venerdì 12 maggio 2017

L'ISIS, Mussolini e l'Italia profonda


Pubblicato il 30 marzo 2015

Siamo nella provincia profonda, profondissima.
Mi fermo a parlare un po' con mio cugino, uno che conosco da quando è nato e con cui, in tempi felici, intrattenevo gare a chi pisciava più lontano. Ha sempre lavorato, da quando aveva quattordici, quindici anni. "Se viene l'Isis mi arruolo con tutte le scarpe. Subito". "Mmmm ... va bene ... ma così a tua moglie le tocca mettere il velo" gli dico. "E allora? Tanto i preti il lavoro loro non lo fanno più, meglio quello, no?". "Eh, se l'Isis esiste sul serio un pensiero ce lo faccio anch'io. Ci pigliano insieme" scherzo. Ma lui non scherza mica: "Almeno si crede a qualcosa. O no? Almeno credono a qualcosa. Ma questo ..."; e prende tempo agitando le mani, " ... questo ...", come a dire: questo spappolamento generale, quest'oggi, questo schifo di situazione, "questo che è? Che rappresenta? Questo che è?".

Alcuni giorni dopo, invece, attacco discorso con un ragazzo di fuori Roma. Ricoverato presso una clinica romana. Sta nel letto accanto a quello di mio padre. Lavora presso una notissima industria dolciaria italiana. Moglie, figlia, parenti. Normalissimo. Mi rivela d'essere un fervente mussoliniano. Io ribatto con un'altra rivelazione: "Qui vicino, a cento metri, c'è una villa degli anni Trenta. Mussolini la fece costruire per Claretta Petacci". Lui si illumina. Si arriva a parlare di politica. Fini lo disgusta, e così tutta la destra. Sul governo in carica sputa fiele. E poi: "Io sono molto cattolico. Tutta la famiglia. Cattolicissimi. Mia figlia va a scuola dalle suore, pensa un po' ... e però lo sai chi ha rovinato l'Italia?". "No", gli faccio, "Chi?". "Il Papa. Il Papa. Con questa cosa dell'accoglienza. Ma cosa vuoi accogliere, cosa? E vengono, vengono ... ma vengono a far che? Ma che vengono a fare? Ha distrutto l'Italia. Tutti. Hanno distrutto l'Italia".

Cosa trarre da questi due minuscoli episodi?
Che l'Italia è profonda, profondissima, come la sua provincia. E sente oscuramente il tradimento della propria anima nazionale. Resistono ancora enormi sacche di resistenza, estranee alle inchieste sociologiche, al postmoderno, ai sondaggi, al digitale, all'infantilismo di facebook, dell'informazione battente, dei giochini di ruolo del politicamente corretto.
Solo un leader che riesca a catalizzare questo populismo e questo fascismo millenario, pievano, il genio della nazione, in definitiva, potrebbe aggrumare l’odio e dirigerlo contro la dittatura tecnocratica che ci domina spietata e irridente.
Le marce vanno organizzate dalla provincia verso la metropoli, non viceversa. Sobillare gli eunuchi di città, idiotizzati e infrolliti, è una perdita di tempo. Così come è una perdita di tempo fare appelli al raziocinio e spiegare, con dovizia di statistiche, che andiamo verso il baratro. Anche gli insulti servono a poco. L'unica strada è fare appello alle pance e alle trippe arcitaliane, guareschiane. Berlusconi l'ha fatto per vent'anni ... peccato fosse un criminale di basso cabotaggio ... e infatti, davanti alla prospettiva di perdere la roba, si è ritirato in convento (o nel bordello, fate voi).
Questa, che, a breve termine, è l'unica via di scampo, è molto difficile da percorrere.
La difficoltà proviene dalla nostra saccenteria, dal nostro narcisismo, dagli estenuanti e incessanti distinguo; quando invece servono poche parole, e ancor meno domande.

Per me son disposto a sostenere anche il diavolo.

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