lunedì 2 luglio 2018

Stravecchi assaggi (i miei giovani giorni nelle Langhe ... ottant’anni dopo La malora) [Il Poliscriba]


Il Poliscriba

Nell'intero gelso onirico
a corto d'estate è il pozzo
… vecchio vuoto d'acqua
la pergola indora d'ambra i guanti fiori
e nei fianchi delle robinie e dell'acacia
nel furore invetrato dei rumori
sgrana mela l'apribocca
sepalo bruciato d'una cosa in te
… tra rose, rosa
(quando il Poliscriba si dilettava in poesie bucoliche)

Devo ricordarmi di pomeriggi in fuga dalla città impazzita, prima che fosse il mercato delle vigne a mutare il paesaggio vitivinicolo delle Langhe, a maturare per marcire d’egoismo agroindustriale le colline, i rabbocchi terreni pennellati di stracci verdi, non ancora coltivati intensamente dopo l’omicidio dei boschi profetizzato dal Cassola.
Si sorseggiava allegramente e gli occhibuchi mi guardavano come fossi un bambino, io ch’ero un giovane bipede inesperto, contento di essere accolto tra bevitori incalliti di rossi genuini, non strutturati, lasciati macerare nei loro roveri, talmente a buon prezzo che, il presente etichettato DOCG, sembra un cattivo plagio, un logoro rubino presagio di morte dell’amicizia consumata, noia dopo noia, con accompagnamento di ricordi di vite strappate alla morte.
Le mani aggrinzite, rapaci sui vetri ricurvi, sporchi di depositi viola; sugheri sui tavolini e intonazione di canti montanari.
In quali uteri nuotavamo, noi, generazione X, quando quegli esseri sdruciti di fuoco e vento sminavano i passaggi tra le valli, lottavano per la pace portandosi a spalle i cadaveri?
Non sono mai inciampato sulle giustificazioni belliche e penso ai giovani di ogni fazione in guerra, come vittime, e ho serbato il gusto di lasciarmi irretire dai racconti delle ritirate disperate, oltre i valichi, nelle arrampicate ferrate, scaldate da grappe anestetizzanti, racconti di vincitori e vinti, scavati da mortali mortai.
Ero solo un infantile ascoltatore di reduci, un osservatore stupito di macchie senili, un fuggitivo che lasciava il suo precario futuro e i suoi vent’anni a coetanei confinati nei fine settimana tra le spire elettroniche e ipnotiche della tecno-dance.
Mi prendevano per matto, così, in risposta al dileggio per la mia precoce misantropia, ficcavo nello zainetto tutto il tempo necessario per andarmene con  una stramazzante 127 a sbronzarmi di dolcetto e di antica felicità, oltraggiando con famelica ignoranza ammuffiti formaggi, crostini salati,  ricevendo  pacche sulle spalle se imbroccavo la sparigliata a carte.
E non sempre mi andava bene.
Le memorie ossute, ai bordi del biliardo, mi facevano a pezzi e, pur esibendo le mie evidenze muscolari, nulla potevo contro le loro estenuanti costole, quelle forze contadine nascoste sotto ruvide flanelle, ma forti nelle mani da spezzarmi i polsi quando le stringevo per convenevole saluto.
Ed anche i loro sguardi erano più buoni dei miei e il dialetto mi fregava la comprensione da sotto il naso; si prendevano gioco di me, mi chiamavano vitello senza coda, con bontà, per ristabilire quella giusta gerarchia che, per le loro canizie, doveva legare i vecchi ai giovani.
E le anziane signore erano ancora ombra nei biascicati consigli di starmene alla larga da quei perdigiorno; i vedovi sapevano, conservavano segreti e un certo apparente potere da pater familias, e le vedove, che ogni tanto si aggregavano a noi, ricordavano a tutti che gli stupidi uomini spesso campano  meno delle loro donne.
E mi canticchiavano, stonati, giorni su schiene storte che si raddrizzavano in balli al palchetto.
In strofe dal labiale difficile parlavano di quelle belle che si cucivano fiori tra i capelli, delle loro gambe desiderate, nascoste sotto le vesti che, a metterci le mani callose in mezzo, scoprivi a stento  che non erano lisce. E insistevano sull’acqua delle risaie alle quali affidarono mal volentieri le figlie giovani; sulla polvere delle mietiture; sulle stoffe grezze che rendevano le loro femmine   simili a legno chiaro di betulla, nulla di sensuale, ma non per questo respingenti gli assalti primitivi e privi di romanticismo letterario delle loro voglie maschili.
Per lunghe ore estive, scodellavano nelle mie orecchie, poco avvezze al patois langarolo, racconti di lavoro e logorio di ossa e nervi “...  sempre meglio della guerra”, confermavano tra loro, che non ha fatto più bravo nessuno, ma almeno ha donato amicizie eterne in cambio di una sopravvivenza inaspettata, consumata con inamovibile ciclicità tra le quattro del mattino e le otto della sera, a dispetto di fortuna e sventura, oltre le malattie incurabili accettate come fatalità prima dell’avvento della prevenzione e della diagnostica medica.
Ed erano stati bambini, tutti quanti, irrimediabilmente fanciulli, la cui unica prospettiva era il duro spaccarsi le ossa sulla bassa terra, interrotta da giochi nella polvere, fionde rudimentali, paletti lanciati contro muri stremati di sole, batraci cacciati senza dolo ecologico, scoppole sulla testa e fughe nei granai a ginocchia sbucciate sotto corti calzoni, prima che gli stessi diventassero asfittici rifugi antiaereo.
La scuola dell’obbligo, che mi ha reso molle, per le loro intelligenze da calcolo ristretto e osservazioni di cielo e semi, era il ricordo vago di poesie imparate e declamate sulle sedie impagliate, da figli e nipoti, ai matrimoni, davanti agli scemi del villaggio, dopo gli aborti, le violenze domestiche, gli incesti per non mollare le terre a nessuno.
Intuivo le invidie accatastate come legna da ardere sopra virtù sbandierate in piazza o nascoste nei fienili di cascina “… perché i panni sporchi si son sempre lavati in famiglia”, mugugnavano, e “... i confini si misurano al centimetro, si difendono sempre e, comunque, come i figli che sbagliano” e, se necessario, si ritracciano partendo dai grandi fichi che non bastano a raffreddare, con la loro ombra, gli atavici odi contadini che nemmeno le mappe catastali sono riusciti a placare.
Loro che stavano ritorti sotto il peso della falsa umiltà in mezzo a parroci, sindaci e carabinieri come felci ondeggianti tra tronchi stabili, mi formavano nell’arte di tacere per affermare, nell’arte di sorridere a denti stretti per negare.
Un tempo, non oggi, erano ospitali con gli stranieri una volta all’anno, a Natale, per poi, diffidenti, ritirarsi dietro persiane chiuse; spie dietro a feritoie, come ci si appostava durante la guerra; finestre aperte soltanto per stendere a lutto drappi neri, sbiancati da roventi graffi solari.
Quando me ne ritornavo in città, mi salutavano con un arrivederci, perché mi avevano “fatto amico”, e speravano di rivedermi presto.
Non erano incuriositi dal mio modo di vivere i miei giovani giorni, ma dalla mia disponibilità ad ascoltare il reiterato racconto del loro passato che i loro nipoti diplomati, pronti ad entrare alla Ferrero Spa, non avevano più voglia di sentire.
Mi ficcavano una bottiglia tra le mani “... gaute la nata!”, ridevano: “… e cerca di goderti la vita, bambin, tu che studi e non devi spezzarti la schiena per sudarti il pane”.

3 commenti :

  1. Bello scritto, amo Silone proprio perchè da uno spaccato completo delle mille sfaccettature di quel mondo, sono cose dell'altro ieri in Piemonte come altrove ma è bastata una generazione generata dall'inurbamento di massa a spazzarle via.
    Sitka

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  2. Grazie Poliscriba caro! GRAZIE!

    Dicevi Cassola, Sitka dice Silone e io ti dico Buzzati, sei la sua saudade e come il suo bosco, sei il segreto del mondo perduto.

    Un abbraccio

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  3. Grazie a voi che avete la costanza di leggermi contro la frenesia dell'oggi.

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