venerdì 13 dicembre 2019

Note invernali


Roma, 12 dicembre 2019

Ignorare il tifo, i partiti, le prese di posizioni consunte e consolidate equivale a orizzontarsi in un bosco, di notte. Non è facile, se manca la luce della luna. Ci ho provato, alcune volte; il corpo reagisce dapprima goffamente, a cercare riferimenti non più esistenti; quindi l’occhio si abitua, anche nel fitto delle tenebre, il piede prende confidenza col terreno, si conforma agli ostacoli, le braccia si mutano in tentacoli sensorii; l’orecchio capta sonorità dapprima insondabili. Certo, c’è da vincere la paura. Lo sfiorare d’un ala sconosciuta o lo smuovere delle frasche atterriscono; una sorgente d’acqua, e le sue cascatelle, nel buio, il fragore che ingigantisce nella testa, possono addirittura gettare nel panico più abietto. Perché questo è: panico, come se la Natura volesse possederci e perderci definitivamente, in Sé. Eppure occorre tener duro, a costo di appiattirci al terreno e restare lì, immobili. No, non è facile; il conformismo è una droga potente; il sentiero stabilito dal potere invita a proseguire, sempre: perché inoltrarsi nel bosco?

Siamo talmente assuefatti a prendere posizione all’ombra di tali mascherine - la destra la sinistra la libertà il progresso la reazione - da nemmeno immaginare un mondo deciso da noi stessi, in cui le biforcazioni, i sentieri più sicuri e i pericoli vengono individuati da cippi e segni escogitati dall’esperienza della vita e del passato, senza il comodo di tali meschinità.

Potrei essere più sobrio? La domanda è mal posta. Son sicuro che, nella mia prosa, non dà fastidio qualche parola obsoleta in più e in meno, ma l’assenza dell’attualità.

Cercare l’attualità, spasmodicamente, ricondurre gli eventi alla piccineria di un’iniziativa; cercare, soprattutto, il last minute, il presente spicciolo: in maniera da inscenare qualche gazzarra; e sentirci così al sicuro poiché il fatto quotidiano può ben essere controllato da chiunque. Il fatto quotidiano è stupido, si regge su rapide e ridicole baruffe verbali, di cinquanta parole; ognuno si sente riconfortato: lo scontro incruento e coprolalico assicura dell’esistenza di qualcosa, altrimenti impalpabile, ovvero dell’esistenza della propria personalità, ormai sul catafalco dell’estrema unzione di sé stessi.

Non essere più niente: ecco di cosa si ha davvero paura. Si necessita dell’Altro solo per scongiurare le fitte di un nichilismo incipiente. Allo stesso tempo la dissoluzione attrae: basti osservare come alcuni si gettino nella fanga del dibattito con scomposta inverecondia, vociferando enormità impossibili da dimostrare o guazzabugli di senso che si ereditano da una razionalità ormai dismessa: così come i discorsi degli schizofrenici, un cumulo di metafore infrante, riverbero disperato di anni felici.

Louise Brooks, diva degli anni Venti, un’Americana divenuta europea, scrisse nelle memorie del 1982, pressappoco: il cinema non ha futuro perché allo spettatore è stato insegnato a considerare l’ultima cosa come il meglio, e a ignorare il passato. In tal modo, infatti, il gusto si ottunde, sempre più, come il filo della lama migliore, a passarlo su materia grezza con fare irresponsabile. Il trascorrere delle generazioni aggrava la patologia; l’ultimo uomo si ritrova imbozzolato in una estetica da guscio di noce, cantore di brillocchi e pietruzze da bigiotteria: i veri tesori, intanto, brillano attorno a lui, negletti.

Chi sa passa inavvertitamente, con implacabile logica interiore, dalla proposizione A a quella estrema, F, ignorando i passi intermedi. Tali uomini vengono detti superficiali o emotivi; le loro deduzioni affossate nella stroncatura dell’esagerazione. Ma non è così. Chi sa non può perder tempo ad analizzare ciò che, per lui, è minuzia o cronaca; un uomo di tal fatta salta direttamente alle conclusioni (stavo per dire: alla catastrofe) occhieggiando un particolare, per molti, insignificante. Ex ungue leonem.

Perché i paesi nordici sono i più stupidi? Perché vi si è stabilita, prima di ogni altro paese, la democrazia: nella sua autentica essenza sterminatrice. La democrazia, senza l’ostacolo della storia, dell’arte e dell’appartenenza spirituale, si è sviluppata come un’infiorescenza magnifica a giudicarsi, ma infeconda. E la democrazia, alla lunga, annienta menti e volontà predisponendo al suicidio. La vita del proprio gruppo d’origine, infatti, non viene più riconosciuta, anzi è sentita come estranea; di qui il conflitto tra norma e sangue. La prima vince, il secondo si dilegua. Il sangue, che reclama, in ogni tempo, soluzioni antidemocratiche, è recato nei tribunali da una corte di Menadi furenti e condannato in nome d’una costruzione posticcia e fantasmatica. I giudici, gli esecutori e gli spettatori plaudenti di tale pantomima sono anch’essi delle larve; basta guardarli in faccia.

Uno vale uno? Macché. “Uno per me vale diecimila, se è il migliore”, chiosò l’Oscuro.

Cosa teme la democrazia? Chi organizza la propria vita nel non-voto, nella perfetta indifferenza al tramestio liberale. L’America, quale entità post-apocalittica, ha molto da insegnarci in questo campo.

Si dice: se anche votasse l’1% avremmo costituiti, secondo legge, i nostri Parlamenti e gli apparati amministrativi locali. Certo, ma sarebbero impossibilitati a operare. Il sistema crollerebbe su sé stesso per il minimo raffreddore, venute meno le resistenze immunitarie.

Cosa vogliono i politici? Potere, soldi? No, il vostro voto. La bestia da affamare è quella liberale. L’unica legittimazione è la croce elettorale. Capisco, è difficile ragionare fuori degli schemi democratici. Alcuni Cristiani escogitarono l’appressamento alla morte; noi, più modestamente, un avvicinamento alla libertà.

Il non voto, lo studio assiduo, il tentativo, anch’esso diuturno, di sfuggire ai labirinti burocratici. Nessuno si chiede perché, in tempi di scartafacci, l’esistenza era libera dagli scartafacci e nell’epoca della smaterializzazione e della semplificazione digitale una fattura della società somministratrice d’elettricità rassomiglia a un trattatello universitario?

L’uomo che vota mi ricorda quelle tartarughe d’acqua che salgono i finti scogli dell’acquario, allungando il collo rugoso: nella speranza. Anch’egli, però, come le tartarughe, torna presto a mollo, nell’acqua tiepida e sporca, aspettando la mano benigna d’un padrone sconosciuto che elargisca, svanita l’altra, una speranza novella.

Si dice: l’Italia è troppo grande per fallire! Ma nessuno vuole questo. La si vuole svuotare, dal di dentro, espiantando gli organi uno a uno. Fegato, reni, cornee. Le chiamano privatizzazioni: sono, in realtà, smaterializzazioni, queste sì, assolutamente reali.

Smaterializzare le istituzioni è stato un lavoro, tutto sommato, ben facile. Lasciarne in piedi solo alcune, quelle repressive, volte a boicottare dolosamente chi si sente ancora Italiano, un’astuzia luciferina. Affermare, oggi, d’essere Italiani sollecita inevitabilmente l’attenzione di magistrati, tribunali, polizie, agenzie di spionaggio, centrali usuraie del Fisco. L’oppositore deve aspettarsi, prima o poi, sul proprio cammino, l’apparizione d’una raccomandata dell’Agenzia delle Entrate, d’una intimazione o d’uno scappellotto poliziesco. Son le residue Istituzioni, ammodernate per meglio controllare chi vuol sottrarsi alla Bengodi della Monarchia Universale. Chi insiste non ha alternative: deve fuggire sulle vette innevate; o morire nell’infamia e nella damnatio memoriae.

La puerile femminilizzazione della società ha reso il dibattito un eterno litigio da massaie. L’idealismo, inteso come passo più lungo della gamba, quello che incita al salto nell’ignoto, all’avventura, alla sfida, ha ceduto al passo alla bambagia del praticone. Nessuno prende le cose sul serio; va di moda l’essere umano mezzo cotto: il masscult, che ride di ogni aspirazione alta riconducendo l’empireo al proprio sgabuzzino; il midcult, la cui albagia vive nell’esaltazione d’una cultura effimera e postrema. Nessuno osa più niente, han tutti paura di dire ciò che va detto, anche di fronte al baluginio dell’evidenza. La razionalità stinge nel chiacchiericcio prosaico, da comari; l’accoglimento coatto dell’imbecille nel consesso della Sapienza ha abbassato il livello tanto che, a volte, l’intelligente si vergogna di affermare ciò che impone la logica. Ognuno si riconforta occultandosi alla vista della ragione; ci si accontenta di lavorare alla giornata pur sapendo che l’olio di gomito delle portinaie porterà l’edificio alla rovina.

Se c’è qualcosa di inefficiente ciò va cercato, sicuramente, nell’efficienza quale stile di vita. Per essere efficienti, ci dicono, occorre lavorare almeno dodici quattordici sedici ore al giorno! Il contrario della logica. L’efficiente è quello che opera, invece, riducendo lo spreco dell’esistenza.

Nel dopoguerra si portavano squadre di operai a scavare buche nel suburbio nord; lo stesso facevano quelle del suburbio sud. A metà strada i convogli di camion, ricolmi di terriccio, si incrociavano: quelli del sud andavano a tappare le buche del nord; e viceversa. Tutti erano contenti. L’efficienza assicurata.

Il parassitoide del Ventunesimo Secolo, una sorta di parassita-predatore, ha un rapporto costante e univoco con la vittima ospite. Benché sia la vittima quella, teoricamente, più indipendente (poiché il predatore non può evadere fuori della sua inclinazione biologica: sfruttare), fra i due si instaura, da subito, una reciprocità malsana: colui che subisce, nutre e legittima l’azione del parassitoide, credendo di ottemperare a un dovere; chi sugge, invece, si sente in diritto di farlo.

L’organismo vittima è complesso; il parassitoide semplice: come una bocca dominata dall’istinto unico: divorare.

La simbiosi negativa è detta rapporto democratico (implica concetti come libertà, diritti, giustizia, debitamente rimodulati a svantaggio della vittima); la semplicità del parassitoide-predatore consiste nell’uso dei suddetti concetti, sempre quelli, flautati in loop: l’utopia universale; la passività del paziente-cittadino-elettore riposa, invece, nella rispettosa fede, ormai concretata in tabù, verso queste indimostrabili fole.
Entrambi gli organismi sono destinati alla morte.
 
Avanzamento della malattia: ripulsa della tradizione, causa pace perpetua, costruzione d’una morale innaturale, sacrificio di sé stessi a tale deità invertita, infiacchimento fisico e depauperamento logico scambiato per progressiva e auspicata incarnazione della nuova Kali, eccitazione fanatica, sfinimento da sabba, catalessi letargica, implosione dell’endoscheletro spirituale, morte.

L’Artista attacca con lo scotch
una banana al muro: l’opera è valutata 20.000 dollari; un Compare la stacca e se la mangia provocando fiumi di interpretazioni trasgressive: si sparli purché si parli; il Critico, invece, commenta: “La banana attaccata la muro è un atto di desistenza sessuale. Come i giocatori che, a fine carriera, appendono le scarpe al chiodo. Il messaggio subliminale è, in realtà, un grido disperato: l’artista ci sta dicendo che non scopa più”.

Il candidato, alla luce di tale anamnesi da bar, riconsideri il concetto di reato associativo.


Inutile giudicare l'Artista: come giudicare la muffa sulle pareti scegliendo di vivere in cantina.

Il Tempo, inteso come giornale-quotidiano, se la ride: con la banana e la scopata. Confermando, purtroppo, che la sensibilità del destro medio (leggi: chi, in Italia, si sente, oggi, tale) è davvero quella d’un perfetto coglione.

I giornali, presunti di destra, fanno a gara a confermare i peggiori pregiudizi di quelli di sinistra. L’alterigia dell’ultimo intellettualoide progressista, insomma, centra il bersaglio; il sinistro, di fronte a tali spettacoli, si sente persino riconfortato: lui, il primo traditore dell’Italia, sciocco, fatuo e avido, la scartina dell’intelligenza, ha campo libero; da tali meschini spettacoli da Bagaglino sente, infatti, la vocazione a considerarsi qualcosa di rilevante. Di fronte a tale enormità provo quasi l’obbligo a subodorare un complotto: i destri a eruttare il proprio scandalo becero-futurista con la mano sulla patta; i sinistri a fintamente scandalizzarsi inalberando una profondità inesistente. Ma non c’è complotto, solo le parti di una farsa che assume i contorni di un dramma silente: ognuno, qui, si è ritagliato un ruolo, al caldo, nella tana tiepida della decadenza, e lo rinfaccia all’altro, in un teatrino con le parti già assegnate. Feltri mena scandalo con rozzezze assortite, il destro si esalta; il sinistro (Franceschini?) si picca dandogli dell’ignorante; e c’è il viceversa: il sinistro celebra la “cultura” (le consuete mezze calzette che fan tanto sdilinquere il sinistrato medio) contro la destra incolta e quest’ultima lo deride salmodiando le inevitabili litanie sui salotti progressisti. 
Poi, al riparo dei riflettori, ci si dividono le tartine.

La coglioneria appartiene, in solido, a tutti. E però solo il destro (chi, illudendosi, crede di esserlo) la rivendica con tale delirante e compiaciuta trivialità. Le rodomontate da osteria vanno bene, evidentemente, per sgravarsi da ogni responsabilità. Scorreggiare nelle retrovie del pensiero additando la prosopopea altrui dev’essere assai riposante.
 
In un terreno della periferia nord-ovest vengono rinvenute statue classiche, frammenti di frontone, bassorilievi, iscrizioni; nella zona si stratificano Etruschi, Romani, protocristiani, civitas tardo imperiali, boschi sacri; la croce si mescola a immagini votive dei Rasenna, tombe a pozzetto a cippi miliari, epigrafi di centurioni a incerte grafie altomedievali. Il terreno andrà all’asta in questi giorni. In un mese di ricerche non ho ancora capito con certezza se vi sono vincoli archeologici o meno; la Soprintendenza, o quel che è, arriva col cappuccino in mano, gravata da appena un secolo di ritardo; fruga, pontifica, ammonisce, intima. Intanto il tribunale, sotto la spinta delle banche, procede alla vendita. Una ventina di figure a latere ingrassa da tale minuscola operazione. A chi vende? Al miglior offerente, ovvio. Un palazzinaro? Un ristoratore? Un camorrista? E chi lo sa.

Il candidato, alla luce di quanto esposto, esamini l’enunciato: “L’Italia potrebbe vivere di cultura” e ne calcoli il grado di ipocrisia almeno sin al quinto decimale.

Qualche giorno fa ho assistito a uno spettacolo teatrale: era, nei propositi, la rielaborazione di Fronte del porto; una nullità impersonava il personaggio di Marlon Brando; la regia, invece, era da imputarsi ad Alessandro Gassman, figlio di Vittorio, il quale, suppongo (la mia è una notazione da critico), abbia visto o solo letto distrattamente le versioni di Fronte del porto. O, forse, alternativa peggiore, le ha lette e viste, ma non gli son piaciute: tanto da eliminarle, nella loro essenza vitale, dalla rappresentazione; che, purtuttavia, per mera comodità (le locandine erano già in stampa), è continuata a chiamarsi Fronte del porto. A teatro, il maggior teatro di Roma, un teatro pubblico, è andato così in scena Fronte del porto, in blanda e fuggevole relazione con Fronte del porto.

Dopo circa mezz’ora di deambulazioni sul palco, alcune fantasticherie di rabbiosa impotenza presero a girarmi per il cervello: in un caleidoscopio forsennato e omicida; finché, grado a grado, diluita la furia, anche a causa d’una copiosa circonvoluzione dei succhi digestivi, impegnati a decostruire un calzone al forno di consistenza metamorfica, una soporosa deità ebbe a sorprendermi la ragione, non più all’erta: mi feci un sonnellino. Al risveglio, dopo ripetuti colpi di gomito alla mia destra, la bocca lievemente impastata e gli occhi cisposi, stremato da un sogno indefinito a fior di coscienza, mi riassettai sulla poltroncina per riguadagnare il perduto aplomb. Con vivo piacere notai che qualcosa era cambiato in meglio: la pièce, infatti, volgeva al termine. Gli attori tornavano in scena: per l’applauso finale: un po’ gramo, ma, pare, dovuto; anche ai cani che abbaiano. Il protagonista, soprattutto, s’inchinava, ben oltre i novanta gradi, verso i sopravvissuti, quasi tutti lì per deferenza verso il simbolo della cultura di sinistra - Gassman, intendo - a centodieci gradi circa, misurati col goniometro del compiacimento più sciocco, una due tre volte, come una gallina meccanica che becchi una granaglia immaginaria; lui acceso, verginella dopo la prima notte di nozze, da quella stanca ovazione in trentaduesimo: che gli pareva di stare al Globe Theatre, Londra 1601; sessantenni e settantenni, le membra rilasciate per l’ora tarda, sembravano, infatti, più acchiappar mosche che tributare lodi, ma il Nostro non se ne curava, preso da un breve delirio egocentrico, le braccia aperte a simulare un abbraccio ideale, universale, gandiano; finché, con gesto non del tutto inaspettato, a legger bene quel suo panteismo attoriale da saletta di parrocchia, aveva a togliersi l’abito di scena: onde mostrarci una maglietta: la maglietta delle Sardine, nientemeno; nel nome della libertà.

Il nipote di Mirò vende i capolavori del nonno per aiutare i migranti. Senza chiedere nulla al nonno, ovviamente, già cibo per vermi dal 1983. “Credo di interpretare la volontà di mio nonno …”. Credo, egli dice. È in questi casi che il pensiero torna alle immortali parole di Padoa Schioppa sulle durezze del vivere: mi sa che aveva ragione lui.
Cosa ne pensi delle Sardine? Le loro facce mi pare riabilitino Cesare Lombroso, rispondo, distratto; è un giudizio così, a naso, continuo rivolto al mio interlocutore; è allibito? Ma no, solo deluso: credeva di estirparmi qualche moccolo e si deve accontentare d’una pallida stroncatura. In verità dico queste cose, tra il serio e il faceto, solo per recidere ogni empatia, qualsiasi tentativo di ristabilire una comunicazione sociale minima: amo stare solo, infatti. E questo perché solo nella solitudine ci è concesso ancora qualche sprazzo di grandezza. Qui, in tale folla, ogni anelito celeste, persino l’aspirazione a una mediocre e pensosa dignità, pare impossibile. La frenesia trita la contemplazione, la preghiera, il pensiero; in effetti, nessuno pensa più. Meditare un gesto, una mossa, riguadagnare la compostezza. Ciò rimane una chimera. Si è presi, minuto dopo minuto, nelle spire vorticose della futilità spacciata come essenziale. Scoraggiare, quindi, il prossimo, nei suoi laidi inneschi di finta empatia e altruismo, assume il carattere d’un atto doveroso. La minutaglia della cronaca, il pulviscolo della socialità digitale intorbidano la purezza della meditazione; concentrarsi su un obiettivo (leggere la pagina di un saggio, a esempio) richiede, oggi, un dispendio di energie totalmente sproporzionato al fine. Perché di questo stiamo parlando: è più facile lasciarsi andare, seguire la corrente dell’entropia, che erigere nuclei di resistenza. Energia, non altro. La mente, come un antico macchinario disabituato al lavoro, i pezzi decisivi rugginosi e stenti, richiede un quantum di energia vitale troppo alto per l’organizzazione di unità ordinate e logiche; si desidera, perciò, l’emozionalità, l’illogica; un homunculus, posto di fronte a pagine dense di concetti coavvinti fra loro, cede, da subito: o leggiucchia (una riga sì, quattro no) oppure equivoca. Mi è capitato, non infrequentemente, di vedermi rimproverare per delle parole che esprimevano il medesimo senso di marcia dei rimproveri: solo che i destinatari, pur d’alto livello, almeno in apparenza, avevano inteso esattamente al contrario gli enunciati, confondendo fischi per fiaschi; oppure reazione e rivoluzione; magnanimo con egoista; mal interpretando virgole, e punti e virgola; saltando a pie’ pari, causa fretta (per alcuni la fretta è sinonimo di efficienza), il succo del discorso: “Avevo capito che …”, “Qui non si capisce …”, “Allora ti sei spiegato male …”. Col tempo ho abbassato l’asta delle mie aspettative sino a concedermi a una brutale significazione: di questo passo, ne sono convinto, ci si esprimerà a gesti. D’altra parte, basta leggere un manuale di retorica per avvocaticchi degli anni Cinquanta (prosa enfia, iperboli, trucchi verbali) per rendersi conto che gli ambiti della civiltà si stanno restringendo; oggi pochissimi sono in grado d’intendere quelle pur misere esagerazioni; persino una parola come “spettanza” comincia ad annegare nell’oceano della dimenticanza sostituita da “dovuto”, “quanto richiesto” sino a un definitivo ed esemplare “ciò che mi si deve”.

Rimanere soli, anche per sfuggire a un gioco al ribasso, miserabile, che tutto risucchia per volgerlo a sé, nelle more di un calpestìo squallido e senza ritorno.

L’intelligenza di un popolo dorme nel genoma delle sue viscere, ma può consumarsi velocemente, sino a rendersi inservibile. Questi sono tempi accelerati, in una settimana si dismettono le meditazioni di secoli. Il primo dovere, perciò, è quello di preservare.

La solitudine consente inattualità vertiginose, sorprendenti. Gli eventi riacquistano il loro reale valore tanto che, spesso, si è tentati di ignorarli del tutto. Fatterelli nascosti, invece, risaltano contro il bordone sonoro del cicaleccio globale: piccinerie d’alto valore simbolico. Per discernere, però, occorre silenzio e una prossimità umana severamente scelta.

Quando mi aggiro in biblioteca, mi piace spesso gettare uno sguardo alla cronologia dei prestiti. Il volume delle Quarante poesie di Charles Baudelaire, un’agile e benemerita silloge della Einaudi, reca iscritte, nella colonnetta appiccicata all’uopo, nove date: quella del primo prestito, 24 dicembre 2004, e quella dell’ultimo, 19 aprile 2017. In più di tre lustri, presso uno dei più popolosi settori di Roma (duecentomila anime), solo nove persone (una sono io) hanno sentito l’esigenza di leggere: “Ô fins d’automne, hivers, printemps trempés de boue/endormeuses saisons! Je vous aime et vous loue/d’envelopper ainsi mon coeur …”. La domanda non è: perché gli Italiani non leggono più? L’interrogazione capitale consiste, invece, in questo: perché ci hanno instillato, goccia a goccia, tale disprezzo?
Ma sì, è vero. La sconfitta inaridisce. Si diviene cinici, d’un cinismo sistematico quanto sterile. Si fa d’ogni erba un fascio, grossolani e liquidatori. Lo sguardo è più greve, cala la forza di considerare le sfumature. Ci si fa, insomma, più conformisti, in ossequio inevitabile a ciò che, prima, si denigrava. Da incendiari a pompieri il passo è breve.
A volte mi sorprendo a pensare che la regressione sia dettata dalla volontà, fallace, di sopravvivenza. Troppo raffinati per resistere, l’umanità agogna inconsciamente lo stato meduseo, le ruvide chele di Eliot trascinate sul fondo del mare. Ristare, come rettili, al limitare d’una pozza tiepida. Rinunciare alla complessità, ridivenire bocche, semplici apparati di desiderio: magari già siamo il sogno di un Demiurgo Sconosciuto.

19 commenti :

  1. Ormai è un po' che la leggo, complimenti per lo stile prima ancora che per i contenuti , fa davvero piacere in tempi di sciatteria subcontinua. Da appassionato lettore di scrittori considerati complessi (es. Manganelli, Landolfi, Pizzuto e l'oscuro, almeno per me, Saba Sardi), trovo i suoi scritti molto stimolanti. Attendo quindi il prossimo e Le auguro buone feste.
    Giuseppe

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    1. Pizzuto ancora lo pubblicano? Era uno dei favoriti di Gianfranco Contini. Grazie e buone feste.

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    2. Opera pressoché omnia ripubblicata da Polistampa, un caro saluto
      Giuseppe

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  2. Caro Alceste,
    alle ultime elezioni comunali non ho votato. Purtroppo tanti coglionazzi sono andati alle urne (parecchi vecchi), ed hanno votato ancora per i piddioti eleggendo al primo turno il compare del Bomba. Costruirà l'ennesima tramvia che distruggerà la città che fu anche capitale del Regno. La farà costruire perché il costo a chilometro è da record mondiale per via di tangenti astronomiche da pagare a tutti i compagni di merende dell'amministrazione comunale. Naturalmente l'opera non serve ad un cazzo. Per la cronaca il candidato sindaco dell'opposizione di centro-destra aveva organizzato per il suddetto sindaco una cena elettorale durante le elezioni precedenti.
    Non votare è una mera resistenza passiva, può servire, ma non basta. Un tempo esistevano i monaci guerrieri: pregavano, ma all'occorrenza combattevano anche. E qualcuno qui combatte. C'è un ex usciere comunale che ha dichiarato guerra al Bomba, alla sua famiglia ed a tutto il cosiddetto "giglio magico", si chiama Alessandro Maiorano. Ti invito a guardare il suo profilo facebook. Ogni giorno posta dei video con la cronaca delle denunce fatte da lui e dai suoi avvocati. Mi piace pensare che qualcuno non ha paura. Non lascia che sia per il quieto vivere. Oppure perché semplicemente si è stufato e non gli importa più di nulla. Alceste sei disilluso perché il sistema è marcio in ogni sua parte, ma hai visto mai che a tirare un sasso in mezzo al lago non si risvegli il mostro di Loch Ness. Nessuno di noi conosce la fine.

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    1. Io credevo nel risveglio dello spirito di Don Camillo e Peppone: mi sbagliavo. Staremo a vedere. L'elettroencefalogramma è piatto.

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  3. "Nessuno osa più niente, han tutti paura di dire ciò che va detto, anche di fronte al baluginio dell’evidenza."

    Terrore, a volte, non paura. Io ho visto gente tremare.

    Alceste, dove sono queste vette innevate?

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  4. Caro Alceste, la vera malattia del nostro tempo è la noia che come una nebbia ammanta la quotidianità e ci impedisce di vedere le cose.
    L'attualità o per meglio dire gli slogan rappresentano il metadone da somministrare al micco, che nella bolsa retorica di sardine, Grete e Carole, non ha tempo e modo di pensare ai sintomi del degrado morale che stiamo vivendo.
    Mi riferisco al fatto un mondo dove nascere, invecchiare ed ammalarsi diventa un problema è un mondo finito.
    Per questo l'attualità è il perfetto divertissement, che ci distrae dalla miseria di genitori ottantenni che ammazzano figli handicappati o genitori che dimenticano i figli in macchina sotto al sole.
    Quanto valiamo e cosa resterà di questi tempi?
    Meglio non darsi risposte, pena osservare fenomeni di autoelimimazione di massa.
    Restano poche strade di resistenza o meglio dire di desistenza, per alcuni droga, psicofarmaci, video game o una qualche forma di pattume spiritualista.
    Altri cercano conforto negli antichi uomini, nella tradizione e nella nostalgia.
    Colgo l'occasione per augurare a lei è a tutti i commentatori che seguono il suo blog delle serene festività

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    1. Caro Marco,

      anche io vedo tanta noia, ma diversa da quella passata, sembra sgorgare da un sentimento accidioso d'indifferenza totale. Come te non biasimo le varie vie di consolazione perche' ognuna origina dalla stessa fonte d'impotenza e delusione: chi mette la testa sotto la sabbia, chi combatte contro i mulini a vento, chi si ritira in meditazione, chi segue la corrente per fare meno sforzi, chi cerca di trarne vantaggio personale immediato...
      Tutti sentono l'ingiustizia di fondo in cui vivono, ma le forme di reazione o contenimento sono state rese superflue: infrante le speranze di una condivisione reale di buoni propositi senza ipocrisia, incapaci di flitrare e proteggerci dal bombardamento d'immagini, informazioni e relazioni (a-)social che tolgono tempo ed energia, scontiamo la nostra pena in solitudine. Il degrado morale, come lo sfilacciamento logico-intellettivo di cui parla Alceste, sono onnipresenti, sempre per chi ha occhi...quanto alla tua domanda: valiamo quel che lasciamo ai posteri...quindi, per ora, sembra poco o niente!
      Ricambio gli auguri di buone e serene feste.
      Cari saluti,
      Ise

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    2. L'idea di considerare l'ultima cosa come il meglio, ignorando o disprezzando il passato, non fa parte solo del cinema ma di tutto il  "filone d'oro" del "progresso" che ci perseguita. Aspettarsi che un'opera d'arte (o cinema, teatro...), oggi, esprima o serva qualcosa di diverso dalla trita propaganda antiuomo penso sia anacronistico. L'attualita', o meglio l'attuazione dell'attualita', avanza su scala globale come un blob informe capace d'innescare l'inversione di senso ovunque si depositi: silenziosamente ha ricoperto tutti i pori che lasciavano traspirare e trasparire passato, presente e futuro. 

      A proposito di attualita'! Mi stupisce veder salutare con entusiasmo la Brexit, come soluzione da imitare, dimenticando che la Gran Bretagna "eccezionalmente" non ha mai adottato l'euro, come "eccezionalmente" li' ancora vale fare un referendum per sancire la decisione finale. Tale uscita era gia' nell'ordine delle cose, servita su piatto d'argento, al contrario di chi ha adottato l'euro a vantaggio dell'asse franco-tedesco, anglo-americano e su a salire i gradini della piramide. Noi dipendiamo da una valuta straniera che paghiamo a caro prezzo (finanziandola con la nostra residua ricchezza passata) solo per poterla usare, e ad esclusivo vantaggio di altri. Pensare a questo, come all'assurdita' del debito, del Mes e altre armi di distruzione di massa, fa intravedere l'entita' della trappola e l'impotenza che ne deriva.
      Arriviamo sempre con anni di ritardo nella comprensione di cose gia' attuate col nostro "consenso" e rilascianti solo effetti nefasti a catena su tutto. Un consenso ottenuto tramite esche ben studiate, e l'inganno insito nella pratica democratica, che ne e' lo strumento primo di avvallo e attuazione. Essa mai indichera' i responsabili ne' li punira' del tradimento, al contrario li premia. Essa non permette la soluzione definitiva di cause ed effetti nefasti perche' nessuno puo' fare un programma di sacrifici a lungo termine.  D'altronde le nazioni democratiche sono quelle che hanno in seno i piu' potenti servizi segreti: solo gli slogan dei principi democratici e delle buone intenzioni sono alla luce del sole dell'informazione 24H, mentre le azioni reali distruttive operano all'ombra di essa...un cittadino che vota non sara' mai un cittadino informato; al massimo, se gli va bene, lo sara' anni dopo, a cose fatte, tramite un trafiletto in terza-quarta pagina, se ha ancora voglia e tempo di leggerlo. 

      In famiglia sono dieci anni che si cerca di creare una biblioteca con il lascito di decine di migliaia di libri, la classicita' greco-romana in testa: dovevano andare in una sede poi resa inagibile per il terremoto (ma forse meglio cosi'), poi tutti a promettere che li avrebbero presi per realizzare biblioteche, centri di non so che, poli culturali ...stringi stringi nessuno aveva fondi o sedi o volonta' adeguate. Persino i preti si scomodarono. Alla fine un parente propose di darli a chi ricicla carta, che forse ci dava pure indietro qualcosa. Ora sembra che un'amministrazione desideri ingrandire la sua biblioteca. A volte pero' penso: in che mani li do' (immaginate quale amministrazione)? Quali mani mai li sfoglieranno o li sgualciranno? Vale la pena donare certi tesori a chi non sa farne alcun uso? E se poi restassero a marcire negli scatoloni? Non sarebbe meglio se li portassi sul cucuzzolo dove sorgeva il vecchio castello abbattuto per mancanza di gente che sapesse farne uso, e dessi loro fuoco?

      Cari saluti,
      Ise

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    3. Il secondo commento non era in risposta a Marco ma generale, e' finito qui per errore.
      Ise

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    4. Cara Ise,
      tu sai che solitamente sono uso a baciare la terra su cui cammini ma stavolta sono costretto a ribattere.
      Mi stupiscono infatti certe affermazioni allineate al generico sentire ed argomentare "complottista" in materia economica.
      Il nostro disgraziato paese non è affatto stato rovinato dall'ingresso nell'euro che anzi ha consentito un provvisorio abbassamento dei tassi al servizio del colossale debito pubblico, quanto da venire al pettine, inevitabile, delle contraddizioni, delle follie accumulatesi negli ultimi cinque decenni.
      Ti ricordo che già alla fine degli anni '70 ipotecammo 500 tonnellate dell'oro patrio a favore della Germania per ottenere un urgentissimo prestito onde poter pagare gli statali...Condizione che solitamente si impone a Stati quali il Venezuela, neanche l'Argentina. Avevamo la nostra liretta.
      Ti ricordo l'uscita forzata dallo SME, nei primi anni '90, che consentì, al prezzo di una svalutazione della liretta del 30%, di dare provvisorio respiro a un export ormai asfittico, lasciando immutati i problemi e alimentando ulteriormente il debito (Ciampi governatore in una notte bruciò 50.000 miliardi in valuta).
      Morale: eravamo già tecnicamente falliti.
      Il problema non è l'euro, il Mes, l'Europa; non esistono soluzioni comode quando si è insolventi, se non il progressivo esproprio delle ricchezze private onde evitare il default conclamato. E poco mi cale se mi derubano per ripagare gli "strozzini della finanza", la Germania, il Fondo Monetario, oppure semplicemente per continuare a pagare pensioni fasulle, spesa pubblica improduttiva (raddoppiata dal 2000 da 400 agli 800 miliardi del 2019!).Anche se disponessimo di moneta nazionale saremmo in stato comatoso sudamericano…
      Non esiste via d'uscita collettiva ma solo individuale, chiaro come il sole.
      Quando l'ubriacatura da debito che affligge tutta la finanza internazionale presenterà il conto finale, quello della realtà, noi saremo il coccio più fragile ed esposto: più nulla da poter tassare, miseria a mezza gamba, pensionata metà della popolazione, gli altri pochi, stanchi di essere derubati e vessati, gliela avranno ormai data su…
      Resteranno i sognatori, quelli che ancora credono di poter continuare a vivere sulle spalle degli altri, come da abitudine inveterata. Auguri!
      A Te quelli di Natale.

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    5. Caro Loris,
      parlo per quel che ho visto nella mia breve esistenza senza l'intento di allinearmi al complottismo; pero' non sono ferrata su quanto accaduto in passato in materia economica, ben vengano i tuoi lumi. 
      L'infelice decrescita che vedo realizzarsi mi fa spontaneamente attribuire la rapidita' del grande balzo indietro anche alla "libera circolazione" dell'euro. Che poi quest'ultimo sia solo un detonatore dell'esplosivo piazzato da tempo nel nostro paese, non fatico a crederlo. Molti complottisti parlano di Ciampi eheh. Ricordo una persona cara che lo conobbe e mi disse che parlandoci sembrava non capisse nulla di economia.
      Ma dimmi, tu che sei ferrato in materia, esiste per caso una soluzione economica? 
      Auguri anche a te di Buon Natale, tra le tue vette innevate! 
      Ise

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    6. Ise gentile,
      la soluzione, parecchio individuale, l'avevano trovata un paio di mille anni fa.
      Si chiamava "pentola sotterrata riempita di aurei"...Senza quella invenzione oggi non si darebbe numismatica romana. Siamo nel Tardo Impero, dopo Diocleziano, un'altra civiltà ormai alla frutta, in febbrile attesa dell'ammazzacaffè ma non causa i Barbari…: finiti i quattrini per pagare gli statali (i legionari), stampata valuta col badile (svilimento della componente argentea del denarius di oltre il 95%), distrutta la classe produttiva agraria italica (il frumento si comprava dall'Egitto), licenziamenti di massa (manomissione cioè liberazione degli schiavi), tassazione esosa, controllo statale dei prezzi, panem et circenses, cittadinanza estesa a cani e porci (per meglio tassarli e per chiamarli alla leva militare).
      Vedi qualche correlazione?
      La soluzione fu, ovviamente, molto provvisoria; quella definitiva tardò un migliaio di anni, quelli necessari per arrivare al Rinascimento... Banchieri che gestivano un denaro onesto (fiorino, genovino, zecchino, 100% Au), l'invenzione della partita doppia, l'affermazione dell'individuo laborioso.
      Costantinopoli non fu ugualmente travolta, sopravvisse i soliti mille anni: aveva casualmente un denaro sano (il bisante, 100% Au), bastò quello per deviare Unni e compagnia verso il Danubio. Pensare che era un coriandolo di solo 3,5 gr, ma puro!
      Vedi altre correlazioni?
      Per sovrappiù oggi abbiamo anche una tecnologia al servizio del Truffone Globale e, purtroppo, i metal detectors…
      Forse passeranno altri 1000 anni per vedere la soluzione.
      E forse sarò più serio une prochaime fois.
      Ancora auguri a tutti, ad Alceste in testa!
      Ne abbiamo bisogno.

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    7. Ultime notizie!
      La Regione Sicilia rischia il fallimento (sai che scoperta). Miccichè supplica il Governatore di chiedere aiuto allo Stato…(fallito)
      Come volevasi dimostrare: ne vedremo delle belle…
      Preparate la pentola, se potete...

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    8. Caro Loris,

      capisco quel che vuoi dire, non potevi essere piu' serio.
      Le espressioni "denaro onesto" e "denaro sano" oggi sembrano solo un ossimoro, un gioco di parole.
      So che la svendita dell'Italia e` iniziata da molto tempo...le pentole ormai credo le fornisca solo il diavolo, quello che le lascia senza coperchio cosicche' tutto il loro contenuto ci si possa rivoltare contro.
      Pero' rilevo una nota positiva nelle tue parole: mille anni non sono poi cosi' tanti per vedere la soluzione, credevo peggio!

      Cari saluti,
      Ise

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  5. "... Allo stesso tempo la dissoluzione attrae: basti osservare come alcuni si gettino nella fanga del dibattito con scomposta inverecondia, vociferando enormità impossibili da dimostrare o guazzabugli di senso che si ereditano da una razionalità ormai dismessa..."

    Poi, però:
    "...Chi sa passa inavvertitamente, con implacabile logica interiore, dalla proposizione A a quella estrema, F, ignorando i passi intermedi. Tali uomini vengono detti superficiali o emotivi; le loro deduzioni affossate nella stroncatura dell’esagerazione. Ma non è così. Chi sa non può perder tempo ad analizzare ciò che, per lui, è minuzia o cronaca; un uomo di tal fatta salta direttamente alle conclusioni (stavo per dire: alla catastrofe) occhieggiando un particolare, per molti, insignificante. Ex ungue leonem."

    Se non ti riferisci a SedVeste, qui, allora ce l'hai coi commenti su comedonchisciotte: non ti curar di loro ma guarda e passa.

    Purtroppo la controinformazione attira molti perché dà licenza di scaricare sul Sistema la responsabilità dei propri insuccessi. A ragione, per carità, nella maggioranza dei casi: i ceti di censo sono compartimenti stagni e l'ascensore sociale è riservato a chi ha la menzogna facile.
    Anche nelle conversazioni di ogni giorno, i critici dell'ordine costituito partono svantaggiati, in quanto su di loro grava il seguente sospetto dei più: costoro, questi ipocondriaci che tanto criticano e sospettano, lo fsnno per tensione ideale al Giusto e al Vero, o perché magari inconsciamente cercano una qualche redenzione personale, una giustificazione alle proprie miserie? D'altronde, viviamo nell'epoca più prospera che ci sia mai stata, e ciò che è reale e praticato e universalmente accettato dovrebbe essere intrinsecamente giusto. Il potere è buono, e io sto bene.

    Ritengo sia questa disposizione d'animo della bovina maggioranza che fece affermare al cardinale Richelieu quella famosa massima per cui il governo parte sempre con un cospicuo vantaggio al momento di dover sedare una ribellione. Ma non riesco a trovarla su internet, si vede che non è del cardinale Richelieu.

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  6. A proposito di Cattelan e frutta assortita, così si espresse la buonanima di Costanzo Preve : "una società che quota in borsa la merda d’artista, pagandola migliaia di Euro, anziché prendere a calci nel sedere questo signore per uno scalone, è una società chiaramente malata”

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  7. La giovane moglie cincischia col grembiule,
    gli occhi le si riempiono di lacrime,
    e quasi scoppia a piangere,

    questo la rende ancora più bella, ancor più desiderabile,

    beh, suo marito proprio non arriva, dice l’esecutore seduto al tavolo della cucina,
    e continua a giocherellare con il registro dell’ammasso,

    arriva, arriva, è che la monta va per le lunghe,
    risponde la donna, e si sente
    invadere anche da un altro tipo di eccitazione,
    e ha la voce roca,
    come quando da ragazza un giovanotto l’andava a trovare,
    ciò l’intimorisce e la fa ammutolire,

    ma certo, l’asseconda il giovane di bell’aspetto,
    sa che mente,
    aveva visto il contadino dalla finestra del comune,
    andava nel bosco, col carro,
    per questo aveva programmato così la visita,
    e comunque nessuno fa montare due cavalli contemporaneamente,

    guardi, dice, e fa cenno al collega di uscire,
    il suo sguardo scivola sul muro, sul diploma per il Corso per Agricoltori Spiga d’Oro,
    da lì sul calendario a muro Terra Libera,
    in cui allegre colcosiane sovietiche raccolgono il cotone in maniche di camicia,
    poi ancora sulla donna,

    possiamo intenderci, non sono uno così cattivo io,
    e con sguardo significativo fissa negli occhi la donna,

    lei non dice nulla, ma se ne sta immobile in ciabatte in mezzo alla cucina,
    e abbassa gli occhi,
    lotta con sé stessa,
    poi lentamente si sbottona la camicetta,
    ma il liquidatore fa cenno di no,

    si alza, va dietro alla donna,
    la bacia sul collo,
    e con delicatezza le spinge in avanti la testa,
    giù fino all’altezza della vita,

    è ancora l’uomo ad alzarle la gonna e la sottoveste,
    ma le mutandine se le toglie lei da sola,

    all’inizio si vergogna,
    visto che nemmeno fa per resistere,
    come una puttana, come una zingara, pensa tra sé,
    poi le viene in mente il frumento per la semina,
    rinvenuto fra lo strame,

    questo la tranquillizza,
    il viso le si arrossa, non ha più sensi di colpa,
    ora piace anche a lei,
    è solo per lei un po’ inusuale così da dietro, in piedi,
    con suo marito è abituata a quattro zampe, sul letto,
    le è ignota questa usanza cittadina,

    scosta dal seno la mano dello sconosciuto,
    gliela sposta indietro sui fianchi,
    si china ancora di più,

    inarca la schiena,
    afferra con forza la sponda del letto di fronte,
    prende lo slancio,
    e inizia a muoversi ritmicamente a contrasto,

    chiude gli occhi,
    la crocchia le si scioglie,
    e non la disturba neanche
    essersi dimenticata di girare la chiave,
    o che nella culla il bimbo può svegliarsi,
    perché le paperette si sono spaventate e schiamazzano forsennate nella cassetta.

    Imre Oravecz, Esecuzione

    -- BUON NATALE --

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  8. Vorrei postare il link ad un articolo,
    che a sua volta illumina sull'inutilità dello schierarsi politicamente.
    È piuttosto ironico e divertente, ma tutt'altro che banale
    e offre spunti davvero molto interessanti:

    https://keinpfusch.net/guerre-tra-poveri/

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Siate gentili ...