20 settembre 2021

Fianco, coscia o petto?


Unreal City, 19 settembre 2021

A cosa è servito il duro lockdown del 2020?
A spezzare una tradizione, una volontà.
Per quanto possa sembrare incredibile, esso ha da subito mutato le abitudini degli Italiani. Una tabula rasa psicologica su cui hanno attecchito i semi del Nuovo Mondo. Non è un caso che le conquiste PolCor abbiano accelerato a velocità einsteniane: DDL Zan, droghe leggere, ultrafemminismo, climate change, moneta virtuale. In due anni le resistenze sono state fiaccate del tutto; e, infatti, tutto si accetta, con l’occhio attonito e boccheggiante del pescame nella rete. Gli araldi delle libertà son divenuti, con fare solo apparentemente contradditorio, i propagandisti di un’ansia di sottomissione dilagante. Perché anche loro, almeno quelli in buona fede, come la maggior parte di voi, sono sfiniti. Sfiniti da quei mesi di reset, davvero eccezionali, in cui i tarlati legni dell’antico mobilio si son polverizzati in una nube tossica di rassegnazione. Alcuni conoscenti hanno smesso del tutto hobby e occupazioni che gli donavano serenità; o, perlomeno, quella blanda serenità che sprigiona la consuetudine senza pensieri. Li ritrovi cupi, asettici, scontrosi; persino andare con la mente alle minime cure del giorno dopo li atterrisce … vegetano, per dirla tutta, come piante grasse nel vaso del salotto. Sbuffi, lamenti; o, al contrario, rassicurazioni non richieste. La depressione gli ha allagato il cuore. Si preparano, tutti, a una vita dimidiata, meschina, insulsa; e il presentimento del futuro ne mina ancor più atti e gesti.

La frenesia dei vaccinati nasce da un interno rodimento. La parte sana, quella inconscia, urla che presto saranno chiamati a restituire il prezzo delle loro illusioni. La libbra di carne di Shylock. Con lubrica e dolosa cortesia, al solito, li faranno galantemente scegliere: tagliamo, sì (siam costretti!), e però a vostra totale discrezione: fianco, coscia o petto? 

Il lockdown, utilizzato come cura Ludovico Van sulla popolazione italiana, è riuscito ad annientare la maggior parte delle professioni. Non mi riferisco a bar, alberghi e settore turistico, ma alla giustizia, all’economia, alla ricerca. Come se nell’aria alcune tendenze autodistruttive fossero già disperse e non attendessero altro che la miccia corta della repressione per inverarsi nella loro pienezza. I tribunali sono aperti, ma, in realtà, chiusi; così le scuole; del pari i principali uffici amministrativi; le università si derubricano a luoghi di cauto assembramento, giusto per sbrigare l’esamificio in corso. Ognuno attende la ripresa della normalità, ma questa mai più avremo poiché il lockdown è stato pensato quale evento per sostituire il mondo in disfacimento, quello che ci illuse con le magnifiche e progressive sorti.

Perché l’Italia, perché l’Italia?

09 settembre 2021

Il sacrificio

Unreal City, 9 settembre 2021

Il lettore abbia la pazienza di leggere tale scarno e agghiacciante resumé:

"Venerdì 10 settembre, alle ore 10.30, una marionetta alta 3,5 metri arriverà in piazza San Pietro, vicino al monumento Angels Unawares, la scultura dei migranti, inaugurata due anni fa. La marionetta, Amal, rappresenta una bambina rifugiata che, partita il 27 luglio da Gaziantep, al confine turco-siriano, gira l'Europa in cerca della sua mamma fino ad arrivare a Manchester, nel Regno Unito … La diocesi di Roma, supportata dalla Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha accolto l'invito degli organizzatori del Festival The Walk - progetto ideato per sensibilizzare circa la realtà dei rifugiati, in particolare dei minori - a preparare la tappa romana di Amal. Ad accogliere la marionetta in piazza San Pietro ci saranno il cardinale Michale Czerny, sotto-segretario del dicastero vaticano, e il vescovo ausiliare di Roma, Monsignor Benoni Ambarus, delegato per la Carità, per i Migranti e per la pastorale dei Rom e dei Sinti, che le daranno il benvenuto, ognuno con un breve saluto".

Il 10.09.2021 o, a scelta, il 10.09.21, la bambola voodoo nella foto sosterà nel luogo della Cristianità e dell’Occidente tutto.
Dopo un itinerario al contrario.
Non sarà, infatti, un Europeo a muovere verso l’Oriente, ma l’Oriente a muovere verso l’Occidente, sino al cuore dell’Inghilterra, architrave del Nuovo Mondo Futuro. Siria e Occidente sono puri nomi: a rilevare qui è solo l’essenza della profanazione cioè il viaggio al contrario.
La burattina, fra le cui costole è imprigionato un essere umano, richiama irresistibilmente alla memoria dei cinefili la scena finale di The wicker man, capolavoro folk-horror del 1973.
Ecco la trama, desunta da Wikipedia:

Il sergente Neil Howie riceve una lettera anonima che richiede la sua presenza a Summerisle, una remota isola appartenente al gruppo delle isole Ebridi, famosa per la sua frutta abbondante. La lettera denuncia la scomparsa di una bambina di nome Rowan Morrison, ormai introvabile da mesi.
Howie, un devoto cristiano episcopale celibe, si reca sull'isola i cui abitanti venerano le antiche divinità celtiche dei loro antenati, pratica che offende la sensibilità religiosa del sergente: le coppie hanno rapporti sessuali all'aperto, ai bambini viene insegnato il simbolismo fallico dell'Albero di maggio e per curarsi il mal di gola gli abitanti mangiano le rane …
Alloggiando in un'osteria dove incontra Willow, la figlia del barista, Howie nota una serie di fotografie che celebrano i festival annuali del raccolto. Ogni fotografia mostra una bambina circondata dai frutti del raccolto. Howie nota che non c'è la foto dell'anno precedente …
Successivamente Howie scopre il negativo della foto mancante, che mostra Rowan circondata da uno scarso raccolto. Cosciente del fatto che le società pagane antiche rispondevano a tali eventi con sacrifici umani, Howie deduce che Rowan è ancora viva e che sarà sacrificata durante il periodo di calendimaggio con l'idea di assicurare un buon raccolto … Howie scopre Rowan legata a un palo, la libera e, dopo una breve fuga, emergono insieme da una caverna, dove vedono [il capovillaggio] Summerisle e gli altri isolani che li aspettano. Mentre Rowan abbraccia ignara il Lord, gli isolani circondano Howie minacciosamente.
Lord Summerisle spiega allora ad Howie che era stato deliberatamente invitato sull'isola con la falsa storia della bambina scomparsa, e conferma che il raccolto dell'anno scorso era stato disastroso. In un tale evento, la loro religione richiede un sacrificio umano a Nuada, il dio del sole. Howie è considerato un sacrificio ideale, perché è ancora vergine, è venuto sull'isola di libera volontà e possiede ‘il potere di un re, rappresentando la legge’ …
In cima alla collina, Howie viene imprigionato in un enorme statua di vimini riempita d'animali. La statua viene incendiata, e gli isolani cominciano a cantare Sumer is icumen in. Howie inutilmente grida tra le fiamme che fu Dio a devastare i raccolti, per punire il loro paganesimo. Ormai morente, recita il Salmo 23, prima di esalare l'ultimo respiro, invocando Gesù. Il film si conclude con la testa della statua di vimini che crolla nelle fiamme, rivelando il sole che tramonta in lontananza
”.

Da tali lumeggiamenti deduco, da vero sbarazzino, che il 10 settembre verrà sacrificata, simbolicamente, nel luogo stesso del suo nascere, in piazza San Pietro, la Cristianità (Pietro, infatti, fu qui martirizzato e sepolto: che ciò corrisponda alla verità storica è, ai nostri fini di indagatori, del tutto secondario).
Jorge Bergoglio, insomma, quale ultimo rappresentante di una dinastia quadrimillenaria da annientare, poiché intrisa di troppe suggestioni, dal Classicismo alla Cristianità, brucerà, altrettanto simbolicamente, nella carcassa della Bambola del Grano (per tale motivo, egli, come oggetto della cerimonia di dissacrazione, non sarà presente). Il suo sacrificio, di re cristiano, paludato di bianco, segnale di virginea purezza, avverrà di propria volontà: egli, Bergoglio, infatti, vuole questo. Tale ultimo elemento, la volontà, come spiegammo a sazietà in altri luoghi, è fondamentale; nelle vampirizzazioni di Bram Stoker, a esempio, solo il “no” assicura la salvezza. Bergoglio dirà sì.

L’ultima inquadratura del film mostra il sole che tramonta in lontananza. Si giustifica, così, l’etimologia della parola Italia proposta dal filologo eretico Giovanni Semerano: Italia, da accadico "Atalu", "terra dell’oscurità". Il tramonto dell’Antico Ordine, sancito da tale olocausto, occulto poiché sotto gli occhi di tutti, prepara l’avvento del Novus Ordo, il sol dell’avvenire nichilista.
Il termine Amal significa, coerentemente, aspettativa, desiderio, speranza
Speranze che non sono più le nostre.

Vergo queste pericolanti illazioni alle ore 22.18, dopo una giornata in cui l'abominio si è rivelato costantemente nella mediocrità dei fatterelli quotidiani. La solitudine, di perfezione cristallina, è ora coerentemente metafisica. Nulla più mi lega a questo tempo.

29 agosto 2021

Barnum International Circus

Unreal City, 28 agosto 2021

L’inaffondabile Giovanni Malagò, presidente del CONI, forte dei successi della comitiva nazionale alle Olimpiadi del 2020, tuona: voglio lo ius soli sportivo! Egli, insomma, ambisce regalare alla cittadinanza italiana un qualche ascaro tuttosprint: onde ri-donare, sotto forma di gloria ginnica, ciò che toglie al Paese stesso, ridotto a una sorta di albergo a ore per cosciuti ragazzotti di belle speranze. Al solito, dirigenti e capataz, incapaci di aprire le porte per timore del risentimento del popolo bue (non oseremo un po’ troppo, signori miei?), socchiudono alla chetichella finestre e abbaini: come certe verginelle in fregola, a eludere divieti e moniti paterni.
E però quest’anno abbiamo vinto i cento metri! E la staffetta! E il salto in alto! E la pesca con la mosca! C’è stato anche il record di medaglie! Record all time! Quaranta medaglie! Dieci ori dieci argenti e venti bronzi!

Se c’è una categoria di smidollati che mi ripugna sono i forzuti da poltrona. Ormai, però, ci si avvia alla lenta asfissia delle discipline, alla sparizione di circoli e comunità sportive. Proprio perché comunità e confraternite: troppo pericolose. Persino le scuole calcio si spengono lentamente, sostituite da calcetti e padel … tutto piccino, dopolavoristico, spensierato, poco impegnativo. Le palestre per il pugilato e la lotta sono quasi introvabili e spesso popolate da coatti tatuati che, al massimo, possono litigare col vicino che gli ha rubato il parcheggio. Sì, la pratica sportiva è pericolosa poiché struttura una condotta di vita e spinge al sacrificio in nome di qualcosa di superiore all’individualità. Meglio ripiegare sul digitale, a tifare undici estranei, di undici paesi diversi … si finirà, prima o poi, all’esse est percipi come nell'omonimo racconto di Bioy Casares. Le partite si ridurranno a recite fra atleti pompati dai social sino alla simulazione vera e propria … tra dieci anni chi potrà mai affermare che un Real Madrid-Barcellona si sia mai effettivamente disputato? D’altra parte tali compagini digitali già si sostanziano di un tifo planetario e disconnesso dal carnoso campanilismo che ne ha decretato la leggenda. E così per i derby lagunari, genovesi, milanesi, torinesi …

Ma c’è poi davvero stato un trionfo muscolare italico alle recenti Olimpiadi? Superiore a quello del 1932 (Olimpiadi a Los Angeles) e del 1960 (Olimpiadi di Roma)?
Propongo queste cifre:

06 agosto 2021

Calcoli sbagliati


Unreal City, 5 agosto 2021

Leggo in un vecchio libro sciupato: “Mi piace sfogliare i vecchi libri sciupati che si trovano a volte sulle bancarelle dei librai e che hanno contenuto la verità di un tempo. Ci si guadagna una sana filosofia, del tipo di quella che Jacques Bainville riassumeva in questa formula: ‘Tutto è sempre andato malissimo’. E, parola mia, vedendo nel corso del tempo le lagnanze dei contemporanei, la loro nostalgia del passato, i sogni che architettavano per l’avvenire, bisogna riconoscere che gli uomini mai furono contenti del presente”.
La frase è di Jacques Ploncard D’Assac; il libro, sciupato, Apologia della reazione (I libri del Borghese, 1970).
Vi si ritrova un angusto iter metaletterario: D’Assac scopre su un’anonima bancarella un libro di Jacques Bainville che contiene la bruciante verità d’una riga; il sottoscritto, per le medesime vie, la nota di D’Assac; voi, i più fortunati, entrambi i rinvenimenti. Questa coincidenza non è ovviamente tale: si chiama, invece, tradizione. Tradizione della sapienza. Bainville nota, en passant, come la storia dell’umanità sia la cronaca di una decadenza continua; D’Assac approva; io, nel 2021, consento a tale evidenza luttuosa.

L’uomo decade, da sempre. La sua parabola non consiste in un avvicinamento a Dio bensì al Demonio. Liberiamoci da pregresse convinzioni. L’uomo sorge dalla Polvere e dal Fango; la Polvere e il Fango, sotto le spoglie di Satana, ci richiamano infine a loro; durante tale catabasi verso la Dissoluzione, Dio, sotto le spoglie dell’Artista, del Santo e del Sapiente, ritarda l’inevitabile caduta. Ma ora l’Abisso, là-bas, ci reclama; l’occhio scruta il vuoto e ne è avvinto in un’ansia lutulenta in cui piacere e volontà di auto-annientamento si coavvincono come le spire del Primo Serpente. Tutto torna?

L’uomo moderno calcola. Ma i suoi calcoli sono sbagliati. Il feticcio maggiore cui s’è prostrato è quello del progresso. Credersi migliori dei predecessori, o delle epoche del passato, ridotte a un cumulo di crudeltà e perfidie, equivale alla dannazione ultima che lo perderà del tutto. Come dimostra, invece, l’intuizione di Bainville, si deve parlare qui di continua regressione e degradazione. Dirà il Citrullo: “Ma non è possibile! Siamo alla reazione, al dispotismo, all’oscurantismo! Non vedete voi, cari signori, un innalzarsi delle epoche? Un avanzare costante, a prezzo di sacrifici e sangue, verso una umanità migliore, più tollerante e pacifica, consapevole dei misteri di quella Natura che si piega docile sotto la nostra benevola signoria? Guardate il passato: carestie, malattie, privazioni, mostruosità, abiezioni! Non vorrete paragonare le buie viette d’una città europea lorda di escrementi e pustolosi in fin di vita con le autostrade a quattro corsie ove sfilano le silenziose automobili del futuro? E chi cambierebbe, di grazia, quell’orrore con l’attuale presente? Fate un sondaggio e vedrete cosa ne esce!”.

A metà dell’Ottocento la popolazione mondiale assommava a un miliardo. Oggi a più di sette. Esemplare di questa Bengodi dell’evoluzione fu la figura del dottor Ignác Semmelweis che, con blandi e ovvi rimedi antisettici, sconfisse, di fatto, la mortalità infantile e la mortifera febbre puerperale. Il “Salvatore delle Madri” fu un tale Copernico che da un’epoca di vedovi si passò, mercé qualche guerra mondiale, a quello delle vedove. La nobile parabola umana di Semmelweis affascinò molti: a sinistra l’ebrea socialista Anna Kuliscioff, a destra l’antisemita burlone Céline che ne fece il protagonista della propria tesi di laurea in Medicina. E allora? Il mito del progresso, in effetti, abbacina tutti. Ma è un calcolo sbagliato. Occorre una dose criminale di cinismo, astruseria, cattiveria e forza di volontà per dichiarare questo. Eppure … cosa ne abbiamo tratto, noi, da tale appressamento alla felicità? Dai celesti doni di Semmelweis, o di Fleming e Jenner? Un’umanità pletorica, depauperata, debole. Gli Spagnoli che invasero il Sud America, butterati dal vaiolo e decimati dallo scorbuto, conquistarono un continente. Oggi la Spagna faticherebbe pure a invadere Gibilterra. Mi prende male, oggi, sono così! Gradirei un’obiezione, però, di fatto e non in punta di ideologia … la mia famiglia ha visto, in un secolo, come testimoniano alcune lapidi consunte, morti di tetano e di influenza, morti e dispersi in Russia e Affrica, ma le foto dei sopravvissuti, accartocciate e crocchianti, ci parlano di donne e uomini dal volto piano e senza preoccupazioni, addirittura sereno: sereno di fronte a Sorella Morte. Il loro ruolo sociale e metafisico fu stabilito millenni prima - una profondità di cui essi non comprendevano né la distanza remota né la forza della scaturigine: a che pro? Si viveva così, gli affanni e il dolore si stemperavano nella consuetudine da scampati scambiata dagli Illuministi per fatalismo. Matrimoni, battesimi, comunioni e unzioni punteggiavano la vita. Il ruolo, già stabilito, faceva sì che l’individuo fosse sollevato da ogni decisione eliminando psicosi, ansie e schizofrenie. Chi era più libera? La donna sotto il presunto patriarcato o la donnina di oggi, che può decidere, liberamente, di farsi inculare da un cane? Attenzione, nella risposta potrebbero celarsi sbagli di calcolo.

Attraverso la zona di Boccea. Una Punto grigia è parcheggiata contromano. I posti del guidatore e del passeggero sono occupati da due asiatici, forse filippini. Bassi, olivastri, le teste tonde, i radi capelli neri; occhiali da sole; la pelle lustra di sudore. Si rassomigliano come due gemelli. Gli unici movimenti che ne tradiscono l’esistenza in vita son quelli mandibolari; ruminano qualcosa, roteando ritmicamente l’apparato buccale, in sincrono, come due scimmie caricate da un giocattolaio diabolico. Più avanti, sulle strisce pedonali, un’altra asiatica passa di corsa, blaterando in un cellulare a perpendicolo rispetto all’asse facciale. Brutta, bassa, storta: eppure vitale; non pare avere soverchi problemi: il suo ruolo nella società è ben definito, la nevrosi non ne lambisce il cuore; ella può guardare il futuro con sguardo limpido e privo di retropensieri. Come noi, qualche decennio addietro. Lungo il marciapiede, intanto, un africano spazza lentamente e metodicamente un tratto d’asfalto; qualche monetina in un sottovaso da giardino ne remunerano l’attività surrogatoria delle istituzioni, tolleranti verso un abusivismo così ecumenico e paziente. L’edicola è chiusa, la Valentina di Crepax sulla saracinesca irriconoscibile per le scrostature; il bar a mezzo servizio, la chiesa sbarrata, l’alimentari forse defunto. Nel deserto, con l’asfalto reso molle dalla calura, s’aggirano alcuni revenants: un mendicante, un trippone barbuto che reca un metro quadro di pizza unta, due anziani storti e dagli occhi cisposi e diffidenti, un andino dal volto totemico. L’Italia migliora, evidentemente: come facciamo a non accorgercene?

23 luglio 2021

San Carlo Giuliani

 

Unreal City, 23 luglio 2021

In questi giorni si celebra la morte, il sacrificio, l’assassinio, di Carlo Giuliani. Giuliani, a sentire le campane, protestava contro la globalizzazione. A Genova, infatti, sfilavano i No-global. C’è chi è d’accordo, chi non è d’accordo; piccole zuffe digitali si accendono, a distanza di vent’anni, nei pollai sociali della nazione. Un fatto di cronaca nera, nemmeno eclatante, ancora brilla di luce propria, agli occhi di tanti: dissenzienti, nostalgici, destrorsi, sinistrati.
E perché?
Siamo un’epoca ormai catalettica, amorfa, spenta. Quel colpo di pistola risuona, quindi, nella interminata vastità dei nostri cuori cavi, incapaci di pompare il sangue della passione, come l’ultimo colpo di artiglieria mai sparato. Riconosco agli anni del terrorismo, ma anche a quelli delle stragi di Stato e della Guerra Fredda, una inarrivabile altezza di sentimenti. Errori e crudeltà inutili erano dettati da una volontà di sopraffazione, segno indiscusso di vitalità. Negli ultimi quarant’anni invece? Nulla. Solo qualche omicidio politico mirato, a ricordare chi comanda, scosse la putredine delle mozioni dell’animo. La morte di Giuliani, quindi, il corpo esanime a terra, il sangue, il carabiniere, la camionetta; i pestaggi susseguenti; tutto ha risvegliato in noi un mondo perduto e, oggi, inattingibile. Ci siamo attaccati a questa morte come assetati nel deserto: finalmente la vita! Il sangue! L’orrore, la paura! Il pericolo, la minaccia! La guerra! L’uomo è violenza, cioè vita, eppure nega a sé stesso la violenza e, quindi, la vita. Reprimere la propria essenza lo porta a costruire sopra questi episodi un mito fondativo: la sinistra, ma anche la destra che lo rinnega! D’altra parte, riflettiamo: in tutto ciò che si scrive come si etichetta l’interlocutore? O col termine comunista o col termine fascista o nazista et cetera. Ciò cosa dice, segretamente? Che il senso pieno della vita risiedeva nella violenza, nella disputa, nel confronto duro delle opinioni. Oggi, rammolliti in una pappa uniforme, esitanti (perché scientificamente impauriti dal Potere: è un Programma ben preciso) persino nel dare del trippone a un trippone, o del frocio a un frocio, o della racchia a un manico di scopa con le verruche, al massimo ci sfoghiamo a parole, anzi a fonemi digitali: e dove attacchiamo questi ansimi di violenza onde donargli una qualche credibilità vitalistica? A ciò che ricordiamo: il comunismo, il razzismo, il fascismo, il nazismo. Fra una o due generazioni non avremo nemmeno questi ricordi. I dialoghi nemmeno fioriranno più. Perché dialogare se tutto nasce e muore in una palude mefitica? Dove l’orgoglio, la lealtà, la forza delle idee senza un confronto con l’Altro? Il sangue di Carlo Giuliani riesce ancora a vivificare i nostri motteggi inconcludenti. Il suo corpo possiede il labile lucore d’una reliquia salvifica.

04 luglio 2021

Ode a Pierre Littbarski

Unreal City, 4 luglio 2021

Guardo alcuni spezzoni dei sedicenti Europei di calcio con un misto di noia e ineluttabilità. Un tempo questi appuntamenti, lungamente anelati per quattro anni, mobilitavano i precordi popolari dei milioni: ora son giochini a margine dell’immaginario, quasi inessenziali.

I mass media, dal canto loro, legati a filo doppio a tali esibizioni sempre più anonime, son costretti a pompare nelle stanchissime arterie dell’emozionalità italiana ogni sorta di eccitante: magniloquenze, iperboli, patriottismi ipocriti – facendoli recitare da guitti che tengono la scena da decenni e che, a ben vedere, nel vivere quotidiano sono i più cinici detrattori dell’Italia e i primi menefreghisti delle progressive sorti del Paese. Parassiti, amebe, tenie.

La comparsa della Madonna di Fatima, Paola Ferrari in De Benedetti, internamente luminescente, non so in virtù di quale metabolismo televisivo, come il bicchiere di latte recato da Cary Grant ne Il sospetto, annuncia il Verbo dell’orgoglio nazionale, falso come una moneta da tre euro, in un tripudio di banalità spicciole, per cui alcuni giocatori di medio cabotaggio vengono elevati a guerrieri delle Termopili.
In realtà, lo si avverte a pelle, è una manfrina in cui i primi a non credere sono proprio i trombettieri; i loro epinici risultano assai interessati ché alle sorti del calcio vengono legate prebende e grassi posti di lavoro. Dagli statali della RAI, pagati con la bolletta della luce, sin al più infimo blogger che lucra disperato su tale nazionalismo stitico.

Le ciance girano a vuoto, si sprecano eufemismi, accrescitivi, esagerazioni, fanfaronate. Sugli schermi italiani questa giostrina risulta quasi dimessa; sulle piattaforme internazionali vibra di altra spettacolarità, ma non fatevi ingannare: è solo vernice d’oro sulla stessa patacca.

19 maggio 2021

Scarabocchi (liberarsi della democrazia)

Roberto Crippa, Spirali

Unreal City, 19 maggio 2021

Le mollezze del consumismo sono degenerate nella perversione dei diritti civili estremi. Ma ora il Potere decreta la fine del consumismo e il ritorno alle durezze del vivere.
Questo recherà nei prossimi decenni all'amara verità: quei diritti mai furono progresso, bensì mezzo per toglierci tutto.
E così avremo i sommersi e i salvati; e i Signori.
A guardare indietro, ammesso che ci sia ancora memoria di questi giorni infernali, spariti i negri, i migranti, i trans, gli eco-frindly, i vaccini e i matrimoni gay dalle premure del vivere quotidiano, i negri i migranti i trans, gli eco-friendly, i vaccinati e gli sposini gay occuperanno le 24 ore giornaliere, assieme alla residuale popolazione italiana, a procurarsi le barrette energetiche e il rinnovo delle credenziali per l’olovisore, guardandosi di sbieco gli uni con gli altri.
Dimenticati i sacri furori del politicamente corretto, le ex minoranze calpestate ed eroicizzate si ritroveranno a far comunella con gli odiati Norm alla ricerca spasmodica di torroncini eco-proteici ad alto valore nutritivo e dei crediti per il panopticon iperconnesso: null’altro. Ottenuta quella bengodi, il frettoloso rinculare nei cubicoli puzzolenti e freddi, sotto uniformi cieli di piombo: lì attendono, infatti, le dolcissime spire del letargo mensile.

Ricomincia, stanchissimo, il circo su Marine Le Pen.
I Le Pen hanno accentrato e disattivato le potenziali forze reazionarie per decenni. E ora, dopo la disillusione, si cade ancora nel trabocchetto. Non vedete che è un inganno? Rimarrà un inganno persino quando la Signora, normalizzata fino alla stasi, vincerà: il suo incarico, in quel frangente, sarà di mantenere le conquiste PolCor simulando un’intensa attività controrivoluzionaria: alla fine della fiera del tutto inesistente. Ma l’elettore occidentale è così. Il voto, quale unico mezzo per mutare le proprie sorti, gli è entrato nel sangue come il peggior virus e non esiste vaccino in grado di debellarlo. La considerazione che le migliori conquiste sociali siano state ottenute sul filo della violenza lo lascia indifferente.

Una buona definizione di Dio è in realtà un’intuizione che lascia presagire qualcosa di talmente immenso da sconcertare.
È mutuata da Jorge Luis Borges. L’ho già proposta.
Chi è Dio?
Supponiamo di essere in un preciso momento storico, individuato nel tempo, fra i miliardi di eventi che si sono succeduti nella meschina storia umana. Siamo nel 321 a.C. e i Sanniti Caudini hanno ristretto le legioni romane entro una gola nei pressi di Forculum. Impotenti, onde evitare un massacro, le legioni si arrendono senza combattere. Ogni romano, dal soldato al comandante, sfilerà seminudo e irriso sotto il giogo. Quanti testimoni ci sono di questa resa? Forse diecimila. Non solo Dio conosce immediatamente, senza elaborazioni razionali, queste diecimila testimonianze; Egli sa, immediatamente, il destino di questi diecimila, i loro pensieri reconditi o veri; e il cammino di ognuno, poi, cioè l’itinerario vertiginoso disegnato dai passi di ognuno di loro durante la vita che, combinato con quello di tutti gli altri 9999, forma un labirinto inestricabile, di stupefacente e ineffabile complessità: eppure anche tale groviglio spazio-temporale è presente nella Sua mente, vivido, netto, di luminosa evidenza. E così è per gli animali che erano nei pressi quella rovinosa disfatta, cervi, volpi, cinghiali. E per gli uccelli. I corvi. Le migliaia di corvi alle Forche Caudine, coi loro giri celestiali, intrecciati gli uni agli altri, durante la loro esistenza di corvo, tutte quelle traiettorie  e risalite ed esitazioni, sono un disegno di chiarissima e indubitabile realtà nella mente divina. Non una particola di ciò che è accaduto o di ciò che originarono i personaggi di quegli accadimenti è andata perduta: essa sta, da sempre e per sempre, pienamente concepibile, di accecante chiarezza e attuale comprensibilità.
Un trascurabile fatto in un trascurabile lasso di tempo in una porzione di universo talmente trascurabile da indulgere verso l’irrilevanza. E però è eterna, netta, come i volgimenti dei cieli più estremi e Le è stato riservato un proprio posto, nella Totalità.

La coppia narcissica Borghi-Bagnai è al lumicino.
Bagnai, applaudito dal miccame antieuropeista, ha messo su due occhioni da calamaro. Non ci risparmia, a volte, schizzi atrabiliari: il volto tradisce tuttavia l'interno scoramento. Egli ormai recita svogliatamente; solo l’incrollabile prosopopea ne sostiene le residue battute. Forse un po’ ci ha creduto? Chissà.
L'altro eroe, tale Borghi Aquilini, è fatto di una pasta più sarcastica e sprezzante.

01 maggio 2021

Come si conquista una nazione

 

Unreal City, 1° maggio 2021

Come mai tutti questi programmini free per distorcere, sfigurare, invertire, deformare?
Il digital morphing è il luogo della scimmia, che, imitando gli uomini, si rende ridicola. E il diavolo è la scimmia di Dio. Lo specchio digitale che imita la figura umana trasformandola in qualcosa d’altro, a piacere; un piacere inebriante, polimorfico, che ha il potere di sfaldare la personalità umana.
Pochi si rendono conto del miracolo costituito dall’uomo. Come, dal fango, letteralmente, si sia arrivati a desiderare le stelle. Quale fuoco celeste abbiamo attinto, noi fortunati, per arrivare a questo? Quanto si è dovuto lottare, contro mostri oscuri, per dire, finalmente: “Riposa, mio cuore, questo è bello”? Cosa vuol significare Faust, in fondo, se non la volontà di metter fine all’ansia metafisica e al pericolo di ripiombare nel brodo primordiale? L’uomo è sopravvissuto nella dimenticanza della propria origine. E ora lo si vuole far ripiombare in essa, nel brago fondo della dissoluzione. Stracciando lentamente in brani ciò che è: scomposizione di sé stessi, morphing fisico e psicologico: i vecchi ringiovaniscono, i giovani invecchiano, ci si trasforma in donne, uomini, bestie; le braccia sono di un altro, le gambe di un’altra. L’unità di mente e corpo è infranta in mille pezzi, il cubismo e il postmoderno reclamano la propria vittoria. L’essere umano è una cosa fra le cose, fungibile, intercambiabile; può digerire qualsiasi cosa, le nequizie e le umiliazioni più nere, l’etica e il dover essere arrivano a liofilizzarsi in uno scherzo demoniaco, da oranghi con la pipa.

Come si conquista una nazione?
Dall'interno.
Serve un'utopia secolare e degli uomini disposti a coltivare ferocemente altri uomini.
Anni Sessanta.
Il Grande Partito Italiano Sovietico osserva.
Centinaia, migliaia di giovani.
Maschi.
Ne sceglie, dopo attenta ponderazione, e ricognizioni cautelose, da servizio segreto, alcune decine.
Li coopta.
La fede è in loro continuamente rinsaldata, sino a un fanatismo freddo, impassibile.

17 aprile 2021

Avidə di violenza

"Vile, tu uccidi un uomo corto!", da Alvaro piuttosto corsaro, con Renato Rascel

Unreal City, 17 aprile 2021

Il compagno Silvano Agosti non dovrà più vendere il proprio storico cineclub "Azzurro Scipioni". Numerosi e insospettabili mecenati si son mossi in suo aiuto locupletandolo d’alcuni provvidenziali malloppi. Si parla di due multinazionali bancarie, addirittura, che, rovistando nei cassetti, hanno inavvertitamente rinvenuto alcuni sacchetti di sesterzi. La Sindaca di Roma e alcuni personaggi della galassia PolCor (li si riconosce poiché fan finta di scannarsi l’un l’altrə per poi sbaciucchiarsi vicendevolmente quando c’è una causa vicina al cuore) hanno officiato e favorito il rito della consustanziazione fra pugno chiuso e sonanti chèques. L'ex sventurato, Agosti Silvano, sorpreso - sino a poche settimane fa - a svendere le poltroncine del cinemino, quelle poltrone che sostennero nei decenni migliaia di deretani cinefili, e le loro silenti flatulenze in approvazione a Fassbinder e Bergman, risponde. E come risponde? Evidentemente con un sì. Colui che, con tono svagato, dietro l’occhialame settantino, ebbe a declamare il bleso verbo antifascista e antimperialista per appena mezzo secolo, dice sì.

Dracula, in forma di pipistrello, svolacchia al di là delle portafinestre della camera da letto. I colpi d’ala al vetro, quasi inudibili, ma insistiti, compongono una nenia precisa di richiamo. Fra le coltri Lucy si agita; in suo potere vi è ancora la parola: "No!" che potrebbe render tutto solo un incubo d'angoscia. E però una corrente lubrica le frizza nel ventre, il cuore si sdoppia; e lei risponde. E cosa risponde? Sì. E il vampiro ha libero accesso, al corpo e all'anima.

Riuscirò mai a far capire cos'è un “No”?
Lo ammetto, sono demoralizzato.
Un “No” è un “No”. C'è da ponderare tale complessa affermazione.
Il primo metafisico occidentale, del pari, ci donò un problema altrettanto gravido d’infinite conseguenze logiche: "L'Essere è, il Non Essere non è".

Sono problemi seminali.

11 aprile 2021

Lo sbocciare del fiore d'oro [racconto apologo di Nachtigall]


Racconto apologo di Nachtigall

"Usciamo a guardare le stelle" – disse Vera, alzandosi dal pavimento e lasciando cadere il rettangolo di stoffa di cotone che solo copriva le sue nudità. Si era stancata di parlare o forse non c’era nient’altro che si potesse o valesse la pena dire.

Per un istante mi ritrovai faccia a faccia con il suo sesso e mentre si allontanava ebbi l’impressione che il suo profumo mi avvolgesse. Seduto, come stordito, respiravo a pieni polmoni, in uno stato di assoluta beatitudine. Fu solo dopo quelli che mi parsero un paio di minuti che, ripresomi, mi alzai e, anche io nudo, la raggiunsi.

Il cielo di Fernando de Noronha, quella sera, era il più bel cielo che avessi mai visto. Mi immaginavo l’oceano sommergere l’isola ed io ad annegare, tranquillo, con l’immagine di quel cielo stampata in testa per l’eternità.