Decifrare il passato (e il presente)

Racconti e improvvisazioni

Novità sconsigliate ai puri di cuore

29 febbraio 2024

Trattori e spicci


Ro
ma, 28 febbraio 2024

Diavolo d’una Giorgia. Preoccupatissima del voto in Sardegna (qui si vince un’altra volta!), ha urgentemente rimediato, con la velocità impressionante d’un Fregoli. Andata a scovare il più antipatico candidato del mazzo, fatto fuori quello che assicurava i migliori clientes, ha percorso ventre a terra li cattru mori come la cavaliera della sconfitta, fra boccacce, dichiarazioni a vanvera e selfie NATO, giusto per alienarsi il maggior numero possibile di voti. Eppure non bastava! Questi cretini si rifugiano nell’astensione, ma l’altra non la votano abbastanza! La politica contempla anche l'arte della ritirata, soprattutto quando si dovranno imporre patrimoniali e sangue di drago. Noi li aiuteremo, come sempre, ma la faccia la mettano gli altri! E allora, con cautela, giù passi falsi, divisioni interne, piagnistei e litigate, e la benedizione delle randellate ai liceali utili per il ludibrio h24. Alla fine, dopo un incredibile e sospetto stillicidio dalle sezioni, specchio d’una organizzazione che avrebbe fatto dimettere i ministri dell’Interno di nazioni più strutturate della nostra, dal Gabon alla Guinea Equatoriale, la sospirata débâcle. Salvini sostituito da qualche esponente più vaselineggiante (ha fatto il suo tempo, basta farse sovraniste in nero, ci vogliono leccapiedi in chiaro + IVA), governo in autosmantellamento controllato, l’isola direttamente nelle mani di Jen Stoltenberg-Heiberg. Le felicitazioni dell’israeliana Schlein alla compagna di mille giochi hanno chiuso (con ecumenica festa a sorpresa e scambio di cotillons) anche questa stagione di successo della filodrammatica elettorale.

Le elezioni sono l’indizio chiaro che si vive in una democrazia! Che ci distingue dalla dittatura! La “x” è garanzia di libertà!
E bravo il mio coglione.
Ma cos’è la democrazia? La nostra democrazia attuale, intendo, quella liberale, che dal cul rugge la trombetta della libertà. Ci si interroghi sul perché la democrazia ci ha progressivamente isolati e poi schiacciati in una globalizzazione ben peggiore di quella prefigurata da George Orwell e nell'opera del maestro suo, mai riconosciuto per tale, Evgenij Zamjatin. Alla domanda risponde uno dei pifferai più rispettati del pensiero liberale novecentesco, Norberto Bobbio. Afferma Bobbio ne Il futuro della democrazia (sarebbe bene leggere con accuratezza il pastone che propongo): “La democrazia è nata da una concezione individualistica della società, cioè da quella concezione per cui, contrariamente alla concezione organica, dominante nell’età antica e nell’età di mezzo, secondo la quale il tutto è prima delle parti, la società, ogni forma di società, in specie la società politica, è un prodotto artificiale della volontà degl’individui. Alla formazione della concezione individualistica della società e dello stato e alla dissoluzione di quella organica, concorsero tre eventi che caratterizzano la filosofia sociale dell’età moderna: a) il contrattualismo del Sei e del Settecento, che parte dall’ipotesi che prima della società civile esiste lo stato di natura, in cui sovrani sono gli individui singoli liberi ed eguali, i quali si accordano tra loro per dar vita a un potere comune cui spetti la funzione di garantire la loro vita e la loro libertà (nonché la loro proprietà); b) la nascita dell’economia politica, vale a dire di un’analisi della società e dei rapporti sociali il cui soggetto è ancora una volta il singolo individuo, l’homo oeconomicus, e non il politikón zôon della tradizione, che non viene considerato per se stesso ma solo come membro di una comunità, l’individuo singolo che, secondo Adam Smith, ‘perseguendo il proprio interesse, spesso promuove quello della società in modo più efficace di quanto intenda realmente promuoverlo’ (del resto è nota l’interpretazione recente di Macpherson, secondo cui lo stato di natura di Hobbes e di Locke è una prefigurazione della società di mercato) c) la filosofia utilitaristica da Bentham a Mill, per cui l’unico criterio per fondare un’etica oggettivistica, e quindi di distinguere il bene dal male senza ricorrere a concetti vaghi come ‘natura’ e simili, è quello di partire dalla considerazione di stati essenzialmente individuali, come il piacere e il dolore, e di risolvere il problema tradizionale del bene comune nella somma dei beni individuali o, secondo la formula benthamiana, nella felicità del maggior numero”.

Bobbio cita anche la legge postrivoluzionaria di Le Chapelier (14 giugno 1791) intesa ad abolire “le corporazioni” e “l'apprendistato” introducendo “un delitto di coalizione, penalmente perseguibile”. Distrutte le corporazioni, le associazioni dei lavoratori, tutte le configurazioni intermedie che si frapponevano tra il l’uomo e lo Stato, la democrazia, per farsi compiuta, ha preso a colare direttamente sulla testa dell’individuo, ormai solo. Perché questa è la verità, la democrazia si fonda sull’uomo inerme e senza legami  ovvero su un’astrazione truffaldina. Rousseau e Jeremy Bentham convivono sotto il medesimo tetto postribolare tanto che le rivoluzioni di fine Settecento vantano persino dei generali in comune. Le colonie oltreatlantiche e il bonapartismo diffusero il morbo. La modernità nasce nell’apostasia, la postmodernità è il decorso micidiale di quel primo contagio. E ora siamo pienamente democratici? Macché, nel 2024 non basta ancora. Cambiamento è la parola d’ordine. Altre rivoluzioni, colorate o meno, la cui fonte sorgiva, però, è sempre la stessa. Si cambia, si cambia, non si può mai star fermi, c’è da passare un diserbante più tenace, per disseccare sin alle infime radici non solo il dissenso, ma la possibilità psicologica stessa del dissenso. I turiferari della democrazia hanno equivocato la famiglia per familismo, le corporazioni per lobbies, le confraternite religiose e militari per impacci. Ci è ingannati, calcolando male, calcolando sbagliato. La somma fiducia che un sistema democratico potesse ramificarsi virtuosamente, dall’alto, con equanimità, verso tutti i propri cittadini, senza incontrare ostacoli, si è rivelata, nell'era della tecnica, un incubo. Le vere oligarchie e le secolari lobbies hanno così potuto prendere pieno potere, e soggiogare con agio, democraticamente - un evento epocale di cui già prendeva atto Eugenio Cefis nel 1972. Proprio l’assenza degli stati intermedi ha facilmente trasformato lo Stato in una schiacciante dittatura edulcorata dal permissivismo edonista e anarcoide. I katechon che potevano opporsi allo scatenamento del Potere, comprese la scuola e l’istruzione superiore, sono stati spazzati via, o comprati, o colonizzati. E ora? E ora ci si avvia al sommo dell’utopia democratica: il totalitarismo casual. Ma son tutti contenti. Vestirsi da drag queen è il nuovo sol dell’avvenire.

I trattori invadono Roma! Così si fa! È solo l’inizio! Non gliele mandiamo a dire! Imbrattiamo di letame la casa di Giorgetti! E via così.
Come si sia passati dai nichilisti che aspettano il capo dei gendarmi sotto casa per fargli la pelle ai socialisti da social che gonfiano il petto digitale dal divano è cosa che si è trattata a sazietà in tale blog: superomismo da serial americano, abbandono del principio di non contraddizione, incapacità a zappare, masturbazione compulsiva, tecnopuerizia compiaciuta. Le donne si sono autoconvinte, dal canto loro, che vantare diritti, di fatto, inesistenti (il diritto al lavoro, allo studio intersezionale, ai vibratori) è di gran lunga preferibile al loro millenario dominio nei più decisivi ambiti sociali, cui hanno rinunciato in un paio di generazioni. Con le conseguenze isteriche del caso.

L’Italia ridotta a una gabbia di matti impotenti è uno spettacolo che fa rizzare i peli per l’imbarazzo.
Ma i trattori?
I trattoristi avranno più dimestichezza con vacche e trebbiatrici, ma, guidati come sono da inetti o gaglioffi in malafede, non otterranno nulla. Come è accaduto ai Gilet Gialli o ai portuali di Trieste o ai Forconi (la lista, però, è lunga quanto ridicola).
Avranno in cambio del silenzio qualche spicciolo, questo sì. La truffa dello spicciolo (serve un micco, il truffatore e i compari che tifano alternativamente per micco e truffatore) rimane inalterabile e consolidata: io, Partito delle Teste Tonde, ti regalo dieci talleri oggi, somma da cui ne decurterò cinque domani (è giusto! Non ricordi che te ne ho dati dieci!); per poi esigerli quindici, in altro contesto, con le Teste Quadre al comando, dopodomani. Totale: meno dieci talleri. Un affare, come si vede, ma si è sempre proceduto in tal modo. Il lavoratore italiano è divenuto povero a forza di accordi sindacali vantaggiosissimi. La faccia di Landini testimonia in tal senso. Le pezze al culo sono inspiegabilmente apparse, vittoria dopo vittoria, sugli spiazzi di una battaglia campale da prendingiro.
E allora, caro Lei, non dovrebbero chiedere soldi?
Certo, ognuno deve campare, ma la vera sopravvivenza non può fare a meno di un’ideologia precisa, onnicomprensiva, di cui la contingente richiesta di aiuti, a fronte di un crollo epocale del settore agricolo, è solo minuscola parte. Ideologia, forse, è parola inadatta, configurando equivoci a cascata.
Sistema di valori? Sol dell’avvenire? Utopia? Pensiero?
Forse è meglio, in progress, il termine filosofia. Perché occorre conoscere ciò che è accaduto, per distribuire colpe e non ammettere più errori o cialtroni. Inscrivere la minuzia nel quadro totale della contemporaneità perché la devastazione del settore agricolo, dei mestieri e delle professioni, rientra in un più generale piano di riduzione dell’Italia nella schiavitù più abietta. I soldi svaniscono al cospetto di un’operazione antispirituale mai tentata prima. I somari che s’incollano all’asfalto per il clima, la racchia che si denuda davanti alla Lupa Capitolina, lo sguardo porcino di Greta, le sciocchezze sesquipedali della Von der Leyen … sono tasselli di un piano omogeneo di distruzione che ne richiede, per il contrasto, uno altrettanto onnicomprensivo.

Trattare sugli spicci non concederà nulla se non la classica tecnica clientelare del passo in avanti … quale causa, purtroppo!, in un futuro più o meno immediato, di due passi indietro. Ciò che si rimprovera agli agricoltori, il sussidio continuo, è una realtà da decenni. L’agricoltura, l’unico settore che conti veramente, a ben vedere, è stata volontariamente distrutta, nei decenni, e quel che più conta, estirpata totalmente dall’esperienza millenaria degli Italiani. Ormai un ventenne si rapporta ai prodotti della terra grazie alla mediazione nichilista della multinazionale. Non conosce né la tecnica né i sapori legati a quel mondo autosufficiente e conchiuso ch’era la campagna. Il finto ecologismo, poi, ha dato il colpo di grazia: poveri polli d’allevamento, povere galline!, cicala il teen mentre addenta un bisunto petto (di pollo) del Crusty Burgers’. Oppure, a scelta, maledette vacche che consumate tanta acqua necessaria alla Terra per sostenersi! Meglio le pilloline! Meglio la farina di merda secca, come Ezechiele nel famigerato passo biblico. E, poi, cambiando campo, poveri tori! Assassinati, i tori, nel sanguinoso rito fascista della corrida! Gli esserini del futuro se li rimandano a racchettate da un estremo all’altro del campo di battaglia queste fanfaluche, dal finto ecologismo della vacca che scorreggia al consumismo straccione e contradditorio del burger, come in furibonda e interminabile contesa Wilander-Higueras. Tolti di mezzo i contadini fai da te, figli e nipoti degli inurbati, che ancora si divertivano a zappettare orticelli e alberi da frutta nella provincia, s'è creato un ceto professionale del tutto dipendente dagli spicci dell’elemosina, accordata sotto le specie truffaldine di una cornucopia regionale o europea. Macchinari sofisticati, fertilizzanti avveniristici. Il paesaggio, però, cambiava, poiché i trenta denari si danno sempre di qualcosa di occulto, mai rinvenibile nei termini dell’accordo luciferino. Sparivano vigneti, oliveti, qualità di frutta; ciò che sopravviveva di ricco e ubertoso non era che la barzelletta elargita dalla globalizzazione: noci della California, pere cilene, arance egiziane, olio marocchino, braciole romene. Il gusto disimparava a riconoscere i sapori uniformandosi a una monotonia allucinante. Le multinazionali pian piano si insinuavano tanto che i residuati bellici del nostro settore primario ormai lavorano per loro. Eppure non basta ancora, si vuole la monarchia universalis pure su pesche e bistecche … e allora si protesta, ma questi ex burini in processione su trattori fantasmagorici sono la Beresina dell’agricoltura. 

Se oggi possiamo ammirare un’altura, un fosso, un ondeggiante canneto o una pianura verdeggiante è perché qualche gens rustica ha dissodato e modificato sub specie aeternitatis la venerabile madre del territorio:

O Regina del cielo, tu feconda Cerere,
prima creatrice delle messi,
che, nella gioia di aver ritrovato tua figlia,
eliminasti l'antica usanza
di nutrirsi di ghiande come le fiere,
rivelando agli uomini un cibo più mite,
ora dimori nella terra di Eleusi

Quel Regina Coeli di Apuleio è assieme eredità e lascito: eredità di un mondo di profondità insondabile e lascito che donò suggestioni ed evocazioni; oggi spente, ma vive sino a pochi decenni or sono. L’odore della legna bruciata in un autunno piovoso, il mosto, lo stillicidio dell’olio, tutto questo posso ancora viverlo nella fibra morente: il che, lo concedo, mi rende un incomprensibile museo vivente; lasciandomi la gioia solitaria di comprendere, nel più intimo significato, cos’è l’Italia.

Il denaro non servirà a nulla, il denaro nemmeno esiste. Il denaro sarà, forse, elargito, lo sappiamo; spacciandolo come un pomo dell’albero delle Esperidi. Un brillocco da tre soldi, in realtà. Se ne accorgeranno quando lo si vorrà impegnare al banco degli usurai. Il denaro è il prezzo della servitù; il denaro va e viene, a piacere: ciò che si dà in cambio, la porzione irrecuperabile d'anima, quella è importante. Se non viene spezzata tale malia, si verrà decimati senza pietà, perché a questo gioco si diviene inessenziali, polvere al vento. Per strappare qualcosa di vivo occorre rivendicare un'esistenza alternativa. Solo così ci si muta in un destino. Annota giustamente Nietzsche: “Ciò che è decisivo si compie, nonostante tutto”.

Il romanzo Furore di John Steinbeck (The grapes of wrath) esce nell'aprile 1939. L'ho sempre usato come un talismano contro quelle sciocche dicotomie che ammorbano ancor oggi, 2024, i palchi italiani della stupidità: la destra, la sinistra, i fascisti, l'antisemitismo. Addirittura i moderati!
Steinbeck scrive di ciò che conosce, la vita dei contadini americani. Ne esce un quadro apparentemente diseguale, impossibile ridurre a un comodo schematismo.
L'incipit è pienamente biblico, descrivendo le tempeste di sabbia (dust bowl) che distrussero i raccolti negli Stati centrali americani durante gli anni Trenta. Le famiglie, rovinate, costrette a esodi improvvisati; migrazioni di milioni di anime, in cerca di pane e casa. Sebbene alcuni storici alla saccarina addebitino le cause di tale rovina ai farmers stessi (mancata rotazione nelle coltivazioni) o al climate change (l'improvvisa siccità), è l'Usura che si occulta nelle pieghe della Storia come Shylock tra le calli più fetide di Venezia.
A noi, però, interessa il livello profondo e reale della scrittura dell'Americano. Starless and Bible black, ecco l'apocalisse:
"La notte fu nera come l'inchiostro, perché le stelle non potevano penetrare attraverso la polvere per raggiungere la tetra, e le luci accese nell'interno delle case non arrivavano nemmeno sull'aia. Ora l'aria e la polvere erano mescolate insieme in parti uguali. Le case erano ermeticamente chiuse, con tutte le fessure delle porte e delle finestre otturate da stracci; ma la polvere penetrava ugualmente negli interni, così impalpabile che risultava invisibile, e si posava come polline sui tavoli, sulle seggiole, sui piatti, sulle pietanze. Gli esseri umani se la spazzolavano di dosso, mentre strati di polvere s'erano accumulati sulle soglie delle case. A metà della notte il vento s'allontanò e lasciò il paese in pace, perché l'aria densa di polvere smorzava ancor più della nebbia ogni rumore d'intorno. Le creature umane, coricate nei loro letti, udirono che il vento era caduto: fu il cessare del vento a destarle. Ma non s'alzarono, continuarono a giacere immobili tendendo l'orecchio al silenzio. Poi i galli cantarono, ma con voci smorzate, e le creature umane si rivoltarono impazienti nei loro letti aspettando il mattino. Sapevano che occorreva molto tempo alla polvere per ridiscendere a terra e lasciar pura l'aria. Difatti, venuto il mattino, la polvere restava sospesa come nebbia, e il sole era di sangue".
Il granturco deperisce, come ogni cosa, al pari degli uomini stessi. S'improvvisano carovane per la sopravvivenza. Qualcuno, come Muley, rimane fra i paesi abbandonati, ramingo fra gli scheletri delle fattorie sabbiose, ultima retroguardia della desolazione, mentre gli agenti dell'Usura, i kapò dell'oro, si aggirano, pistola alla cintola, per sbarazzarsi di chi ancora si ostina tra il fasciame del mondo perduto. Moglie e figli di Muley sono già andati, in cerca di speranza. Ma egli rimane: "[Andar via] non potevo, ecco tutto, c'era qualcosa che m'impediva, non potevo". E cosa impedisce a Muley di andarsene? "Voialtri mi credete tocco nel cervello, dal modo come vivo, ma è perché non capite. Quando m'hanno intimato lo sfratto, mi sentivo capace di accoppare chiunque mi venisse a tiro. Poi quando i miei m'hanno piantato solo, mi son messo a fare il vagabondo. Senza mai andar lontano. Dormo dove mi trovo. Stanotte avevo stabilito di dormire qui. E tutto il tempo mi figuro di far la guardia alle case abbandonate, nell'interesse degli sfrattati. Ma so che non è vero. Nessuno tornerà mai. Vado attorno come nei cimiteri le anime dei dannati ...". Egli si confessa 
a Casy e Tom Joad, attorno al fuoco che rischiara la notte, dopo aver macellato sveltamente un coniglio selvatico, fra i relitti di ciò che fu dimora e rifugio: "Il sugo della carne cadeva a gocce nel fuoco e ogni goccia suscitava una fiammella che nel rogo spiccava indipendente. I pezzi di carne cominciavano a raggrinzire e a rosolare ... Muley continuava. 'Come nei cimiteri le anime dei dannati. Vado a visitare i posti che conosco, dove mi son capitati dei fatti indimenticabili. Vicino a casa mia c'è una conca, tutta cespugli. E' lì dentro che m'ero sverginato, a quattordici anni. Be', tornavo lì, e mi coricavo a terra, e rivivevo tutto l'episodio. E il posto dietro la stalla dove mio padre è rimasto sbudellato dal toro. Il suo sangue è ancora lì, sotto la terra; nessuno può averlo levato via. Be', vado lì, e m'inginocchio sulla terra bagnata dal suo sangue. Mi credete proprio tocco nel cervello?'".

I tre sono costretti, poi, a nascondersi in un campo di cotone. Gli sgherri dell'Usura li braccano. Muley, però, ci ha già detto tutto. Il sacrificio, il bestiame, la caccia, il padre, il primo amore con una donna. Gli umori del corpo, lo sperma, il sangue, sugo della vita, la terra, il fuoco. Un circolo di sentimenti contro la sterile protervia del denaro.
Il prosieguo del romanzo, con gli insegnamenti socialisti di Casy, non deve ingannare. L'homo oeconomicus è una superfetazione, in tal caso. L'homo oeconomicus nasce e vive solo, democraticamente, in opposizione alla comunità. La comunità dei farmers celebra sé stessa secondo riti né socialisti e né democratici, ma eterni: per questo fu dispersa.

Nel finale del romanzo, censurato nelle prime edizioni italiane, la famiglia di Tom Joad si rifugia in un fienile abbandonato a causa d’un improvviso diluvio. Qui trovano due spettri, padre e figlio: "Un uomo sdraiato sulla schiena, e accanto a lui un ragazzo seduto, che guardava i nuovi venuti con occhi spalancati". Il padre è malato, sussurra il ragazzino; prima la febbre del cotone, e poi la fame: non mangia da sei giorni per sfamare me! E ora, guardatelo, è finito, non riesce nemmeno a masticare un pezzo di pane, lo rigetta subito ... servirebbe del brodo, o del latte, ma chi ne ha? La giovane Rose Tea (Rosesharn) ha da poco partorito un figlio, nato morto; il marito è andato via. Dove sarà? Allontanati i familiari, Ella rinasce al ruolo suo eterno, in un rito iniziatico che la riconsegna al miracolo della vita: "Per un minuto Rosa Tea continuò a sedere nel silenzio frusciante del fienile. Poi si alzò faticosamente in piedi aggiustandosi la coperta attorno al corpo, si diresse a passi lenti verso l'angolo e stette qualche secondo a contemplare la faccia smunta e gli occhi fissi, allucinati. Poi lentamente si sdraiò accanto a lui. L'uomo scosse lentamente la testa in segno di rifiuto. Rosa Tea sollevò un lembo della coperta e si denudò il petto. 'Su, prendete', disse. Gli si fece più vicino e gli passò una mano sotto la testa. 'Qui, qui, così'. Con la mano gli sosteneva la testa e le sue dita lo carezzavano delicatamente tra i capelli. Ella si guardava attorno, e le sue labbra sorridevano, misteriosamente”.
L'attributo della rosa, il parto, il sorriso misterioso, la dolcezza nell'allattare e infondere vita. Chi sa, riconosce subito in Rosa Tea la nostra Cerere, la Madre dei Cieli, e la sua incarnazione postuma, la Vergine, Maryām, novella Parthenos, sì da saldare nella continuità Apuleio, San Giovanni, Iacopone e le innumeri Madonne del Latte cristiane: dalle più materne, come in Bartolomeo Vivarini, a quelle algide e principesche di Nicolas Fouquet. 

Non rimpiango nulla, anzi, a dirla tutta, i contadini li ho sempre sopportati male. Sono un mondo a parte, il loro istinto di conservazione, ossessivo, la spina dorsale dei popoli, li spinge a essere inevitabilmente scostanti e disprezzati. L’edulcorazione della figura del contadino è tipica del socialcomunismo più mite, o meglio: di alcuni ideologi socialisti che, infatti, ebbero a rifuggire la zappa come damerini. A confidare nei contadini come arma rivoluzionaria o patriottica a volte si finisce male, come certi aristocratici nell’Ucraina del 1874. Léon Bloy, che combattè a ventiquattro anni nella guerra franco-prussiana, li odiava a morte: “Vili e fangosamente egoisti, impenetrabili al sentimento della Patria e completamente estranei all’idea della Razza, videro, insomma, nella guerra, solo un funesto tiro del destino, una scalogna nera che bisognava vincere, ognuno per sé. Con tutte le mascalzonate e gli imbrogli possibili … La guerra non li riguardava. Loro non l’avevano mai chiesta, e chiamarsi Germania e Francia … che differenza poteva fare per loro?” (Sudore di sangue, 1893).
I contadini, quelli veri, tengono fede solo alla loro sopravvivenza, e la terra è la genitrice di tale miracolo. Accumulare, come formiche, oltre l’indispensabile. Trattenere, mai concedersi ai cambiamenti poiché i cambiamenti fanno perdere di vista proprio le abilità della sopravvivenza. I contadini pregano Dio come fosse un protettore mafioso; la Vergine, invece, è Cerere e Atena Parthenos, le processioni in suo onore culti della fertilità. Ho fatto in tempo a vedere contadini che toglievano il saluto perché un incauto potatore li aveva privati di una frasca di troppo: inevitabile condanna a un etto di olive in meno; e novantenni, poi crepati con decine di milioni sul conto, risparmiare su singoli fiammiferi; tutti imbroglioni, abili a mentire spudoratamente o a chiedere sconti persino su cento lire; o a sfangare la vita con trucchetti picareschi, come il mio compianto vicino di casa che, negli anni Cinquanta, povero in canna, andava con una pagnotta nascosta nei calzoni a chiedere un assaggino ai numerosi porchettari delle fiere; per poi sedersi in santa pace a sbocconcellare quel pranzo tanto più delizioso quanto più era stato abile il raggiro. E lui rimpiangeva quei momenti, quasi con le lacrime agli occhi: “A noi c’ha rovinato la luce”, diceva; a intendere: le bollette della luce, e poi le prime microimposte e fatturine, che costrinsero a usare sistematicamente lo sterco del diavolo, i soldi. “E poi ci hanno rovinato le pensioni”; come a dire: da quando si sono messi in testa di compensare con gli spicci la morte dell’agricoltura, siamo tutti diventati avidi. Ma non di roba, di spicci! La roba, roba mia vientene via con me!, quella era il giusto! Galline, maiali, conigli, insalate, patate, farina. E pane, il pane e le focacce e le pizze da mettere nei forni comuni il sabato e che duravano tutta la settimana; o più. Luoghi perduti nella campagna che conservavano la fisionomia per secoli, i muracci o le pietricce a donare nome a campi delimitati da rovine di abbazie e cimiteri medioevali. Acque e boschetti comuni servivano tutti, retaggio del ius communis che legava i popoli europei in un enfasi di pietà imperiale. Quella era la vita, immarcescibile, incorruttibile; terribile e meschina, incomprensibile, aliena. Minorati mentali, omosessuali, disabili, zitelle e mignotte venivano assorbiti dalla tribù e predisposti al loro ruolo di competenza millenario; il tizio un poco svanito; lo scapolone; quello sfortunato; quella che non se la fila nessuno perché è bassa e storta, ma è lei che non vuole, li ha respinti tutti i pretendenti, la chiedeva pure quello mezzo straniero (e qui si indicava un tizio che abitava a quindici chilometri); e poi la ragazza leggera che la dava un po’ a tutti, ma alla fine un tonto da sposare lo trovava sempre. Nessuno era escluso dal circolo della vita. Gesti di ottusa e gratuita cattiveria (Schadenfreude) convivevano con esistenze al limitare della santità. Le nuove generazioni crescevano, com’era sempre accaduto, al medesimo sole delle rustiche comunità dei Fabii, dei Popilii e degli Anienses; italiani cui si guarda oggi con basita incredulità, animali capaci di sopportare l’insopportabile, gente estinta, di cui residua il fugace lamento funebre fra travertini e marmi alla buona, lo sguardo impassibile e diffidente cristallizzato nei ritratti d’un tempo irrecuperabile.

L’omicidio dell’agricoltura come è vissuto nell’ex sinistra? Poiché quella parte politica è popolata soprattutto da allocchi ideologici, è inevitabile che subisca lo sballottamento tennistico più di ogni altra categoria mentale. Il sinistrato vuole tutto genuino, poiché l'ecologico fa bene alla salute (non si risparmia, peraltro, qualche corsetta mattutina ad allenare la pompa cardiaca); data questa premessa, egli va alla cooperativa perché, nel far ciò, coniuga impegno e lotta alle vene varicose. Sì, lo 0,1% dell’incasso sulle zucchine bio va alle donne maltrattate del Burkina Faso, e però son biologiche, quindi si combatte all’unisono colesterolo e multinazionale. E anche il bracciante fascista che sfrutta Mbembe Mbembe. E poi? E poi ci sono gli orti urbani: i contadini vanno bene se appena fuori della città (ma non di Coldiretti: è di destra), però … però … se mi faccio l’insalata sotto il condominio? Col beneplacito dell’assessorucolo che ci concede questa ulteriore lotta contro le keiretsu mondiali … so cosa mangio, allora, peperoni antifascisti. Ma ora il cappio si stringe, anche gli orti urbani non vanno più bene … nuove direttive, compagni … cosa ci si inventerà per surrogare ancora l’ideologia? Tovarisch, ecco qua, il supercoffee da cicoria green, l'acqua piovana in bottiglia, le farine idroponiche! E il girotondo riprende.

1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144. Tale la successione numerica del pisano Leonardo Fibonacci, che studiò matematica sotto un maestro d’Algeri, magari discendente da Apuleio, cittadino imperiale romano di Madaura. Ogni numero è la somma dei due precedenti.
Variamente correlata a tale successione è la disposizione del fogliame in alcune piante comuni. Facile: partendo da una foglia qualsiasi si conta il numero di giri necessari a ritrovarne un'altra nella medesima posizione, seguendo un tracciato a spirale, dall'interno verso l'esterno. A esempio, se sono necessari tre giri (per un totale di otto foglie, esclusa la prima) si ha un rapporto di 3/8 ovvero la divergenza della foglia.
In una quercia la divergenza è 2/5; nel pero 3/8, nel mandorlo 5/13; e così via: 8/21; 13/34. I numeratori, così come i denominatori, di dispongono come nella successione di Fibonacci. Se moltiplichiamo l’angolo giro (360°) per il rapporto di divergenza avremo l’angolo di divergenza della foglia. Tale angolo si approssima sempre più (360°x3/8=135°; 360°x8/21=137°,14’; 360°x13/34=137°,64’ et cetera) a quello - ideale - di 137°30’28’’.
Ideale per far cosa?
Per esporsi col maggior vantaggio possibile alla luce solare, a non ingombrarsi l’una all’altra recandosi ombra, e godere del beneficio delle piogge. 
Improvvisamente, quindi, nella militare regolarità dei numeri, si intravede l’abisso dell'aurea perfezione (1,6180339887 ...). Un anelito vano? Certo, ma è la tensione verso un traguardo che mai si raggiungerà a risultare decisiva, sorta di naturale imitatio Christi. L’infinito abita fra noi, invisibile quanto inattingibile, causa prima della volontà di vivere di fronte alla minaccia dell'eterna notte. E tale fulgida disposizione matematica cui la vita aspira per riprodurre sé stessa, in un circolo felice e interminato, ha poi le stimmate del bello. Nessuno può sottrarsi a tale fascino, chiunque egli sia: fermati, sei bello!, potrebbe esclamare un botanico davanti alle irradiazioni spiraliformi d’un girasole o della conchiglia d'una umile chiocciolina.
Supponiamo, però, che un dio dell’Indifferenza giudichi sbagliate tali configurazioni, le reputi in-giuste, e abbia il potere di risistemarle secondo un ordine del tutto nuovo, obbediente a direttrici morali inedite, spesso folli: cosa accadrebbe di un olmo, d’un girasole, d’una quercia secolare? Essi avvizzirebbero, senza scampo, in una torsione innaturale che asseconda un Fibonacci infernale. Ciò che i migliori pre-sentono come Bellezza, infatti, è indizio del giusto, e il giusto è consustanziale a oggetti, sentimenti e parole che vivono da sempre accanto a noi. Lo scotto da pagare all’apostasia del cambiamento è il Nulla, la morte spirituale.

L’omarino è terrorizzato dalla Morte, non vuole nemmeno sentirne parlare. E cosa fa per sfuggirLe? Si consegna alla morte nichilista, solo, inerme, orrendo sin alla propria vista. La Morte, amica dell’uomo, a lui non si confà. Egli ride, il goliarda, vuole divertirsi, dimenticare; folleggiare; farsi beffe dell’Ordine; la barzelletta profanatrice gli sale alle labbra spontanea, irresistibile, appena gli si nomini qualcosa di valoroso ed eminente. Egli, da nanerottolo, cerca sempre la folla, il numero, l'indistinto, i followers.

L'aristocrazia insegna proprio il contrario: a selezionare gli evangelizzatori, a definire, ad allontanare i più. Cristo non scrisse nulla, e in vita adottò un comportamento sdegnoso, a volte apertamente scostante. La verità, infatti, la si persegue solo a costo della verità. "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?", si lamentano i discepoli (Giovanni 6, 60). Ma il Maestro pare compiacersi dell'impopolarità: "Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui". Si ritira dalla venerazione delle folle, difende adultere e samaritani, nega i miracoli; addirittura sfida i Dodici: "Volete andarvene anche voi?". La porta stretta, il Simurgh, le Termopili, i felici pochi: nell'apparente disfatta cresce la più straripante vittoria.         

Nel “di più”, nell’apparente superfluo, si annida la ragione della sopravvivenza dell’uomo in un universo che lo schiaccia, spesso in labirinti d’insensata irrazionalità: ecco un altro calcolo sbagliato. La costituzione apollinea dell’uomo, in cui consiste la logica, il buonsenso, la lealtà, la forma artistica; sciogliere tutto questo, lo smalto sul Nulla, in nome della falsa libertà ci ha donato un’umanità posticcia, debole, puerile, arrogante a negare evidenze chiarissime e visibili a tutti. È proprio tale umanità a presentarsi ogni giorno sulla scena mondiale, impermeabile all’oggettività, l’ottusa e compiaciuta supponenza. La sensazione è di trovarsi su un palco di stupidi cabarettisti che pretendono di migliorare il mondo e battono i piedi quando la realtà li smentisce quotidianamente.

Equivocare lo smalto sul Nulla come un inutile orpello ci ha condotti a una via senza uscita. Tornare sui nostri passi, ammesso di trovare compagni di viaggio in tale anabasi, è impossibile. Analizzare il lastrico dell'inferno che ci ha condotti sin alla cappella aconfessionale di Mark Rothko, almeno, questo, sarebbe un sintomo di lucidità.

Nello spostare una fila di libri impolverati, e prossimi al rogo, mi ricapita fra le mani Parole nel vuoto, di Adolf Loos. Chissà perché l’avevo sempre scambiato per un simpatizzante del nazionalsocialismo; e invece era uno dei tanti Brighella della dissoluzione. Nato a Brno nel 1870, raffinato rappresentante di quel mondo che si molcea il cuore ai tiepidi bagni di pace della Belle Epoque, l’austriaco Loos è “considerato”, cito da Wikipedia, “uno dei pionieri dell’architettura moderna”. I termini “pioniere” e “moderna” già fanno scattare i meccanismi di difesa: qui si annida un impostore. E però alquanto brillante. Loos è nemico giurato dell’ornamento tanto che il suo più noto saggio è il fulmineo Ornamento e delitto (Ornament und verbrechen, 1908). Egli ama le superfici lisce e prive di scanalature, le coperture piane degli edifici; una brutale essenzialità da cui fu permeato durante alcuni anni giovanili trascorsi in America: “Ogni volta i costumi dei paesi anglosassoni sono presi a modello. Per fare le cose nel modo giusto bisogna seguire quello che si fa nel cuore della civiltà, cioè a Londra o a New York”, si cicala nell’introduzione. Loos intuisce genialmente come la figurazione nasca dall’horror vacui; un istinto da rispettare nelle civiltà arretrate, ma considerato inaccettabile per un individuo evoluto: “[Un Papua della Nuova Guinea può tatuare] la sua pelle, la barca, il remo o qualsiasi cosa su cui possa mettere le mani … Non è un delinquente. Ma l’uomo moderno che si tatua è un delinquente o un degenerato. Gli uomini tatuati che non sono in prigione sono o delinquenti latenti o aristocratici degenerati”. La figurazione come degenerazione nell’homo civilis: “Al posto delle forme fantastiche dei secoli trascorsi, al posto dell’arte ornamentale fiorita in passato, doveva sostituirsi la pura e semplice costruzione. Linee diritte, spigoli ad angolo retto”. Casa Scheu (Haus Scheu) rassomiglia un poco alle casette da presepe che assemblavo grazie al traforo; disadorna sin a un depressivo grado zero dell’apprezzamento; di ancor più esacerbata economia la Villa Müller a Praga, sorta di fermacarte in grigio che avrà ispirato, per così dire, la meschina edificazione della chiesa di Fuksas a Foligno. Cubi, parallelepipedi, camere e pareti cieche, mura scialbate, finestre e porte ritagliate col seghetto dell’albagia funzionalista. A compenso di tanta desolazione, Loos sviluppò una particolare erotia per i materiali preziosi da interno coniugando grettezza nichilista e bramosia della preziosità: cupidigia del nulla e ansia da parcella? Suoi committenti migliori furono avvocati socialisti, ricchi ebrei, Tristan Tzara, Josephine Baker. Nel 1930 fu accusato di pedofilia (bimbette men che decenni), un impaccio che gli recò una parziale seppur molesta condanna. L’epitaffio suo fu, però, quello d’un vincente (morì nel 1933): mentre Keats, cultore dell’urna greca, si reputò nome scritto sull’acqua, Loos lasciò un arrogante testamento olografo in cui dannava ab aeterno la posterità: “Sono uscito vittorioso da una battaglia durata trent’anni: ho liberato l’umanità dall’ornamento superfluo. ‘Ornamento’ era un tempo sinonimo di ‘bello’. Oggi, grazie all’impegno di tutta la mia vita, è sinonimo di ‘scadente’”. In esergo l’inevitabile massima di Friedrich Nietzsche: “Ciò che è decisivo si compie, nonostante tutto”.

La lotta contro i presunti orpelli ordita da Loos non risparmia nemmeno la calligrafia. Con Jacob Grimm egli condivide l’odio per l’uso delle maiuscole e la scrittura Fraktur. Di Grimm cita tali parole: “Basterà che una sola generazione si abitui al nuovo modo di scrivere e non ci sarà più nessuno nelle generazioni seguenti a reclamare la vecchia maniera ... Se non costruiamo più le nostre case con i timpani e con le travi aggettanti, se non ci incipriamo più i capelli, perché mai dovremmo lasciare tutto il sudiciume nella scrittura?”. Giusto, perché? Perché non abbandonare quella scrittura brutta e informe? Quello di Grimm era uno dei primi focherelli, reputati del tutto innocui. Altri acciarini maligni innescarono roghi ben più imponenti nel secolo a venire. Fra il ripudio del gotico e i liceali che scrivono in stampatello ignorando il corsivo o la costruzione logica soggetto-predicato-complemento ci sono, in fondo, rari gradi di separazione. All’inizio gli errori di rotta son sempre scusabili nella loro ingannevole irrilevanza.

Ascolto un’esecuzione per aulos doppio di Max Brumberg. Le note mi sorprendono nell’ora perfetta, al calare della sera. Dapprima intuisco un lamento funebre, di lancinante bellezza, ad annunciare la morte di un nume celeste, o di un eroe; quindi il suono si smorza in un compianto più mesto e intimo: il dolore per una perdita familiare o, forse, più precisamente, la nostalgia indefinita di tale perdita, a farsi universale. Non sorprende che l’aulos fosse strumento dionisiaco. Tale il sentimento di questo dio che evocava misticamente la primordiale unità fra uomo e natura. A suo contrasto la lira apollinea, su cui è noto l'apprezzamento di Aristotele; il suono della lira sancisce il reintegro nella virtù civile e istituzionale dopo quell’immersione panica: due momenti distinti di una sola cerimonia lustrale. Spesso mi chiedo se le grandi opposizioni dialettiche di Nietzsche, assai più antiche dei Greci e dell’Occidente storico, non siano sopravvissute entro di noi. Se la lira e l’aulos non risveglino ritmi biologici; cadenze neurali che ci connettono a un’etica precisa, a una civiltà esclusiva. Louis Ferdinand Céline confessa: “Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l'ho chiusa nella testa”; a vent’anni la morte lo sfiora attraversandogli il corpo come un refolo gelato. Ha la “cagnara nella crapa”. Si risveglia o, forse, diventa pazzo: “Quello che ci infastidisce di più negli Ebrei, quando si esamina la situazione, è la loro arroganza, il loro rivendicazionismo, la loro perpetua martirologodervisceria, il loro sudicio tam-tam. In Africa, fra gli stessi negri, o loro cugini, nel Camerun, ho vissuto per anni solo, in uno dei loro villaggi, nel cuore della foresta, sotto la stessa capanna, alla stessa zucca. In Africa, era brava gente. Qui, mi infastidiscono, mi fanno schifo. In Camerun diventavano veramente insopportabili solo in periodo di luna piena, erano una tortura con il loro tam-tam... Ma le altre notti, vi lasciavano ronfare tranquillamente, in tutta sicurezza. Parlo del paese ‘pahoin’, il più negro paese di negri. Ma qui, ora, in Francia, Luna o non Luna, sempre tam-tam!... Negri per negri, preferisco gli antropofagi... e poi non qui... a casa loro... In fondo, è il solo danno che mi procurano, un danno estetico, non mi piace il tam-tam”. Forse abbiamo dimenticato aulos e lira lasciandoci cullare nella progressiva tamtamizzazione d’Europa. Possiamo tornare indietro? Ma no, no … avete letto Jacob Grimm? “Basterà che una sola generazione si abitui al nuovo … e non ci sarà più nessuno nelle generazioni seguenti a reclamare la vecchia maniera”. Per questo esistevano segreti iniziatici e custodi: per preservare il meglio dalla legge termodinamica del falso progresso. E ora? E ora tam-tam, congas e darabuka ci fanno saltare, ci fanno ballare, ci fan dimenare! Al gioca-jouer della dissoluzione.

Ci son sempre stati fanatici al mondo. Questi dei tempi moderni, però, non difendono mura, porte o compagni, ma quell’impalpabile diaframma che li separa dalla verità di ciò che sono: il che li renderebbe folli e disperati.

Un conoscente m'invia una citazione di Erik von Kuehnelt-Leddihn: "Per l'uomo medio ogni problema risale alla Seconda Guerra Mondiale; per i più informati alla Prima Guerra Mondiale; per il vero storico alla Rivoluzione Francese". Una frase che potrebbe piacere ai reazionari più superficiali. Chi ama immergersi nelle camere di deprivazione sensoriale della Storia, sa che le cose presero la piega sbagliata allorché il primo ominino si pose in meditazione delle proprie mani - o delle proprie zampe - iniziando a formare un abbozzo di coscienza. La pura volontà di vivere ne fu annebbiata tanto che, lentissimamente, egli, proprio per sopravvivere, dovette ingegnarsi a costruire lo smalto sul Nulla: la Bellezza, la Santità, la Guerra, l'Arte.
Il suicidio vero e proprio, invece, principiò a ordirsi quando un minchione, specchiandosi in qualche pozzanghera dell'amore ecumenico, decretò, gonfiando il petto, di voler migliorare l'umanità. Da quella prosopopea fitta d'inesistenti divinità e buone intenzioni non siamo ancora fuori; faremo fatica, temo, a uscirne vivi.      

Per indovinare il futuro, e farsi quattro risate, è doveroso compulsare da chiromanti l’appena ieri. Sfoglio uno dei tanti sciocchi magazine degli interconnessi progressisti più saputi,  “Wired”. Un numero speciale del 2013. Titolo da copertina: “L’anno dei robot”. Sottotitolo: “Dialogheranno con noi. Saranno autonomi e supercognitivi. Diventeranno morbidi e amichevoli. Sapranno addirittura cambiare forma”. Dopo undici anni è dura connettersi oltre i trecento metri dell'Appennino, e di robot morbidi nemmeno l’ombra. A metà rivista l’inserto speciale: tutto quello che vivremo nei prossimi dodici mesi (cioè dal 2013 al 2014): l’avvento del li-fi, i transformer sono tra noi, gli automi rilanceranno l’industria italiana, i radar diventano personal. E Poi: una nuova filiera per la bioplastica, potere ai batteri, il proteoma ci dirà chi siamo, lo stipendio lo fa l’algoritmo, pop economy con web e condivisione contro la recessione … sembra di assistere a un concerto per tam-tam illuministi e pernacchie diretto da Nicholas Negroponte e Beppe Grillo. Il quale ultimo, se ben ricorderete, ammansiva i fessi proprio con queste trovatine effimere. E, però, fra le pieghe del prendingiro, affermava pure la nuda e cruda verità: i vecchi ci costano troppo, l’agricoltura si deve serializzare, la democrazia ha da farsi digitale e diretta, se vuoi ammazzarti viva la libertà e così via. Di tutto il cucuzzaro della Bengodi tecnologica le uniche promesse mantenute sono proprie quelle verità che emergevano dal bollito misto del sol dell’avvenire; a stento riconosciute, fra risate di consenso e urla di disprezzo, per quel che sono in realtà, prossime e agghiaccianti profezie. Camere suicidarie, cibo liofilizzato, totalitarismo casual, estinzione del lavoro, lockdown dell'istruzione, tecnopuerizia.

C'è una antica pineta secolare non molto distante dalla mia tana. O meglio: c'era. Le voglie dei palazzinari, e qualche sciame di parassiti recati dalla globalizzazione, l'hanno decimata in pochi anni. Ne rimangono degli esemplari malaticci, dalla chioma sparuta, storti e rassegnati. Un tempo ci si dava qui convegno per una breve escursione, o una merenda domenicale. Tra le fronde ombrose s'intuivano brani della volta cilestrina, amica di noi mortali. Mi torna alla mente, con una intensità sorprendente, un gruppo di giostrine, nello spiazzo antistante; luminarie intermittenti, musiche da carillon, l'ovvia meraviglia di noi tutti bambini. Il mondo pareva semplice, senza troppe pretese, la vita scorreva, predisposta entro sentieri già tracciati. Ogni tanto torno ancora qui, a passeggiare, fra gli immondezzai lasciati da filippini e prostituti. Rendo sacri al ricordo, al pari di Muley, brani della vita passata. Attorno a me, però, non c'è nessuno. Ognuno ha da fare, ma cosa? Vorrei trattenerli, solo un poco, ammiccando a quegli alberi morenti: "Restate! Una volta qui ... proprio qui ...", ma non capirebbero. Gli Italiani non hanno tempo, non hanno più tempo. Come punti da uno scorpione, via, senza tregua, avanti a sé, credendo di sopravvivere. Non sanno che lo scampo è una trappola, una ley de fugas, come quella concessa ai prigionieri da giustiziare in una finta evasione.
Devo lasciarti! Scappo! Ne riparliamo! Ti ritelefono! Mando una mail, un whatsapp! Ci aggiorniamo! E nessuno che, andandosene, abbia la gentilezza di dirmi: "Ti saluto, Muley, mio buon amico! Arrivederci, Muley!".
Non riesco a compatirli.
Dove credono di fuggire?
Non sanno che la loro casa è ancora qui?

61 commenti:

  1. Altro scritto che ho molto apprezzato.
    Vado ora al punto: "Chi ama immergersi nelle camere di deprivazione sensoriale della Storia, sa che le cose presero la piega sbagliata allorché il primo ominino si pose in meditazione delle proprie mani - o delle proprie zampe - iniziando a formare un abbozzo di coscienza. La pura volontà di vivere ne fu annebbiata tanto che, lentissimamente, egli, proprio per sopravvivere, dovette ingegnarsi a costruire lo smalto sul Nulla: la Bellezza, la Santità, la Guerra, l'Arte". La piega sbagliata... Sbagliata perché? Sulla base di cosa definirla sbagliata? Come potrebbe essere sbagliata se inevitabile, nel senso di naturale? Questo è l'uomo. O no? Come quando parli della comodità... "Il metodo principale per portare via tutto all’uomo è la comodità". Perfettamente d'accordo. Ma che fare? Avremmo dovuto ignorare che trainare carichi poggiati su solidi di forma circolare, dette ruote, ci avrebbe reso il lavoro meno faticoso? Non è forse, più banalmente, questione di equilibrio? Non parlo delle sciocchezze del tipo "il problema non è la tal tecnologia ma come la si utilizza" (sappiamo bene che, una volta aperte certe porte, è fatta), ma proprio della capacità di discernimento. "Fermati, sei bello!". Sì, giusto. E tuttavia, s'ha da comprendere quando che sì e quando che no. Questo il difficile. Perché tutto è dinamico, in natura, è lo è anche l'uomo, che può decidere di fermare un qualcosa in qualche stato, giustamente, ma attraverso la capacità di discernimento e una volontà originata dalla consapevolezza intima che così s'ha da fare, per sempre o per ora, perché ciò è bene. Io lo so che non tutto vada preso alla lettera, che vi sia un discorso di fondo da comprendere, e tuttavia alcuni accenni a Semmelweis, per fare un esempio, mi colpirono. Ebbene, cosa avrebbe dovuto fare il buon Semmelweis? Questo faceva il medico, si è accorto che manipolare i genitali delle puepere con le dita lerce non era una grande idea, che un po' di igiene in più, una sciacquatina ogni tanto, avrebbe evitato tante morti premature. Ha fatto il medico in scienza e coscienza. Niente più. Non poteva essere altrimenti. E tuttavia, i Burioni dell'epoca ne chiedevano la testa. E se non sbaglio, essendo che non mi sono documentato sulla vicenda, vado a memoria di ciò che so a riguardo, la ottennero pure. Bene così? O bene che un verità che oggi consideriamo ovvia si sia imposta, inevitabilmente, com'era naturale che fosse? S'avea da conformarsi nella menzogna, nient'affatto bella, perché un certo ordine andava preservato, o ci voleva l'eretico che, vinto, iniettasse linfa vivificante la tradizione? E ancora: avremmo dovuto tenerci le febbri purperali come norma, "fermarci" lì, perché oggi siamo al Neuralink? Semmelweis e il Neuralink sono entrambi inevitabili, poiché così è l'uomo, ma non sono la stessa cosa. Uno - per utilizzare un'espressione da spiritismo social - ha il marchio della Bestia, l'altro no. Niente ruota? Niente scarpe? Beate allora alcune tribù indigene che hanno, evidentemente, capito tutto. "Decadiamo da sempre". Da sempre quando? Non pare, tale affermazione, l'altra faccia della medaglia rispetto alla logica progressista secondo cui il dopo è sempre meglio del prima? Non si rischia così di cadere in una concezione estetizzante della vita, ostinata, che ignora la vita stessa riducendola a concetto?

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    1. Ogni essere complesso finisce giungere al capolinea. Inevitabile che sia così poiché la vita, come disse quel Tedesco, non deve mai riflettere su sé stessa per essere ascendente. Se lo fa è perché ha imboccato la via del declino. Semmelweis è un filantropo dell'umanità, forse un santo. Ha fatto ciò che doveva fare. Era un uomo. Se avesse avuto un punto di vista totale sulla vita (intesa come forza complessiva della razza) avrebbe compreso che la sua scoperta ha indebolito proprio la vita. Capisco bene che le mie parole sono orribili. Così per la guerra. Non auguro la guerra, mai, però la guerra è indispensabile all'uomo, c'è poco da fare. La pace lo indebolisce, lo vizia, lo rende poco definitivo: una pozza sterile. Ogni passo dell'evoluzione (che non è progresso, ma pura successione) implica una perdita e un guadagno. Non è detto che quel guadagno sia superiore alla perdita. A volte si verifica una regressione. In generale un bicchiere di cristallo (che, per esser tale, ha giovato di parecchi guadagni, nella fattura nel materiale nella purezza etc) è a rischio molto più alto di una tazza di legno ... L'irruzione della ragione nell'uomo ha indebolito l'uomo esponendolo al regresso. Chi dice che l'uomo è al centro della creazione non ha fatto i calcoli con virus e insetti. Allo stesso modo è assai plausibile che la Monna Lisa di Leonardo non resista di qui a duecento anni mentre i menhir saranno con noi per altri millenni.
      Che l'evoluzione, la complessità e la decadenza siano inevitabili lo penso anch'io; credo, però, che l'uomo avesse escogitato dei formidabili katechon per resistere. Su questi si sono accaniti i falsi progressisti di ogni tempo. Ed eccoci qua.

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    2. Sul finale (i katechon sotto attacco) sono perfettamente d'accordo. Il resto lo comprendo in parte, e in parte concordo anche lì, solo che mi sfugge qualcosa... Se l'uomo è fatto in un certo modo, un modo che lo induce a muoversi in continuazione, pensare, almanaccare, fare, disfare, trasformare, e quindi perdere e guadagnare, perché recriminargli per certi versi il fatto di non essersi fermato lì o là? Non poteva farlo. Capisco meglio, semmai, il tentativo di stabilire il momento in cui, al di là della sua natura mobile, si sia perso. Perché che si sia perso, molto più di come sempre gli è qua e là accaduto, degenerando in una sorta di "funesto demiurgo" schizofrenico, in quanto si vuole derivato da una scimmia o qualcosa del genere e al tempo stesso ha la pretesa di farsi dio di sé stesso, rifiutando il Divino Trascendente; che si sia dunque perso in senso profondo, è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Ma prima di tale attimo fatale, prima che gli errori divenissero tali da spezzare i legami della nostra civiltà col proprio passato, e quindi di tali uomini perduti con parte della propria umanità, compromettendone così l'integrità, anche prima d'allora, del deragliamento transumanista, l'uomo procedeva fra cedimenti, inciampi, fraintendimenti e (auto)inganni. A questo raccolto, si potrebbe dire, ci siamo arrivati perché così abbiamo seminato. I "peccati" commessi al tempo della nostra grandezza - di Italiani, a esempio – e per giungere ad essa, ci costano la piccineria di oggi. Perché se è vero, ti dò ragione, che l'uomo non può, ieri come oggi, trovandosi per certi versi allo stesso livello, non fare la guerra senza infiacchirsi, perdere di vitalità, decadere, è vero al tempo stesso, se vogliamo (vogliamo?) dar fede al messaggio cristico e degli esseri spiritualmente più elevati che costantemente tornano ad ammonire, educare, insegnare, per lo più inascoltati, fraintesi, traditi, ecco che non possiamo fermarci a "l'uomo non può non fare la guerra", perché l’uomo non deve fare la guerra, e ciò significa che può. L’uomo non deve uccidere i propri simili, e il non farlo non dovrebbe costargli la propria vitalità. Se così accade, è perché ancora non si è elevato, in senso generale, a quel livello in cui tale atto è realmente inconcepibile. Così come nell’uomo sano è presente un istinto, una sorta di codice morale originario che fa percepire l’atto di togliere la vita ad un altro uomo come un’enormità, come un qualcosa che paralizza, che atterrisce e ripugna (si pensi in concreto, come se ci si trovasse lì con la rivoltella in mano, non in astratto o contestualizzando la cosa in modo da rendere socialmente accettabile il delitto – pensarsi un soldato in guerra, ad esempio –), una società sana (nel suo intero, governanti inclusi, che son uomini pure quelli – forse… –), non considera la battaglia a morte un’opzione. E non sulla base dell’attuale moralismo d’accatto, o perché lo dice la ragione, ma perché così parla il “cuore”, il Cristo in noi. E’ difficilissimo, e io stesso vacillo continuamente e son ben lungi dall’aver risolto la questione (figuriamoci, in fondo, lo so, mi girerebbero le balle se i russi non pigliassero Odessa, pensa che illuminato…), ma si è sempre di fronte ad una scelta: fare il Bene, in senso assoluto, per istinto, senza sofismi, intellettualizzazioni, ragionamenti vari circa possibili perdite e possibili guadagni, oppure aggiustarla altrimenti.
      [continua]

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    3. Lo ripeto: per istinto profondo. Perché se tali decisioni vengono dalla ragione, in sé arrogante, spesso sono decisioni sbagliate, in qualche modo, o con un fondo malevolo. Tutto questo “bene” che si vuol diffondere oggi, ha un fondo malevolo, infatti. Un tizio che ogni tanto è ospite dalla Tampieri, Gianluca Marletta, disse una volta una cosa notevole: “Un tempo, si giocava ad essere ‘più severi’ di Dio; oggi, al contrario, si rinnega tutto e si gioca ad essere più misericordiosi di Dio. In ambedue i casi si fanno danni notevoli”. E danni notevoli se ne son sempre fatti. A noi stessi, in primis. Ma per intendersi bisogna che gli interlocutori partano da una base comune: l’uomo è, ancor prima che mente e corpo, spirito. E non in senso romantico, filosofico o letterario, ma concreto. Se si nega la dimensione spirituale, l’uomo resta quello che se non fa la guerra inaridisce, e i conti tornano. Non so se mi spiego. Permettimi di usare questo spazio di confronto fra gente intelligente (me ne riconosco un po’ anch’io, d’intelligenza, senza crederla eccezionale) per provare a fare chiarezza anzitutto in me stesso. Non ho verità incontrovertibili da offrire a chicchessia.

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    4. Il succo di quel che voglio dire è questo:
      1. le elucubrazioni su quel che ci avviene oggi fanno riferimento a fatti storici precisi, persino debitamente documentati. Di quanto tempo stiamo parlando? 3 o 4 millenni. Per alcuni storici di 3 o 4 secoli ... L'uomo, nelle sue varie versioni, esiste da 5 milioni di anni. Tagliar via questo enorme lasso di tempo dalla considerazione lo ritengo un errore. Non per giudicarlo "storicamente", ma quasi sub specie aeternitatis ...
      2. Leopardi, un filosofo assai sottovalutato, riteneva che la ragione (possiamo dire: l'encefalo) fosse un accidente ovvero una sorta di mutazione che ha portato via via l'uomo verso la tecnica cioè a sbarazzarsi della parte emozionale, illusoria e grande del proprio spirito. E quando insorse tale mutazione? Personalmente la credo assai risalente, per questo affermo che egli decade da sempre. Un declino inavvertito, lentissimo, a cui egli ha contrapposto vari katechon che ora, però, sono svaniti. A che servivano questi katechon? A sublimare la sua origine, cioè a fargliela dimenticare. E qual era la sua origine? Il fango, naturalmente. E ora, senza katechon, stiamo ritornando nel fango, nella polvere, "eperu" ovvero nell'Indifferenziato, nella poltiglia. La storia di Adamo e del fango deve essere riguardata con molta accortezza ... per poltiglia intendo una attrazione spaventosa verso l'Indifferenziato di cui, a esempio, la perversione polimorfa è uno degli aspetti.

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    5. Mi pongo le stesse domande di Yaroslav. Quando è arrivato l'ordine di distruggere tutto e la pietra rotolante si è trasformata in una slavina ? 5000 anni fa o dopo il '68 ? Leggevo che in Russia si sta formando un'aristocrazia guerriera forgiata in questi due anni di combattimenti in Ucraina. Un ritorno al Sacro Romano Impero o l'inizio di un'apocalisse nucleare ?
      Antonio

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    6. La prima parte dello scritto reperibile al link https://rivistatradurre.it/something-restraining-ovvero-tradurre-il-cuore-di-cuore-di-tenebra/ secondo me s'inserisce bene tra i quesiti di Yaroslav e i dissipati katechon di Alceste.

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    7. Per Antonio: probabilmente si formeranno dei blocchi di influenza di cui la Russia farà parte. Dobbiamo poi chiederci cosa accadrà a un paese, la Russia, abituata a un uomo carismatico quando tale uomo non ci sarà più. Per quanto riguarda l'ordine di distruggere tutto: è possibile che i distruttori nemmeno si accorgano di distruggere. Come diceva quel personaggio di un vecchio film horror: senza la grazia di Dio l'uomo è settato per l'autodistruzione. Di certo gli ultimi tre secoli hanno visto un'accelerazione senza pari nella eliminazione dei cosiddetti katechon.

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    8. Per Fernando: Interessante il brano, grazie.

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  2. 1.Quel discorso di Cefis e' sempre bene tenerlo a mente. 2 Il " femminismo" ha fregato le donne, ma diverse se ne rendono conto. 3
    Forse i gilet gialli sono l'unico movimento che ha un pochino disturbato il Potere negli ultimi anni. Il (potente?)simbolo del gilet stava diffondendosi, e ad esempio in Italia, quando qualcuno cominciava ad indossarlo, e' stato diluito nel piu' innocuo arancione di pappalardo o nelle sardine (in saor). Grazie Alceste. Luca da Vicenza

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    1. Hanno fregato anche noi uomini: simul stabunt simul cadent.
      L'unico timore del Potere è la comunità autosufficiente o l'indipendenza dallo Stato e dai loro spicci pelosi. Per questo ti tengono sulla corda impedendo qualsiasi libertà (cibo, spostamenti, casa, tassazione). Gli Americani ne sanno qualcosa. Quando vedevamo i pistoleri yankee, le bandiere sudiste, l'odio verso i federali ci sembravano un poco tocchi e invece erano solo uomini come noi con quarant'anni di anticipo sulla dittatura.

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  3. Bellissimo articolo.

    Confesso che per disgusto verso quel massone trombone di Bobbio, uno dei padri di questa "patria", non sono riuscito a leggere appieno le sue cagate da "venerabile maestro", strapiene di citazioni di autori per far sapere "che sa".

    Col suo atteggiamento da grande vecchio pensoso, ma avido di denaro, col suo diprezzo verso tutto ciò che era "fascista", col suo ditino sempre alzato a sproloquiare di "costituzione", mi piace ricordarlo così: come Giorgio Bocca, come Scalfari, come Dario Fo, come tutti i "venerati maestri" (massoni) dell'antifascismo militante): a pietire con lettere lacrimevoli al Duce posti da imbucato, scusandosi per aver frequentato la gentaglia traditrice e massona di "giustizia e libertà".
    E questa lettera è solo UNA, seppur edulcorata da Wikipedia:

    https://it.wikipedia.org/wiki/Lettera_di_Norberto_Bobbio_a_Benito_Mussolini

    P.S.: il "signor" Dario Fo era a Coltano (Pisa), campo POW per fascisti, prigioniero insieme a mio papà. Solo che questo essere, poi ha fatto i nomi di altri fascisti...

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    1. Un ricercatore una volta mi disse che, prima di Coltano, Dario Fo faceva comunella con Giorgio Albertazzi. Quest'ultimo rimase, bene o male, nelle sue posizioni, l'altro si mise a fare il comunista. Per quanto riguarda Bobbio, non l'ho mai considerato. Bocca mi piaceva quando descriveva la vita provinciale col suo fare grezzo, Scalfari, Biagi e altri tipi del genere non li ho mai sopportati. Mai. Se il tuo papà era a Coltano si trovava in compagnia di altri italiani illustri. Non mi ricordo precisamente, Ameri, Chiari, Salerno, Vianello, Tognazzi. Ezra Pound doveva trovarsi in un campo attiguo. Recentemente è uscito un libro sul campo di Coltano, purtroppo per la Mondadori.

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    2. Giusto. A Coltano aveva conosciuto e poi rimasto in contatto e anche amico per un po' di tempo, Vianello, Annichiarico e Tognazzi. E, mi sembra, Enrico Maria Salerno, ma ora non sono sicurissimo.

      Dario Fo era già considerato un infame. Ed era un paracadutista della RSI che eseguiva rastrellamenti e fucilazioni sommarie...
      E soprattutto era rimasto colpito dal martire ascetico Ezra Pound, dentro una gabbia, come una bestia, esposto alle intemperie, magro come un chiodo, coi soldati negri che gli pisciavano addosso.
      Gli stessi negri che obbligavano i prigionieri a saltare attraverso uno pneumatico da camion infuocato. Chi era veloce, si salvava...
      Dario Fo era esentato... Chissà perché....
      Mio papà, morto prima dei 50 anni, era un tipo pacato. Ma se gli capitava di vedere alla TV quel guitto senza onore e dignità di Fo, andava via di testa e partivano gli insulti.

      Per il libro su Coltano, evitare la ciofeca di Feltrinelli e leggere solo quello edito da Mursia.
      Qui il link:

      https://www.lastoriamilitare.com/prodotto/rsi-coltano-1945-un-campo-di-concentramento-dimenticato/

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    3. Grazie per il consiglio di lettura.

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  4. Magnifico, come sempre, Alceste. Una breve chiosa sulle recenti elezioni in Sardegna. Dopo vent'anni circa di " governatori ", destra e sinistra si alternano al potere regionale, infliggendo a turno ai sardi un tenore di vita molto simile a quello del cosiddetto terzo mondo. La metà dell'elettorato non vota più, l'altra cerca sempre di ricambiare sponda premiando quella dell'opposizione nella speranza vana di modificare l'andazzo. Risultato : si sta sempre peggio, con tutti gli indicatori socioeconomici in picchiata. Soluzioni? Per ora nessuna, ai più giovani l'emigrazione ai più vecchi la speranza di qualche sussidio Inps. La città capoluogo è stata trasformata in una Gaza dopo il passaggio dell'Idf dal sindaco Truzzu, candidato a forza dalla Meloni e non è stato votato nemmeno nel suo rione. Ma la cosa più importante è che ad una settimana esatta dal voto ancora non è stato proclamato il vincitore e le schede in queste ore vengono ricontrollate in tribunale ( ciò in linea perfetta con tutto il resto delle infrastrutture sarde, comprese sanità scuola e industrie).
    Qualcuno domanderà: ma il progresso, le regole democratiche, la rappresentanza del popolo ?
    Eccole, signori. Dopo quasi sette secoli eravamo più progrediti all'epoca dei giudicati! Basta dare un'occhiata alle orribili periferie sarde o alle zone industriali dismesse al piedi del Gennargentu.
    Nonostante tutto, queste elezioni - farsa hanno avuto una copertura mediatica pazzesca che per due giorni ha oscurato Ucraina e Palestina, ed il risultato festeggiato come la fine politica della Meloni e la sconfitta del " fascismo ".
    Nella realtà ai seggi non c'era anima viva ( 48 % di astensione ) ma la percezione sui media era dell'assalto al palazzo d'inverno.
    Ora ti domando, al netto dei discorsi sulla decadenza della nostra società, quanto ancora si potrà andare con questa finzione degna di un racconto di Borges ? Antonio

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    1. Lasciamo da parte l'astensione. Chiediamoci: come ha fatto la Meloni a perdere questa regione? Sembra impossibile di fronte a un'armata Brancaleone. E soprattutto chiediamoci: come ha fatto a vincere la Todde. L'avete vista e ascoltata? L'unica soluzione sensata è quella di supporre che qui sia avvenuto il solito gioco (a perdere) che prelude alla dissoluzione progressiva del governo. D'altronde la destra ha avuto quel che doveva avere, presto ci saranno lacrime e sangue e quelle sono appannaggio della cosiddetta sinistra. Una vittoria della Meloni avrebbe poi significato un ridimensionamento significativo dell'Accabadora e questo "non" può e non "deve" accadere perché lo ius soli, i matrimoni gay e tutto il cucuzzaro abortista-arcobaleno ha da andare avanti ... oltre alla patrimoniale ... Il povero Truzzu si è sacrificato ... nonostante tutto stava per vincere, anzi, forse ha addirittura vinto.

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  5. Tra l'altro, tutte, ma TUTTE le elezioni dal 1948 in poi, (compreso il referendum del 1946) sono più o meno TRUCCATE.
    Purtroppo l'ho capito solo vent'anni fa.

    Solo che la massa, anche fra i cosiddetti "complottisti", fa fatica ad ammetterlo e concepirlo.

    Per il "complottista", anche inconsciamente, il potere, l'autorità, lo stato, è "il padre". E non riesce ammettere che "il padre" voglia il suo male.

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    1. Il referendum del 1946 fu la madre di tutto. Nessuna elezione è libera perché mai sono stati liberi i mezzi decisivi per la formazione del consenso. Tutta una barzelletta. Quarant'anni fa, almeno, si riusciva in parte a condizionare i partiti nelle sezioni o con la partecipazione. Ora pare una partita di poker truccata. Il poker truccato, durante il Proibizionismo, era il mezzo preferito per pagare le tangenti ai poliziotti. I gangster perdevano, i poliziotti vincevano e via così.

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    2. Certo.
      UN problema sono i "condizionatori" del consenso (tv, giornalacci, etc.).
      Ma io mi riferivo letteralmente a elezioni veramente truccate, ora più spudoratamente. di una volta.

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    3. Ciao Cangrande, facciamo due chiacchiere, ti va?!
      Le date che hai scritto mi hanno stimolato le sinapsi.
      Mi esprimo così: c'è un tizio che si guarda un video sul tubo, mezz'oretta di Presidente Mascherato in delirio da dpcm, poi esce, anche se "non si può", incappa negli sbirri (diligenti, certosini, -e quando mai!-), ha a che fare con la gente, poca, e tutta in preda al delirio, pure questa: giovani, vecchi e bambini, un totale scoquasso cerebrale, linea piatta...biiiiip, questo biiiip lo turba assai.
      Insomma, il tizio si rende conto, finalmente, d'essere uno dei protagonisti del Truman Show ...ooh, era ora, eccoti fra noi.
      Ora, qualcuno abbia cuore di spiegare al nuovo arrivato quando è cominciato lo Show, è importante capire il quando.
      Inizio io, correggetemi se sbaglio.
      Fascismo, Truman Show, Nazionalsocialismo, idem come sopra, beghe russe, nei vari secoli, Show anche quelle, Prima Guerra, Napoleone, Rivoluzione Francese, Truman a tutto spiano.
      "Eccheccazzo" potrebbe protestare il tizio, "avanti così si arriva all'Impero Romano".
      Bravo il nuovo arrivato, forse ha avuto una brillante intuizione, impara alla svelta il ragazzo.
      Grazie per la chiacchierata,
      buonoggi Can!

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    4. @Cangrande
      Ma magari un padre... lo Stato assomiglia sempre più a quella mamma single che passa le giornate su instagraal, magari con tre amorevoli cagnolini, a cui cambia il cappottino ogni settimana; e a volte ho anche il dubbio che il cordone ombelicale non sia stato completamente reciso.
      Posso uscire mamma? No, c’è il koso19, ti prendi il raffreddore. Stai in casa. Va bene, mamma.
      Ma almeno a far la spesa posso andare? Sì ma mi raccomando lavati le mani quando tocchi qualcosa. Aspetta, ti spiego come si fa, con gli altoparlanti. Comunque se ordini da internet è meglio. Va bene, mamma, ma almeno la frutta…
      Il ragazzo sta per uscire di casa. Hai pulito bene il cartone della pizza? Dobbiamo salvare Madre Natura! No, mamma, ora lo pulisco.
      Fa per accendere il monopattino elettrico quando sente: mi raccomando, non più di 20km/h!

      Ahahah non sapevo questa storia del poker!

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    5. @ Contadino

      Se fai caso, nell'elenco che hai fatto, dietro ci sono dietro sempre "loro" (quelli che non si possono nominare).
      Il più grande mistero d'iniquità.

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  6. La truffa dello spicciolo è in effetti una delle tecniche più utilizzate e funziona invariabilmente perché dall’altra parte abbiamo quelli del ‘cogli l’attimo’, ‘del domani non v’è certezza’, ‘meglio un uovo oggi che una gallina domani’ (e dopodomani cosa mangi?), gente emotiva al massimo grado, nonché miope se non addirittura cieca, comunque egoista al limite delle possibilità, che forse per questo deve far mostra ad ogni occasione di quell’altruismo da diabete tanto caratteristico.
    Può anche darsi che a Nietzsche sia capitato di scrivere qualcosa di giusto (deve esser capitato a tutti nella vita), ma il bilancio è fortemente negativo. Rimpiango assolutamente di averlo letto a quindici anni senza adeguata protezione.
    Mi è piaciuta invece l’immagine del contadino, in cui per molti versi mi sono rivisto, pur non essendolo. Anche a me lo sfratto suscita tendenze omicide, prego Dio come se fosse un protettore mafioso e chiedo lo sconto su cento lire… va da sé che conto di vincere la guerra a modo mio e spero di morire novantenne con decine di milioni, anche se non sul conto.
    Sul fatto che l’uomo esista da milioni di anni – si tratta di un dogma indimostrabile. Gli ebrei, che contano gli anni dalla creazione del mondo, sono arrivati a contare 5784 anni. Naturalmente si tratta anche qui di un’affermazione indimostrabile per i comuni mortali, ma dogma per dogma preferisco dare ascolto agli ebrei, se non altro perché hanno dimostrato di essere svegli.
    Dal meno non potendo derivare il più, non sembra possibile affermare che l’uomo si sia trasformato partendo da altre forme di vita inferiori, e dunque che la ragione sia un accidente. (Ad ogni modo è proprio la ragione, nella modernità, a mancare, regnando sovrano un mieloso sentimentalismo).
    Dovendo creare una scultura nella roccia, lo scultore in fondo non fa che togliere materiale.

    Più verosimile anche qui la versione biblica, dell’uomo a immagine e somiglianza, creato già completo, magari volutamente depotenziato. Creato dal fango, con gli elementi già disponibili, certo, ma a cui Dio ha conferito il suo alito di vita.

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  7. Da noi si dice “chi non rischia, non beve lo champagne”.
    Un bicchiere di cristallo è molto più a rischio di una tazza di legno, precisamente perché vale molto di più. Il rischio è proprio il prezzo da pagare; come dire: il bicchiere di cristallo costa di più del bicchiere di legno. Ma è il bicchiere di cristallo il motivo per cui esiste la Creazione, che è una palestra, non la tazza di legno. (Non ne faccio assolutamente un discorso progressista, ‘andare avanti’ significa solo, nel Tempo, ‘andare incontro alla Morte’; non credo che molti di quelli che parlano di ‘progresso’ siano disposti a considerare la morte un progresso).
    E se anche per raggiungere la perfezione in un bicchiere di cristallo, in uno solo, si dovesse buttar via miliardi di altri bicchieri e tazze di legno, ne sarebbe valsa la pena; noi infatti contiamo gli anni non dalla nascita di qualche “inutile” tazza di legno, ma di quell’unico bicchiere di cristallo perfetto.
    Dio è quel selezionatore sportivo che fa nuotare un milione (un miliardo, dieci, perché no?) di nuotatori professionisti fino allo stremo e poi sceglie per la gara quello, o quei pochi, rimasti in vita. Nessuno mi dica che è crudele perché è precisamente quanto noi facciamo con i regni inferiori e persino con i nostri stessi simili… sono le regole del gioco, la Natura “buona” e “cooperativa” che si immaginano alcuni consiste in questo: in una concorrenza spietata.
    La complessità e la decadenza sono inevitabili perché il gioco è truccato a monte; se così non fosse la palestra diventerebbe un parco giochi… sarebbe quindi inutile allo scopo. Se una cosa ha Inizio, deve avere anche una Fine.
    “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.”
    Siccome della povertà e dell’umiltà è stata fatta una religione, so già che molti saranno portati, nella metafora per come l’ho espressa io (senza più il riferimento a quanto scritto da Alceste, che considerava altri aspetti della questione), a vedere bene la tazza di legno e guardare al bicchiere di cristallo perfetto come una cosa da snob. Considero questo atteggiamento solo un omaggio al secolo, nonché un effetto della mania egualitaria che tutto pervade. Chi si accontenta gode così così.
    Mi si potrebbe invece fare l’obiezione che questa della palestra è un altro dogma. L’obiezione è accolta, nel senso che con il ragionamento e l’osservazione probabilmente non è possibile oltrepassare certi limiti.

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  8. Devo fare però notare che si tratta di una visione propria anche al Cristianesimo, che infatti considera l’esistenza una prova, per cui rigettando la palestra si è costretti, a rigor di logica, a rigettare il Cristianesimo.
    Su Odessa, quello che ne rimarrà, nella nuova Israele, penso che non ci sia da preoccuparsi. La Russia si fermerà dove deciderà di fermarsi, per il tempo che deciderà di fermarsi.
    Tutta questa sceneggiata serve solo ad ottenere il massimo numero di morti ed invalidi possibili, nessuno (eccetto qualche esperto geopolitico, insieme ai giornalisti, tra i principali responsabili di questo massacro) ha mai pensato che l’Ucraina potesse fermare la Russia.
    La realtà, devo dire, sta cominciando a bussare alla porta anche da noi… casa per casa. Quando un mesetto fa hanno rotto delle costole ad un uomo di 34 anni che non era tanto sicuro delle possibilità di vittoria non mi ero ancora convinto che si stesse raschiando il fondo del barile. Pochi giorni dopo, nella nostra via, è stato pestato a sangue un uomo di 59 anni (bisogna essere proprio degli eroi per compiere gesta di questo valore).
    Usciva il meno possibile, solo per fare la spesa, aspettava i 60 per l’esenzione dal servizio militare. In ospedale non aveva fatto parola di quanto accaduto, ma in qualche modo la notizia si è saputa. Si era fatto dimettere e qualche giorno dopo è stato trovato in una pozza di sangue a casa sua. Mi è anche stato raccontato che i vicini avevano chiamato l’ambulanza, lui ancora vivo, e che questa aveva ignorato la richiesta di riportarlo in ospedale con la scusa che fosse solo ubriaco. Solo per rendere una vaga idea della situazione…

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    1. Purtroppo l'Ucraina è minata dall'interno non da oggi. Solo oggi si sono trovate le armi di persuasione perché un pagliaccio qualsiasi fosse a capo della distruzione del proprio Paese. Forse armi di persuasione è dire troppo. Le difese che impedivano questa persuasione sono saltate e allora ... Fatto sta che gli unici Paesi che potevano approntare una resistenza sono sotto attacco. Una coincidenza? Intanto un popolo muore.

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    2. L'altro giorno camminando non ho potuto fare a meno di ascoltare una conversazione tra due militari. Uno faceva all’altro i nomi delle persone che contano e poi aggiungeva: sono tutti ebrei, perché dobbiamo andare a morire per loro?
      Sono rimasto di sasso. Ero tentato di dire “non c’è nessuna correlazione” ma mi sono morso la lingua. Del resto quando il nemico parla la tua stessa lingua, è visivamente indistinguibile da te, mentre l’amico è lo straniero, è chiaro che c’è qualcosa che non torna.
      Un popolo muore e chi l’ha ucciso se non quelli che passano come patrioti? Sono riusciti a far emigrare, tra il 2014 e il 2024, forse una decina di milioni di persone o forse di più (non conto gli oblast’ persi), mentre il cambio con il dollaro passava da 9 a 38 (molti altri uomini sarebbero emigrati, se le tariffe da qualche tempo non si aggirassero sui 10.000 euro a persona). Per il resto stanno accuratamente eliminando gli uomini in età militare, le donne si risposeranno all’estero, o finiranno in qualche bordello, nel caso già non ci si trovino… il deserto è scientificamente assicurato.
      Bisognava proprio odiare l’Ucraina per agire come si è agito… la stupidità da sola non spiega tutto.

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  9. Con profonda riconoscenza saluto e ringrazio Alceste e chi contribuisce con pensieri inusuali - informazione, scambio è sempre differenza, qualità proporzionale alla rarità.
    Con un velo di magone per lo stingersi di molta bellezza omaggio qui l'umanissimo che perdura, s'aggrappa spavaldo, gaudente, beffardo e rimane a impicciare il livellamento, l'ingabbiarci in acciaio: irriducibile, rutilante splendore.

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  10. I mitici gilet gialli:
    https://www.maurizioblondet.it/anche-la-le-pen-vota-aborto-omaggio-a-satana/
    Mi immagino ora tutte le menate dei francesi che fanno le rivoluzioni... ah ah ah

    Rivoluzione è il nome pomposo di quel moto tramite cui il corpo orbitante arriva, dopo aver girato in tondo... al punto di partenza.
    Il lato positivo è che questo dovrebbe essere l'ultimo giro: se terranno fede ai loro impegni e praticheranno attivamente i loro diritti, nel giro di qualche decennio (ma si spera molto prima) l'aria diventerà molto più respirabile.

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  11. Bel pezzo, Alceste. La tua Apocatastasi rovesciata, nella quale non si salva nessuno, riesce sempre a mettermi di buonumore, chissà perché. Sarà per contrasto con le velleitarie contorsioni dei nostri (mi costa dire nostri) connazionali (mi costa dire connazionali)...
    Un Paese che sta inesorabilmente sprofondando nel ridicolo: un militare di mezza tacca ordina l’abbattimento di un drone da quattro soldi; poi, con voce spezzata dall’emozione, rievoca l’eroica impresa che manco Leonida alle Termopili, accompagnato da epinici a reti unificate. Anche Open si unisce alle celebrazioni, certificando con ciò la natura squisitamente circense del tutto. La velocità con cui la globalizzazione diffonde condotta e sproloqui di questi mentecatti spazzerà via anche l’ultimo scampolo di buon nome che ancora ci rimane presso qualche tribù fra le meno avvertite.
    Candidare alla Regione un’ameba come Truzzu – del quale si ricorda solo il ghigno trionfale con cui, divenuto sindaco, riappese il crocifisso alla parete dell’ufficio – la dice lunga sull’acume politico, antropologico e financo fisiognomico della Meloni. Per forza uno si domanda dove sta il trucco... Nessun trucco. Del resto, la sua classe dirigente comprende da quel dì un pachiderma pluridosato, un leguleio brevilineo fissato con gli indiani, due fessi improvvidamente conviventi et confidenti, e avanti così digradando. Lei stessa: un soldo di cacio sottratto all’erogazione di shampoo e messe in piega. Basta sentire come bercia dal palco. Stridula. Sguaiata. Petulante. Qualcuno riesce a figurarsi una Zacharova ragliare in quel modo?

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    1. Come scrisse Leopardi, guardare il mostro in faccia rasserena. Poi, fra la distruzione del monte sterminator Vesevo, sorgerà la ginestra... Sono portato a credere, invece, per quanto riguarda gli sciacquapiatti nostrani, che si dividano le prede. Solo così, puntellandosi, possono sopravvivere nella mediocrità più schiacciante. Te ne accorgi ascoltando ex candidati trombati che gridano al complotto anticostituzionale, ma quando gli dicono, coerentemente, se vogliono sovvertire l'esito del voto, non esitano a dire: "No, no, ormai il voto è andato ...". Tutto perché la manfrina continui. Sul militare che spara al drone: anche lì si tratta di una guerra di cartone. Come possano alcuni sbandati resistere all'intero fronte occidentale rimane un mistero. Credo che, solo en passant, vogliano creare dei blocchi di potere precisi: Occidente, Oriente, BRICS, Europa. Poi, felicemente arrivare all'embrassons nous ... anche la globalizzazione esige i suoi tempi. I blocchi mediorientali e orientali o dei BRICS, certo, hanno avuto bisogno del sacrificio di noi occidentali, troppo ricchi, troppo bianchi, troppo avidi, troppo armati. Ce lo rinfacciano da almeno mezzo secolo. Il conferimento di ricchezza dal Nord al Sud, dall'Ovest all'Est di questi anni è servito proprio a questo.

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  12. Ringrazio Alceste come sempre per i ragionamenti e questa volta devo ringraziare anche gli utenti in particolare Yaroslav, alla domanda del quale rispondo: vogliamo? Dobbiamo, credo sia l'unica possibile via giusta, anche se è difficile (le cose facili, "comode" appunto, possono celare dei trabocchetti).
    La questione mi ha riportato alla mente un libricino letto molti anni fa che si chiama Lupo di Mare di Jack London. Il giovane Van Weiden intellettuale fa naufragio e viene raccattato dal mercantile di Lupo Larsen. Il capitano Larsen è l'espressione stessa della forza vitale ma "sa", ha coscienza di questo. Van Weiden gli offre dei soldi per essere riportato sulla costa. Larsen rifiuta e lo mette sotto il suo comando. Gioca al gatto col topo in quanto si diletta di letteratura e vuole convincere Van Weiden, da lui soprannominato Hump, della inevitabilità della materia sullo spirito, per così dire. Hump sotto il suo comando si forma e si fa uomo. Il mercantile raccatta altri naufraghi fra cui una donna, poetessa di nome Maud, che se la intende con Hump. Il mercantile di Lupo Larsen fa naufragio in seguito a una "battaglia navale" col mercantile del fratello, Larsen La Morte. Si salvano Van Weiden e la poetessa Maud, naufraghi su un isola dove incontrano Lupo Larsen sul suo mercantile, completamente cieco e disabile, tenteranno di salvarlo, inutilmente. Larsen tenterà anche di dargli fuoco lasciando un messaggio "sono ancora un tizzo di vita che pulsa" e confesserà a Van Weiden il desiderio di ucciderlo prima di morire "per essere e essere inevitabile". Naturalmente Maud e Van Weiden faranno un funerale con tutti i crismi a Lupo Larsen. Avete capito no? Lupo Larsen, la forza vitale inevitabile, ma che rifiuta lo spirito, deve vedersela con Larsen La Morte (il fratello, appunto). Lo smidollato e inconsapevole Hump ha bisogno di Larsen per acquistare consapevolezza, dopodiché ha la possibilità, il possibile, perché ha fede. Dunque si salva, il romanzo ci dice questo.
    Lupo Larsen non ha bisogno di Hump, laddove Hump ha bisogno di Lupo Larsen, ma Larsen non ha la possibilità perché egli stesso è inevitabile.
    A questo proposito volevo anche rispondere a Nachtigall, capisco quello che vuoi dire circa il mitizzare la tazza di legno, sono d'accordo ma bisogna fare attenzione, in certi casi una tazza di legno come dice Alceste la competizione la vince...Io non parlerei infatti di competizione, ma di darwiniana selezione. Non vince il più bravo, o il più forte, ma il più adatto. Lasciando da parte dunque lo specchio ingannevole falso-darwinista proprio del liberismo (la competizione appunto, ma so che tu non ti ci riferivi in questo senso) potremmo curiosamente constatare come in Italia si sia inconsapevolmente operato in pieno darwinismo scientifico ad esempio nelle pubbliche amministrazioni...infatti vince il più adatto a sopravvivere per mandare tutto in vacca. Continua...

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    1. Grazia a te, Stika. Ti leggo volentieri.

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  13. (continua) Le specie cooperanti esistono, solo che non sempre sono le più adatte, ma alcune volte sì! Il discorso è che noi dobbiamo osservare la natura con occhi e intenzioni diversi. Se in natura non vince il più bravo che fai non diventi bravo? No, bravo ci diventi sennò c'è lo svacco, appunto, a cui assistiamo oggi. Ma non ci diventi per vincere però, per il semplice fatto che non vinci nulla. Migliori, non vinci.
    Il dionisiaco è legato all'Aulos, gli manca il Logos. Non può cantare perché deve soffiare dentro lo strumento per suonare, laddove alla Lira è spesso unito il canto. Dionisiaco e Apollineo, legati anche a due modi. Il Dorico per l'Apollineo e il Frigio per il Dionisiaco, due modi ovvero due coppie di tetracordi che formano le scale musicali, successioni di altezze diverse.
    L'arte figurativa può fermarsi nel tempo, la musica no, è intangibile e non può fermarsi nel tempo. Per gli antichi era importante, temuta, anche.
    Una riflessione forse personalissima e poco digeribile dai più -penso di essere nel posto giusto per dirla- mi porta a porre la data di inizio della decadenza musicale forse proprio dal primo fonografo e la prima messa su cera di un'esecuzione. Da lì forse ha tradito se stessa...c'è sempre di mezzo la tecnologia e una falsa conquista (guadagno e perdita appunto).

    Sitka

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    1. Ciò che dici sul fonografo meriterebbe un approfondimento. A esempio, per quanto riguarda la musica leggera, l'inizio della fine è stato il CD. Il vinile era più coinvolgente dal punto di vista estetico, oltre che fedele (hi fi rispetto a MP3 e affini) e duraturo nel tempo. Ieri stavo guardando la vetrina di un giornalaio. C'erano undici riviste musicale undici. Copertine? Tre Pink Floyd, due Genesis (e Gabriel), un Hendrix, tre di metallo pesante anni '70 e '80, un Battisti e un Battiato. Qualcosa dovrà essere successo ...

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    2. Ciao Sitka
      Proprio ieri mi sono letto il tuo “Mauki” qui di fianco. Non c’entra molto eccetto per Jack London che hai citato qui sopra.
      In realtà sono perfettamente d’accordo, e anzi mi spingerei a dire che la tazza di legno vince quasi sempre. Come quasi sempre si “vince” giocando al ribasso. Un politico (o una pubblicità) dovrà far leva sui bassi istinti se vuole fare il politico (o se vuole vendere), perché un ragionamento non è in grado di seguirlo quasi nessuno. Cristo, parlando ai migliori (li aveva scelti lui), non riesce a farsi comprendere. Alla fine deve intervenire lo Spirito Santo, per potenziare le capacità di comprensione di questi ultimi… perché altrimenti campa cavallo…
      I miracoli invece, facendo leva sui bassi istinti, vengono compresi da tutti, che poi vanno ad elemosinarli, senza minimamente curarsi di capire “come funzioni”, “come sia possibile”. (La stessa cosa accade con le meraviglie della tecnica).
      Il fatto è proprio questo, che il Regno non è di questo mondo. La “Natura” è la Chiesa di Satana (messa in questi termini si capisce anche perché venga divinizzata oggi; addirittura cedere senza alcun freno a qualsiasi passione è diventato sinonimo di libertà – l’inversione come regola*). Alcuni parlano dell’esistenza degli extraterrestri, ma è difficile immaginare un essere più extraterrestre dell’essere umano. In realtà non abbiamo quasi niente da spartire, eccetto la Morte, con quanto esiste su questo pianeta; siamo completamente inadatti alla vita selvaggia, a differenza di tutto il resto, e per sopravvivere costruiamo civiltà (utilizzare una pietra come arma o un fuoco per cucinare è già civiltà). In effetti quello che ho appena fatto potrebbe essere un raro esempio di vittoria del bicchiere di cristallo in un ambiente di tazze di legno, ma tendo a credere che sia così in quanto è una condizione voluta e decisa dall’Alto.
      Diventare bravi si deve, per il semplice fatto che le cose vanno fatte se è giusto farle, non in base al proprio tornaconto. In effetti le azioni che hanno più valore sono quelle che non portano alcun vantaggio (nemmeno la gloria) a chi le compie. Si tratta appunto di questo; di riconoscere il valore relativo del mondo.
      Con ‘specie cooperanti’ a quali pensi? L’organizzazione ad alveare o formicaio della nostra società è un esempio di cooperazione, dal mio punto di vista. Ma ciò non esclude la competizione. In un esercito o in una multinazionale si ‘coopera’ per un fine superiore, ciò non esclude una fortissima competizione, interna ed esterna. Si potrebbe quasi dire che la collaborazione serva unicamente a competere meglio…
      * Non si giustifica l’omosessualità allo stesso modo? Affermando che è naturale? Come se la malattia, la legge della giungla, l’inferiorità fisica della donna non fossero altrettanto fatti ‘naturali’ (qui interviene il doppiopesismo: la stessa Natura viene scaricata senza pensarci due volte, se diventa troppo ingombrante).

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    3. Sicuramente il vinile essendo un segnale analogico era più analogo appunto alla realtà. Più che di fedeltà del segnale, per quanto riguarda il vinile, parlerei di fedeltà del supporto in quanto un vinile, appunto un solco inciso rappresentante l'onda sonora, impolverato nella soffitta del nonno se lo spolveri e lo fai suonare, fra solchi e zompetti, senti la melodia preferita del nonno, può esserci qualche interferenza e si può perdere qualche dettaglio, ma la senti . Il CD che è uscito luccicante e costosissimo (si vedeva che c'era la fregatura) e si è imposto nell'industria discografica se tutto va bene dura dieci anni, ma anche nel migliore dei casi se si rovina lo butti, non senti nessuna melodietta. Questa la differenza.
      Ma voglio essere più estremo: prova a dare fuoco a un vinile, magari una parte si salva, qualcosa la senti se mandi indietro la puntina, il solco rimane, già il nastro delle cassette è più delicato, ma prova a dare fuoco a un CD, o a un computer...senza contare che la perdita del dato con questi supporti digitali può essere maggiore... insomma il cristallo è delicato, quello farlocco lo è ancora di più.
      Come vedi già il concetto di registrare pone e crea una serie di problemi, pur regalandoci una possibilità non richiesta (della quale anche io ovviamente, copiosamente usufruisco).

      Secondo i Greci, la musica aveva un Ethos, ovvero un effetto sull'animo umano.
      Per questo lo Stato la controllava, e la obbligatoriamente insegnava, a scuola.
      Controllo lo strumento, controllo l'Ethos, senza contare che lo studio di uno strumento rende più rapidi molti processi di apprendimento (la correzione dell'errore, per esempio, è più rapida e autonoma).

      Quello che ti manca del vinile non è la musica (leggera o colta) ma quello che significava, naturalmente era musica migliore di oggi, ma c'è un motivo.

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    4. Continua: Il vinile tu lo andavi a prendere fisicamente, in un posto magari lontano, lo custodivi come un oggetto prezioso. Era un prodotto industriale di altro valore che faceva leva su un Ethos diciamo così dell'epoca. Di questo ne erano consapevoli inconsciamente anche gli industriali.
      Bach si è fatto mille e più kilometri a piedi sotto la neve per sentire Buxtehude al nord della Germania. Altro che Woodstock.
      Si parla spesso di quell'epoca, anni 60, 70...perché è la più vicina oggi, per avere testimonianza diretta, ma proviamo ad immaginare cosa si provava quando tutto questo non c'era e capiremo bene cosa si è perso.
      Intanto la musica se la volevi sentire te la doveva suonare qualcuno, oppure te la dovevi fare tu, con tutto quello che ne consegue. E non parlo ovviamente solo della musica colta, scritta, ma di tutto il mondo musicale del passato che, a giudicare dal numero di strumenti oggi scomparsi, doveva essere piuttosto vario.
      Questo faceva sì che molti praticassero lo studio di uno strumento, dalle figlie di buona famiglia al pianoforte fino al fisarmonicista da ballo, gli effetti del mondo di prima sono rimasti per un po'.
      Benito Mussolini era un violinista dilettante, il figlio Romano (poi noto jazzista, padre di Alessandra, che dopo due incisioni ha meglio optato per la politica) lo accompagnava al piano la sera...

      Il buon Bela Bartok, anche lui ungherese, come Semmelweiss, negli anni 10 del 900 si rende conto che il patrimonio immateriale dei canti e delle musiche popolari contadine del suo e dei paesi limitrofi, con la scomparsa degli usi e i costumi dovuta alla rivoluzione industriale, andranno sparendo. Si arma così di carta e penna prima e di fonografo poi e origina il campo di ricerca etnomusicologico.
      Durante una spedizione in Turchia in un villaggio ha difficoltà a trovare cantori, persone disposte a cantare, ad un certo punto trova un pastorello molto bravo, che però rifiuta di cantare in quanto temeva che lo sconosciuto apparecchio (il fonografo) registrandolo gli rubasse la voce e lui la perdesse. Bello quest'episodio no? Mi si dia del passatista...il pastorello forse incarnava inconsapevolmente una consapevolezza profonda.
      Effettivamente quell' Ethos, così come quel mondo, si è perso.

      In un saggio Antonello Cresti dice una cosa interessante intitolandolo "la scomparsa della musica". In pratica afferma come la musica onnipresente (al bar alla radio al supermercato) significhi in realtà la sua scomparsa e "complottisticamente" (detto in maniera simpatica) descrive come certa musica di oggi sia funzionale al potere.
      Discorso interessante, devo discordare con lui solo nel salvare gli anni 70, con tutto l'affetto e il gusto che posso avere per la musica prodotta all'epoca era appunto un prodotto, che se si toglie dal mercato è sostituibile da un altro prodotto e qui infatti io rilancio e dico:
      Non è più deleterio per l'Ethos dei nostri e di altri tempi averci tolto la capacità di cantare/suonare?
      E attenzione, di conseguenza anche di ascoltare.
      Avendoci tolto la motivazione principale a farlo che era quella di sentire musica, appunto.

      Sitka

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    5. Sono in larga parte d'accordo con ciò che dici. Sul vinile: spesso on si considerano fattori extramusicali, come la copertina (a volte delle opere di valore) e il fatto che fossero poco disponibili i dischi più raffinati. D'importazione, si diceva allora. Certo progressive tedesco o giapponese. Questo faceva sì che la musica, anche allora, fosse sospirata e di non immediata fruizione: ne veniva amplificato l'aspetto dell'attesa e, quando l'attesa veniva soddisfatta, si centellinava ogni nota. Non contiamo, poi, il fatto che, per suonare un disco, dovevi avere un'attrezzatura non banale, comprese delle buone casse. Questo faceva sì che si ascoltasse meglio. Oggi bastano spotify e un paio di cuffie da cinque euro: ne consegue che, al massimo, si apprezzino certi riff o certi ritornelli.

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    6. @Sitka
      Riguardo la musica funzionale al potere: sono convinto che nella programmazione dell’essere umano giochi un ruolo di primo piano. Nell’ipnosi collettiva, nell’Incantesimo, intendo.
      Qualche volta mi sono sorpreso a canticchiare dei ritornelli sentiti in giro: terrificante, ma riguarda ancora la parte semicosciente. Lasciando da parte i testi (e il simbolismo nei video), sono proprio i ritmi a destare in me maggior preoccupazione.
      (Quello del ripetere i ritornelli penso sia lo stesso meccanismo che agisce nei ‘ripetitori umani’ che ti ripetono il telegiornale mentre magari pensano di stare esprimendo un proprio pensiero)
      Ci sarebbe molto da dire a riguardo.

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    7. Per Alceste: il mio ragionamento è analogo al tuo ma applicato alla musica. Io azzardo e fisso la data sulla rivoluzione industriale. Da lì si è perso molto, guadagnato quanto? Il sistema di notazione inventato da Guido D'Arezzo non ha fatto lo stesso.

      Per Nachtigall: sono molto d'accordo, le specie, quelle e altre, ma poi si va nei branchi e si coopera con la logica del branco...sono altre leggi, bene conoscerle ma certo non sono le nostre e non devono esserlo.

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  15. Rimando anche a certi scritti di Silone in particolare L'avventura di un povero Cristiano.

    Sitka

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    1. Sitka, ti ringrazio per gli spunti. Mi leggerò questo “L’avventura di un povero cristiano” e forse anche il saggio che hai citato di Antonello Cresti, sebbene mi pare di capire che sfiori appena la questione che interessa a me o comunque che ne consideri altri aspetti. Mi dispiace proprio essere completamente ignorante in fatto di musica, perché sono sicuro che alcuni pezzi del puzzle, che a me mancano, si trovino lì. Dovrò rimediare anche a questo.

      Sull’utopia sono molto scettico perché il discorso è monopolizzato da teosofisti e kompagni (ammesso che vi sia tra i due gruppi differenza sostanziale): la coerenza dell’acqua salverà il mondo… la coscienza è un fenomeno quantistico (no ai condizionamenti!) … per citare i più simpatici… ma poi ci sono quelli dell’IA, quelli dell’Acquario, quelli delle città dei 15 minuti, quelle dell’Era Matriarcale di Ammore e Prosperità (viva la Gimbutas!). Si capisce che è una bella lotta.
      L’Anticristo è in fondo un’utopia che, è scritto, sedurrà anche i migliori. Sembra che così dicendo io mi voglia inserire nella categoria di “quelli dell’Apocalisse” (l’Apocalisse come utopia!) ma in realtà considero le profezie delle possibilità in stile if… then… else…, senza un tempo definito e quindi rimandabili indefinitamente. Qualcosa che si attiva al verificarsi di alcune condizioni, tipo un allarme antifumo. Nemmeno è da sottovalutare il potere autoavverante delle profezie… ovvero quelle profezie che si avverano perché, credendoci, si agisce in quella direzione. Epperò ci tenevo a sottolineare questa relazione perché le utopie sono, nel migliore dei casi, un’arma a doppio taglio…
      D’altra parte non dico certo che non bisogni agire… abbiamo una coscienza proprio per giudicare e agire di conseguenza… nel mondo ma non del mondo… Epperò nel nostro, non con Alice nel Paese delle Meraviglie (capisco perfettamente che non era quello che avevi in mente, ma è per rendere il concetto di quello che voglio dire).

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    2. Devo dire che ho sentito solo alcuni di quelli che hai citato... naturalmente bisogna diffidare di certi facili approcci e altrettanto facili entusiasmi. Personalmente mal sopporto anche molti "complottari" soprattutto quando cercano a tutti i costi di chiudere il cerchio (questo è così perché questo è colà) unendo i puntini un po' forzatamente. Preferisco una visione più umana come quella del nostro qui sopra.

      Sulla musica ti invito ad ascoltare ovviamente della buona musica. Preferibilmente classica in tutto il suo storico ( rinascimentale, barocco, classicismo, romanticismo), come base. Se hai confidenza con le terre slave, come mi sembra di intuire, puoi facilmente confrontare cosa significa la musica per noi e per loro, in termini di importanza, anche questo può dare notevoli spunti di riflessione.

      Sitka

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  16. Buongiorno Alceste, mi piace molto quello che scrivi. Sono un ignorante in campo letterario, potresti darmi qualche consiglio di lettura. Quando vado in libreria mi perdo. Grazie

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    1. Consigliare libri è sempre un azzardo. Dovrei conoscere un po' meglio i tuoi gusti. Del Novecento italiano consiglierei sempre Luigi Pirandello. O i racconti o il "Fu Mattia Pascal".

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  17. e la vittoria di Marsilio in Abruzzo, non contraddice l'inizio del suo scritto?

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    1. Sì, forse. Vediamo nel medio periodo. A ottobre 2024 scadono i due anni di governo, vediamo se la Signora si disimpegnerà o rilancerà.

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    2. ma non sceglie mica lei, la Meloni, di rimanere o andarsene...

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    3. No di certo, però sento nell'aria un profumo di tecnico responsabile ... La Meloni, che ha sistemato tutto quello che c'era da sistemare per una serena vecchiaia, attenderà istruzioni prima di impacchettare l'impacchettabile. Istruzioni magari recapitate in forma di pizzino in qualche biscotto della fortuna servito alla sala-ristorante della Camera.

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  18. Io sostengo, e credo di non essere totalmente fuori strada, che la diffidenza dei contadini abbia delle origini piuttosto radicate, spiegabili con secoli e secoli di eccessive imposizioni e di gratuiti abusi perpetrati da chicchessia. Dall’ecclesiastico, che pretendeva la decima, al soldato invasore, pronto a rubare tutto ciò che trovava e a uccidere senza scrupoli, se era il caso; dal funzionario locale, alla ricerca spasmodica dell’obolo regale, fino al grande affittuario, il quale alla provvigione in denaro faceva talvolta seguire una quantità del medesimo raccolto.
    E non è che oggi fili tutto liscio come l’olio. Lo straniero di turno (figura oramai onnipresente, ahinoi) il quale fatica in certi casi a distinguere una susina troppo acerba da un’altra pronta per essere staccata dall’arbusto, ma che pretende di andare via tassativamente all’orario prestabilito e che in aggiunta non esita a chiedere (o a pretendere?) a fine giornata di riempirsi la propria busta di un altro frutto a lui gradito, anche se posto sul fondo del vicino. Il professionista di città che, durante stagione estiva, a volte perfino prima dell’alba, sfreccia via dal fazzoletto di terra, dove invece si sta recando il contadino, colla propria refurtiva ben celata nell’ampio cofano del suo fuoristrada. Il cacciatore della domenica che, dal primo autunno, è sempre pronto a volteggiare nei paraggi di questo o quell’appezzamento per proprie finalità di “autoapprovvigionamento”.
    E poi: l’autotrasportatore di zona (figura ben nota a chi fa portare il proprio raccolto verso il mercato ortofrutticolo regionale o extraregionale), che dapprima “attira” il coltivatore promettendogli venti o tentacentesimi in piú al chilo, salvo poi rimunerarlo di meno (giornata meno propizia all’ingrosso? percentuali sul trasporto? carburante aumentato? mah!); il fornitore di cassette e imballaggi, colle cassette di legno che oramai sembrano avere un costo unitario simile alle… casette di montagna in legno; il venditore di fitofarmaci e concimi che vende la propria merce a prezzi crescenti.

    Certo, non mancano i contadini che, come afferma Alceste, sono pronti a vendersi per due spicci. Alludo in particolare a coloro che, dietro un tot di ricompensa per ettaro versata dalla casa fitofarmaceutica di turno, non esitano a spargere sul proprio fondo un ritrovato appena sperimentale, fermo restando l’obbligo di non utilizzarne anche degli altri (pena la perdita di quanto pattuito dopo lo svolgimento di specifici controlli ex post), anche qualora effettivamente occorresse ricorrere a un aggiuntivo prodotto, piú sicuro e largamente utilizzato da anni.

    Insomma, a chi legge dovrebbe esser chiaro che io sono figlio di un bracciante agricolo, a sua volta proprietario di un appezzamento di terra, che solo troppo tardi ha compreso l’utilità di non veder svanire nell’oblio le conoscenze agricole del padre. Troppe distrazioni e inconvenienti hanno in passato appesantito il mio passo. Troppe suggestioni inutili han confuso pure chi mi ha messo al mondo. Probabilmente, parafrasando Alceste, non sarò mai un “libro” (né un “buon libro”) di pratica agreste; tuttavia non posso fra altro che provare a raccogliere quanto piú pagine possibili.

    A margine, approfittando della circostanza, mi permetto di auspicare che il buon Alceste abbia ancora tanta voglia di farci, e farmi, compagnia colle sue considerazioni e riflessioni.

    Raffaele

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  19. Io sostengo, e credo di non essere totalmente fuori strada, che la diffidenza dei contadini abbia delle origini piuttosto radicate, spiegabili con secoli e secoli di eccessive imposizioni e di gratuiti abusi perpetrati da chicchessia. Dall’ecclesiastico, che pretendeva la decima, al soldato invasore, pronto a rubare tutto ciò che trovava e a uccidere senza scrupoli, se era il caso; dal funzionario locale, alla ricerca spasmodica dell’obolo regale, fino al grande affittuario, il quale alla provvigione in denaro faceva talvolta seguire una quantità del medesimo raccolto.
    E non è che oggi fili tutto liscio come l’olio. Lo straniero di turno (figura oramai onnipresente, ahinoi) il quale fatica in certi casi a distinguere una susina troppo acerba da un’altra pronta per essere staccata dall’arbusto, ma che pretende di andare via tassativamente all’orario prestabilito e che in aggiunta non esita a chiedere (o a pretendere?) a fine giornata di riempirsi la propria busta di un altro frutto a lui gradito, anche se posto sul fondo del vicino. Il professionista di città che, durante stagione estiva, a volte perfino prima dell’alba, sfreccia via dal fazzoletto di terra, dove invece si sta recando il contadino, colla propria refurtiva ben celata nell’ampio cofano del suo fuoristrada. Il cacciatore della domenica che, dal primo autunno, è sempre pronto a volteggiare nei paraggi di questo o quell’appezzamento per proprie finalità di “autoapprovvigionamento”.
    E poi: l’autotrasportatore di zona (figura ben nota a chi fa portare il proprio raccolto verso il mercato ortofrutticolo regionale o extraregionale), che dapprima “attira” il coltivatore promettendogli venti o tentacentesimi in piú al chilo, salvo poi rimunerarlo di meno (giornata meno propizia all’ingrosso? percentuali sul trasporto? carburante aumentato? mah!); il fornitore di cassette e imballaggi, colle cassette di legno che oramai sembrano avere un costo unitario simile alle… casette di montagna in legno; il venditore di fitofarmaci e concimi che vende la propria merce a prezzi crescenti.

    Certo, non mancano i contadini che, come afferma Alceste, sono pronti a vendersi per due spicci. Alludo in particolare a coloro che, dietro un tot di ricompensa per ettaro versata dalla casa fitofarmaceutica di turno, non esitano a spargere sul proprio fondo un ritrovato appena sperimentale, fermo restando l’obbligo di non utilizzarne anche degli altri (pena la perdita di quanto pattuito dopo lo svolgimento di specifici controlli ex post), anche qualora effettivamente occorresse ricorrere a un aggiuntivo prodotto, piú sicuro e largamente utilizzato da anni.

    Insomma, a chi legge dovrebbe esser chiaro che io sono figlio di un bracciante agricolo, a sua volta proprietario di un appezzamento di terra, che solo troppo tardi ha compreso l’utilità di non veder svanire nell’oblio le conoscenze agricole del padre. Troppe distrazioni e inconvenienti hanno in passato appesantito il mio passo. Troppe suggestioni inutili han confuso pure chi mi ha messo al mondo. Probabilmente, parafrasando Alceste, non sarò mai un “libro” (né un “buon libro”) di pratica agreste; tuttavia non posso fra altro che provare a raccogliere quanto piú pagine possibili.

    A margine, approfittando della circostanza, mi permetto di auspicare che il buon Alceste abbia ancora tanta voglia di farci, e farmi, compagnia colle sue considerazioni e riflessioni.

    Raffaele

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    1. I contadini sono grumi di diffidenza. Verso tutti e tutto. La vita è stata dura, e non solo dal Neolitico, ma da qualche millennio prima. Tutto in loro è risparmio. Sono come una pianta che calcola e programma ogni minimo rivolgimento, non sprecano nulla, sono l'epitome della conservazione. Per questo sono stati odiati in egual misura da sinistra a destra. I contadini di oggi, quelli col trattore computerizzato, ovviamente hanno più poco di rustico. A loro scusa, come ho scritto, la smobilitazione dell'agricoltura italiana: si sono adattati e, per ciò stesso, dipendono oramai dagli spicci europei e regionali e quant'altro. Il loro mondo, però, è lo stesso del cittadino, e i ritmi quelli che squillano all'unisono degli smartphone. Solo in alcuni luoghi del Meridione ho ritrovato quelle pulsioni ancestrali, parecchi anni fa. Oggi, forse, le ritroveremmo in Medio Oriente, o in qualche ridotta africana. Il tempo non perdona e mai torna indietro.

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  20. ciao a tutti, vorrei rimarcare la mia gratitudine verso Alceste e verso voi tutti che rendete vivo e pulsante questo bellissimo Blog nel quale si guarda in faccia al nemico con grande intelligenza ,talvolta con ironia sottile e con tante altre qualità che nella vita di tutti i giorni ho molta difficoltà a trovare. Apro spesso il blog con la speranza che ci siano o nuovi articoli o nuovi commenti. Grazie davvero. Ora provo dare un piccolo contributo sperando di poter ricambiare almeno in parte la gioia che traggo dal leggere i vostri pensieri e riflessioni, per me davvero preziosi, segnalandovi un altro blog che a me piace tanto e che spero possiate apprezzare anche voi. Vi voglio bene,
    Alessandro

    http://freeanimals-freeanimals.blogspot.com/

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  21. Mi vado convincendo che il primo passo da compiere sia chiarire a sé stessi non "cosa dobbiamo fare", ma "a cosa dobbiamo rinunciare". Senza questa chiarezza non riusciremo neppure a immaginare un primo passo che ci porti in una direzione alternativa.

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    1. Il nostro problema è che siamo diventati troppo piccoli. Minuscoli. Siamo risucchiati dalle sciocchezzuole della vita. L'atrofia del sacro è anche quella che ci fa vivere in una monodimensione microscopica. Fatterelli, fatterelli, chiacchiere. Per questo delle piccole emozioni hanno il potere di distruggerci. Per lo stesso motivo le persone si odiano così tanto, ovvero si disprezzano per cause talmente insulse da sbalordire. Abbiamo già rinunciato al mondo superiore: condannandoci. Tornare indietro non credo sia più possibile. L'unica cosa che ci resta da fare è conservare. Questo è possibile. E rinunciare alla comodità, al calduccio delle posizioni più agevoli, compromissorie.

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  22. Caro Alceste, ricordo bene quando sognavi di rivoltare l'Italia.. ma alla fine, essendo l'Italia fatta dagli italiani, bisognerebbe prima rivoltare questi e solo poi l'Italia, altrimenti qualunque cambiamento sarebbe solo superficiale o effimero.

    Comincio a credere che l'unica via di uscita sia la guerra contro se stessi, non cercare di cambiare il mondo esterno (che è come è) ma di cambiare il mondo che abbiamo dentro, perché per quanto ci possiamo sentire distaccati dallo chifo che vediamo fuori, se ci guardassimo dentro con sufficiente attenzione ci accorgeremmo che in misura variabile.. a quel mondo comunque partecipiamo. È rifiutando quel poco (o tanto) che sia, nell' impegno quotidiano e nell'aiuto del prossimo che forse, si può fare nascere in questo la volontà di imitare.

    Ma è qualcosa che non si può fare sui o con i social, attraverso internet o telecomunicazioni in genere, perché certe vibrazioni passano solo attraverso il contatto umano diretto. Ci vorrà molto tempo, ma tanto la pazzia che domina il mondo dovrà prima esaurire l'enorme spinta ormai accumulata... si può solo conservare un po' di brace accesa sotto la cenere.

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    1. Sono d'accordo. La truffa del libro digitale, a esempio, ci insegna molto. Dicevano: l'e-book è comodo, abbiamo tutta la letteratura in un kindle, leggeremo di più. Risultato: vendite a picco. L'apprezzamento umano passa per i sensi, e i sensi costruiscono il mondo emozionale raffinato poi nella metafisica. Da quando siamo diventati digitali non ho più letto uno straccio di poesia d'amore che non fosse la parodia di un biglietto da cioccolatino. Sulla pazzia che esaurisce sé stessa avrei più di un dubbio. La spirale della dissoluzione è, a volte, inarrestabile. Lo vedo in numerosi soggetti devianti o borderline, compiaciuti della pazzia, avidi di sempre maggiori pazzie, del piacere dell'autoannientamento. Non sarà facile sopravvivere.

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Siate gentili ...