martedì 6 giugno 2017

Aylan, la morte di un bimbo al servizio del potere


Pubblicato su Pauperclass il 5 settembre 2015

Sintetizzo da un articolo di Moreno Pasquinelli (www.antimperialista.it), certamente non un intellettuale gravido d’umori razzisti o fascisti:
Gli ultimi dati ci dicono che sono circa mezzo milione i migranti che nei primi sei mesi de 2015 hanno chiesto asilo politico all'Unione europea, contro i 600mila dei dodici mesi precedenti ... E' evidente che gli effettivi perseguitati politici sono un'infima minoranza, che la stragrande maggioranza dei migranti sono piuttosto ‘deportati economici’ … la deportazione economica dalla periferia povera al centro ‘opulento’ è  funzionale ai dominanti sotto molteplici aspetti. Cinque su tutti: 1. immettere al centro milioni di disperati pronti a vendere la loro forza-lavoro per quattro soldi rafforza, al centro, la tendenza all'abbassamento generale dei salari ed alla competizione selvaggia tra lavoratori a tutto vantaggio del capitale; 2. la fuga in massa contribuisce alla desertificazione dei paesi da cui si emigra ed è utile alle classi dominanti di quei paesi in quanto, sgonfiando le tensioni sociali endogene, consolida il loro dominio; 3. di converso l'immigrazione in massa contribuisce in maniera determinante a distruggere il tessuto connettivo o demos dei paesi ospitanti ... 4. in questo imperiale melting pot democrazia e diritti di cittadinanza sostanziali sono destinati a sparire a loro volta, per lasciare il posto a stati di polizia ed a relazioni neofeudali di servaggio e sudditanza, fatti salvi diritti cosmetico-formali ‘per le minoranze’ e innocui spazi-ghetto comunitaristici. Lo spazio giuridico-statuale imperiale, per sua natura, non può essere democratico … 5. deportare decine di milioni di immigrati è strategicamente funzionale al disegno delirante di sopprimere gli attuali stati-nazione e fare dell'Unione un impero”.
Impossibile non essere d’accordo.
La frase “dalla periferia povera al centro opulento” è decisiva; purché la si integri con la frase complementare, e anch’essa decisiva, “dal centro opulento alla periferia povera”. Sono fenomeni interconnessi, come nel principio dei vasi comunicanti: il livello del vaso con più liquido si abbassa e quello con meno liquido si alza. Gli immigrati arrivano in Italia dalla periferia povera: il loro livello sociale non può che salire; gli Italiani migrano verso la periferia povera: il loro livello sociale non può che scendere. Un sorta di gentrificazione al contrario, di portata epocale.

Basta farsi un giro per Roma. Il centro della città (a partire da Termini) è interamente occupato da una fauna dickensiana: orientali (cinesi, pakistani e indiani), mediorientali, nordafricani, sub sahariani, nuovi poveri. A parte i rari casi di quartieri di pregio (preda di politici, mestatori e cravattari) gli Italiani tendono ad allontanarsi dalle zone centrali della città; schiantati dalla disoccupazione, dalle tasse, dal malgoverno cittadino, essi rifluiscono lentamente verso le periferie o nei paeselli della cintura prossima alla metropoli (Ostia, Guidonia, Bracciano et cetera). Alcuni migrano in provincia. 
Trastevere, e numerose zone centrali sino agli anni Settanta potevano ancora definirsi popolari: ora sono connubi atroci fra nuovi ricchi, ospitati negli aviti edifici patrizi, ed economia migrante, da mordi e fuggi (fast food improvvisati, ciarpame cinese all’ingrosso, folle bigiotteria, orribili bancarelle di stupidaggini turistiche). Negozi e rivendite italiane sono state fatte a pezzi. A Piazza Vittorio e dintorni sono semplicemente scomparse. Le mafie d’importazione controllano larghe fette di territorio e la forza lavoro: sono loro a stabilire chi lavora e chi no; in alcuni esercizi commerciali, pure di notevoli dimensioni, gli italiani si sono volatilizzati. Le polizie nazionali sembrano adagiarsi in una sorveglianza a distanza: vi vedo e so, basta che non fate casino. Le auto della polizia locale, invece, per dirla con Gadda, “stazzioneno”, a distanza: basta che non fate casino, sembrano avvertire pure loro. 
Solo quando si tratta di italici i poliziotti locali prendono d’acido: recentemente sono entrati nel mio condominio perché chiamati da un inquilino che si lamentava dei fumi d’una caldaia a condensazione. Sono entrati placidi, hanno contemplato oziosamente le caldaie dei balconi prospicienti; quindi, preso atto dell’inutilità delle proteste del tizio, hanno elevato tre o quattro multe: le caldaie contemplate, infatti, non erano a norma. In base alla legge xyz dell’anno zyx. La prima volta che li si vedeva in zona in trent’anni; e anche l’ultima, si spera: trecentocinquanta euri di multa! L’ordine è stato ristabilito. Io mi son salvato: il mio balcone era prospetticamente fuori dalla loro vista da falchi.
Il ceto medio scappa a gambe levate. Alcuni di loro hanno risparmi e risorse e se la caveranno; agli altri non resta che predisporre una (quanto più possibile) dolce discesa nelle classi inferiori, in abitazioni più piccole, con ambizioni più modeste, nella fascia più lontana dal cuore pulsante della città, una sorta di Bisanzio putrescente, una Roma senza papa, svuotata di senso e tradizione, che Guido Morselli per primo intuì con spirito profetico e sincero dolore.
Il fenomeno è lento per l’occhio, ma un buon fenomenologo (stavo per dire: un flâneur, un passeggiatore, un osservatore attento della propria città) lo avverte con forza subitanea.
Il migrante sale la scala sociale, l’Italiano la discende; al migrante va bene tutto, sopporta l’insopportabile (ciò che noi, oggi, non riusciamo più a sopportare), se ne frega della capitale d’Italia e del mondo. Fosse per lui il Colosseo potrebbe sprofondare: chiese, affreschi, antichi laterizi, angoli ottocenteschi a lui dicono nulla; un migrante si sciacqua presso fontane secolari, imbratta targhe settecentesche, caca negli angoli, non timbra biglietti, abbandona i resti del pranzo all’angolo delle sedi vescovili: questa non è la sua patria, sente che non la diventerà mai; è solo un’opportunità per fare soldi, opportunità che, peraltro, la Stato italiano, incredibilmente, gli allunga con incomprensibile (per lui) munificenza, sotto forma di norme e sgravi fiscali vantaggiosissimi (mentre il bottegaio italianuzzo si districa fra bollette, multe e studi di settore omicidiali).
Il tessuto umano si deteriora, la sicurezza, non più garantita da uno strato sociale omogeneo e coeso, si sfilaccia; ognuno campa alla giornata; si forma un proletariato inaudito e menefreghista (migranti, nuovi poveri italiani, disoccupati, piccoli criminali, studenti perdigiorno, laureati specializzati a trecentocinquanta al mese) facilmente addomesticabile (una retata ogni tanto, senza calcare la mano).
L’Italiano medio cerca di resistere. Pensioni e stipendi di genitori e nonni consentono ancora di scavare trincee, ma fra qualche anno? Per ora l’italianuzzo, come detto, si limita ad allontanarsi dai centri vitali delle città, ripiegando sulla periferia, sul suburbio o sull’hinterland; i più astuti fuggono verso la campagna e la provincia degli antenati ripercorrendo a ritroso, come in una rotta  catastrofica, i cammini sociali dei propri ascendenti – cammini che, cinquant’anni fa, erano chiari e ricchi di laboriosa speranza. 
Dall’inurbazione alla disurbanizzazione. 
Il fenomeno è enorme e incontrollabile; il potere sa quali carte giocare: il politicamente corretto, anzitutto, e la favola dei diritti civili; i diritti civili senza soldi sono il piagnucoloso cavallo di Troia dei dominanti. In Italia la sinistra post ’68 ci sguazza alla grande: la sinistra dei figli dei fiori, quella che insegna sempre agli altri come vivere. La foto del bimbo siriano morto sulle spiagge turistiche di Bodrum è divenuta il loro simbolo: il simbolo, inequivocabile, del razzismo, della cattiveria, della ferocia degli altri: degli Italiani che non la pensano come loro o degli Italiani che, al di là dei buonismi indotti, qualche domanda se la fanno ancora. Ma i sinistri odiano gli Italiani (come odiano i bottegai e il mondo del lavoro che davvero sgobba): per loro son tutti fascisti; i sinistri baratterebbero volentieri qualche milione di Italiani (quelli che, spesso, gli pagano gli stipendi) per qualche milione di migranti (fratelli nostri!). D’altronde i sinistri non si fanno domande sulle reali cause di tale orda migratoria; non s’interrogano sul perché un migrante non cerca scampo verso paesi a lui affini per cultura, lingua e tradizioni e anela lidi a lui stranieri; non si chiedono neanche perché estrema sinistra (il vendolame e dintorni), lo squallido renzismo, financo la barzelletta Alfano e il neocapitale siano stretti alleati in queste rivendicazioni umanitarie alle vongole. Addestrati al buonismo da decenni (basta scorrere il Manifesto et similia o gli inserti dei più borghesi e mondani Repubblica e Corriere: un inno al terzomondismo d’accatto), gli immaginatori al potere sognano di rifondare una Nuova Italia su basi politicamente corrette, espungendo i loro vecchi nemici (i cattivi fascisti - in assenza di fascismo) e annientando, di fatto, la propria storia di popolo.
Sono sicuro che ci riusciranno. La spina dorsale della nazione s’è già spezzata.
C’è una sinistra connivente, ma non c’è più neanche una destra che s’oppone, a meno di non considerare l’attor di destra Salvini come il liberatore della patria.
Solo ora capisco a pieno la frase di Cesare Pavese, da La Luna e i falò: “In America c’è di bello che sono tutti bastardi”. La frase esce dalla bocca del protagonista, piemontese e americano, oramai bastardo anch’esso: “Capii lì per lì che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci già mezzo sepolto insieme ai vecchi”. Oggi capisco anche questa frase, finalmente.
Da parte mia, in tempi recenti, auspicavo una Vandea sanguinosa, una sorta di richiamo all’ordine ancestrale dei Don Camillo e dei Peppone, uniti nel rifiuto di questo putrido esercizio di bontà. Forse mi sbagliavo. Il corpo sociale è immobile, rassegnato al colpo di ghigliottina finale.
Di fronte al cinismo allucinante del potere che sfrutta la morte di un bambino scappato da una guerra che lo stesso potere ha provocato, mi mancano le forze.
Non so proprio cosa ci resti da fare.

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