domenica 11 giugno 2017

La sceneggiata di Roma

Berlusconi vuole perdere le elezioni di Roma?
Da uomo intelligente, e fedele ai patti, ce la sta mettendo tutta.
Il problema è uno solo: il PD deve assolutamente arrivare al ballottaggio.
Un centrodestra unito arriverebbe, invece, al ballottaggio col M5S, ridimensionando, in modo clamoroso, numeri e influenze dei democratici: questo avrebbe ripercussioni tali da far saltare patti nazionali.
E perciò non va bene. Pacta sunt servanda.
L’Italia, dopo l’implosione della Prima Repubblica, e le stragi di assestamento del 1992, è, da almeno vent’anni, divisa in zone d’influenza fra due cosche principali.
Una sorta di tacita Jalta. O di Chicago anni Venti.
La destra ha le proprie zone, i sinistri le loro.
A volte capita un imprevisto: un colonnello avido, un’inchiesta troppo scrupolosa, una elezione che va storta. Fra buoni amici, però, tutto s’aggiusta. La sinistra, a sorpresa, perde Roma; subito la destra perde Milano. La sinistra perde le politiche, ma subito la destra tracolla alle amministrative. La RAI vince in prima serata, ma il grosso dei ricavi pubblicitari va a Mediaset. Mediaset blocca i programmi più concorrenziali sotto Sanremo e la RAI si accolla gli onerosi bolliti di Canale 5. Berlusconi si pappa la Rizzoli e la sinistra zitta. La sinistra irrompe col monopolio Espresso, La Stampa, Repubblica, Secolo XIX e la destra zitta.
Una danza di miliardi, con le rispettive cordate (che include gli elementi più eminenti del salotto buono, sempre lì a fare i maestrini liberali di giorno e incassare, da buoni papponi, di notte).

La storia si aggiusta strada facendo. I vantaggi sono numerosi: il bottino è ripartito in modo equanime fra i clientes e i grandi elettori, ci scappano le mance che devono scapparci e la barca va. Un colpo al cerchio e uno alla botte.
Un fermo immagine icastico della situazione:

Una cenetta intima

Un ballottaggio M5S e destra … no, è impossibile.
Un ballottaggio fra PD e destra: orgasmico, ma – purtroppo – poco probabile.
Un ballottaggio fra PD e M5S: ecco l’uovo di Colombo.
In tal caso il PD può addirittura permettersi di perderlo, il ballottaggio.
Il sacrificando, infatti, sarebbe una terza linea, tal Giachetti. Un tizio che merita la faccia che ha. Perfetto nella sua breve e ridicola parabola da incendiario a pompiere.
Giachetti può perdere (ma attenzione: può anche farcela).
Perso il ballottaggio, il PD si ritemprerà qualche mese all’opposizione scegliendo il suo vero, futuro sindaco: un nome grosso, pesante; nel frattempo si scateneranno, debitamente allertate, le truppe cammellate dei sindacati, degli ascari cooperativi, dei burocrati, nonché la crema che occupa le più importanti municipalizzate – un esercito di privilegiati e nullafacenti che farà naufragare qualsiasi iniziativa si cercherà di portare avanti.
La Raggi (ammesso che vinca), davanti ai disservizi dolosi, agli scioperi a catena, alla monnezza che si accumula, cadrà in un plumbeo esaurimento nervoso nel giro di poco tempo (la sua collega milanese, peraltro, è già sbroccata: e neanche ha fatto campagna elettorale).
La teppa PD, a reti unificate, avrà vita facile a bersagliare il neosindaco con quei pomodori del dissenso che la feccia delle gazzette fornirà quotidianamente (titoli, titoloni, titoletti).
Come scrive il lettore Lanzo: neanche Rudolph Giuliani riuscirebbe a cavare un ragno dal buco in simili condizioni.
Certo, la storia può anche deviare dai binari del desiderio, ma il piano è questo qua.
E ha buone possibilità di andare in porto.
E di Bertolaso che vogliamo dire?
Me ne hanno parlato bene.
Del Bertolaso di trenta, quarant’anni fa.
Martedì scorso un suo vecchio collaboratore (entrambi operavano in Etiopia nell’ambito dei programmi della cooperazione internazionale) mi ha testimoniato la sua integrità e passione; la riservatezza; l’impeccabilità del gentiluomo.
Bertolaso, andreottiano di ferro, e funzionario efficientissimo e prodigo di aiuti nei riguardi delle popolazioni indigene. Ottimo organizzatore.
Non ho motivo di dubitare di tale resoconto.
Bertolaso era bravo. Uno dei migliori. Le cose si guastarono con l’arrivo dei socialisti“, continua la fonte. “I bordelli grossi nella cooperazione cominciano con loro“.
Ma sì, può esser vero: di questo ne sono testimone personale. Ho visto coi miei occhi il Ministro degli Esteri, il socialista Gianni De Michelis, partire per missioni ufficiali con carovanserragli di cinquanta-sessanta persone a botta; a volte di cento. Processioni quasi circensi: diplomatici, giornalisti, laureandi, ballerine, faccendieri, tecnici.
“E questi vanno a salvà’ il mondo?”, s’interrogava uno dei marescialli addetti al cerimoniale d’imbarco.
Mentre il DC9 dell’Aeronautica Militare scaldava i motori sulla pista, bruciando il cherosene dei contribuenti, il Brillante Unticcio si sprofondava nelle pelli dei divanetti inglesi di Ciampino, un caffettino consolatore sui tavolini finto settecenteschi della Sala Vip dell’Aeronautica Militare, confabulando amabilmente con i collaboratori; e con almeno una collaboratrice: in minigonna.
Fra le collaboratrici in minigonna del Gianni Veneziano ce n’era una davvero graziosa; molto popolare fra la truppaglia. Di lei, ahimè, non ricordo il nome; soda e scosciata, e va bene, ma con un viso botticelliano, esornato da una timida crocchia bionda. Tutti noi, quando se ne scorgeva il nome sulle liste, ci preparavamo alla sfilata di quelle gambe tornite e armoniose, e così ammirevolmente sicure sui tacchi a stiletto della Milano da bere.
De Michelis era molto temuto dai capataz militari; abituati alle moine pievane dei democristiani, l’arrogante affabilità socialista li metteva a disagio. Generali, colonnelli e tenentini affettavano disponibilità e sorrisi (leccare gli stivali è sinonimo di carriera), eppure non si fidavano ancora di tali parvenue della politica alta.
Però, mi tocca ammetterlo, De Michelis era un bel tipo: discorreva di tutto, in modo fluente, con una superficialità contagiosa, la faccia occhialuta da batrace gaudente, dando l’impressione di sapere molto su molte cose. Impressione fallace, ma, a rebours, rispetto alle Lorenzin e ai Poletti, riesce prepotentemente simpatico.
Di Claudio Martelli ho un buon ricordo. Il migliore della combriccola.
Craxi, invece, che non rivestiva incarichi di governo, l’ho visto di sfuggita. Arrivava, partiva. Niente bagaglio.
Occhetto l’ho visto una sola volta. Così come l’immondo Pannella: l’unico ad andarsene col tassì; pagato di tasca propria.
I democristiani, al contrario dei socialisti, erano un po’ sprezzanti, sbrigativi o sfuggenti: sia che fossero tecnici forforosi o laidi satrapi locali; fra questi ultimi, già allora, rilevava un energico Clemente Mastella.
L’Italia, in quegli anni, era ancora una nazione potente e vitale, anche se, ad assistere a quegli andirivieni di ministri e consiglieri e consigliori, sorgeva, per segrete vie, la convinzione che fosse già bella e spacciata. Solo un’intuizione. Io, inoltre, che ero comunista, nutrivo un segreto cruccio in più, soffrendo l’incipiente disfatta del Partito. Il mondo si torceva sul proprio asse. Mi colpì allora, chissà perché, una frase sull’Unione Sovietica, scandita da un ufficiale dei carabinieri, che avevo orecchiato per caso: “Ormai i comunisti sono nel cesso della Storia. Se sono bravi, ma proprio bravi, si riprenderanno fra cinquant’anni“. Non la dimenticherò mai. Il tono possedeva le stimmate della verità inconfutabile. Per chi ancora credeva, come me, fu una frustata a freddo.
Nell’aria s’annusava, insomma, la fine della Belle Époque della Guerra Fredda. Come detto: un’intuizione di pancia. Solo decenni dopo razionalizzai quel sentimento, assestando per bene le tessere del mosaico logico-politico.
Francesco Cossiga, uno dei capi di Gladio, esternava notte e dì: a differenza di noi, egli sapeva; e sapeva, evidentemente, per occulte vie, che quell’intera classe politica, ancora riunita, grassa e placida, a sorbire caffè e pasticcini, sarebbe stata spazzata via in una notte, come Atlantide, di lì a pochi anni.
Cossiga asfaltava le autostrade dei traditori.
In pochi anni i craxiani ridussero tutto a una barzelletta …“. Le parole del mio interlocutore, imperterrite, spezzano le divagazioni; il quotidiano rifluisce lentamente.
Tutto a una barzelletta …“, ripete.
Acconsento vagamente con un gesto della mano.
Poi insiste su Bertolaso: “Secondo me è ancora una brava persona. E fammelo dire, non posso credere che fu Berlusconi a rovinarlo. Che c’avrebbe guadagnato? E poi, scusa, tutti i processi che aveva se stanno a mettere bene … piano piano. Le accuse svaporano“.
Svaporano. Anche il processo sulle mignotte della Salaria?“.
Insorge: “No, è impossibile. Quelle cose … no, non le avrebbe mai fatte!“.
E chi te l’ha detto?
Nessuno. Si dice. Anzi, lo dico io. Così è, l’ho conosciuto“.
Magari si ripulirà grazie alla prescrizione“, insinuo.
Il Nostro mostra le palme delle mani, occhi in alto, mentre espira un sommesso “Ehhhh …“; come a significare: “E chi lo sa?“. Oppure: “E va bene. E allora?“. Oppure: “E che te devo dì’?“.
Insomma“, lo incalzo, “mi sembra di capire che voti Bertolaso …“.
Bertolaso? Ma te sei matto! Io Berlusconi non l’ho mai votato, figurati!
Ma allora … ?
Giaccherini … come se chiama?
Il centrocampista del Bologna?“. Non coglie lo scherzo.
Ma no. Giacchetti … quello lì
Quello del PD …
Eh, quello“.
Faccio una risatina. Lui unisce i palmi delle mani, li scuote ripetutamente su e giù mentre esclama accorato, gli occhi a palla come Aldo Fabrizi: “Tu ridi. Ma che alternativa c’è … dimme un po’ … che alternativa c’è … dimme quale c’è …“.
No, nessuna“, lo rassicuro, toccandogli con fare dolce e paterno un braccio. “Non ce n’è nessuna“.

Pubblicato il 18 marzo 2016

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