascita divina, la propria morte.

Alle otto del mattino si trovano vecchie signore, un barbone e alcuni disperati. Sono i nuovi disperati, preda di quel terrore quieto, postmoderno, in cui non trova davvero posto né la felicità né l'infelicità, e che residua come un fondo lutulento e nerissimo nei luoghi più vitali e riposti dell'anima.

Prima di andarmene mi viene in mente il titolo del post: un endecasillabo.

Sei infelice? No.
Sei felice? No.

Sono felici? No. Come potrebbero esserlo spossessati come sono di tutto ciò che può renderli tali? Una volontà pervicace ha reso le famiglie incubatrici di deviazioni e risentimento, il lavoro non esiste se non come occupazione forzata atta a generare un reddito minimo, il passato e il futuro sono stati cancellati. Di qui il latente terrore, la malattia mentale in agguato, l'ansia che spacca i cuori che non riescono più a intravedere una rassicurante continuità.

Sono infelici? Nemmeno, poiché hanno tutto ciò che la propaganda etichetta come felice. I prodotti col marchio felicità abbondano sugli scaffali; pacchetti d'amore in offerta, emozioni col timbro certificato, orgasmi quantizzati, stupori a dozzina, confezioni regalo di gioia, telethon di bontà. Ho donato due euri ai bambini congolesi con un click ... sono buona secondo i più rutilanti programmi PolCor e, quindi, sono felice ...

Sono tempi satanici? Sì. Il dolore e la morte generano la speranza e la gioia. Qui, invece, c'è solo la mediocrità dell'eguaglianza. La broda tiepida e volgare è uno degli attributi del diavolo. Distruzione della vitalità umana.

Nella nostra fine è la nostra fine, ormai.

Mi dicono: ma non eri ateo? Non eri anticlericale? Ora ti dai al presepe? Diventi sanfedista? Sei proprio un fascista! A questo rispondo semplicemente: si può vivere con una speranza che si crede falsa, ma è impossibile vivere senza speranza.

La soluzione del precedente enigma: credere razionalmente impossibile la resurrezione non impedisce una fede. San Paolo aveva torto. Consacrare la propria vita a ciò che si ritiene bello, e dotato di senso, e utile per la vita: ecco perché, da ateo, apprezzo le leggende di San Francesco o Iacopo da Varagine e posso commuovermi di fronte alla crocifissione di Cimabue. Le più umili linee delle prospettive giottesche ad Assisi riassumono la storia presente e futura e ci legano a essa. Fuori non c'è salvezza, solo perdizione.

Anche il tempo meteorologico si armonizza con tale rovesciamento di senso. È un inverno sterile, nonostante le esagerazioni dei profeti delle previsioni. La siccità è ormai un problema, il terreno è secco, duro, illividito. La vigna è sterile, l'olivo è sterile, questa è davvero la terra desolata, disseccata, guasta.

Ritrovo, in un libriccino, gli appunti di un decennio fa. Una sorta di manuale in undici capitoli. Non 10 e nemmeno 12: 11. Un numero indivisibile, strano, difficile da ricondurre a simbologie. Ma ormai mi riduco al divertissement:

1. Il ribelle venera l'armonia dei contrari.
2. Il ribelle non combatte se per ristabilire l'equilibrio ferito dalla hybris
3. Il ribelle ignora la cronaca
4. La bellezza nasce dal senso della morte. La bellezza è un argomento.
5. Il ribelle comprende immediatamente il libro. Infatti ne ha dimenticate le parole.
6. Il ribelle ride delle minacce: è già morto, infatti.
7. Il ribelle ha inghiottito il mondo
8. Il ribelle sa che una stella ricapitola l'universo
9. Il ribelle è un fiume che ingrossa
10. Il ribelle si fa beffe dei travestimenti del tempo (Stetson! You who were with me at the ships at Mylae!)
11. Le opinioni sono figlie della superficialità. Chi sa, infatti, non ne possiede.

2 commenti :

  1. Nun c'è speranza oggi pe' domani
    mettemose a cantà stàmose boni
    'sti botti che sentite nun so' niente
    è 'n temporale novo pe' la gente
    oppure so' dei fochi d'artificio
    guardamo a naso in su co' 'n ber soriso
    a mora dimme sì che te consoli
    pe' strada se pò dì che stamo soli
    appoggiate a 'sto muro che te frega
    e se quarcuno passa che ce veda
    e
    lascia stà
    nun parlà
    nun parlà
    basta un momento e noi semo contenti
    e che me dici a fa' stamoce attenti
    in mezzo a questo monno de dolore
    se 'n artro ha da soffrì che nasca pure
    se sgranano ner cielo bei colori
    e nun me dici più de venì fori
    e
    lascia stà
    nun parlà
    nun parlà
    e quando che 'sta pioggia se n'è annata
    voio vedè se Roma s'è sveiata
    a gatta ve leccate le ferite
    nun c'è più religione che ne dite...

    Flavio Giurato, per futili motivi

    RispondiElimina
  2. Solo l'amare, solo il conoscere
    conta, non l'aver amato,
    non l'aver conosciuto. Dà angoscia

    il vivere di un consumato
    amore. L'anima non cresce più...

    RispondiElimina

Siate gentili ...